In attesa della cerimonia di premiazione della XLI edizione del Premio Narrativa Bergamo, che si terrà sabato 25 aprile alle ore 18 all’interno della Fiera dei Librai di Bergamo, proponiamo delle brevi interviste con i cinque autori finalisti. Dopo Eugenio Baroncelli e Rosa Matteucci, tocca a Enrico Terrinoni in cinquina con A Beautiful Nothing (Atlantide 2024).

I libri di Joyce, per quanto celebri, intimoriscono spesso il lettore, non solo per la mole ma anche per l’alta muraglia di critica accademica che li circonda. Pensi che raccontare questa storia possa avvicinare nuovi lettori all’opera di Joyce, che non siano intimiditi da come viene trattato Joyce solitamente?
Joyce è divenuto, nel tempo, una sorta di monumento inarrivabile, ma non per colpa sua. Se è diventato un autore davanti a cui ci si ferma prima ancora di conoscerlo non è perché è difficile, ma perché è stato reso difficile. Io credo che Joyce sia complesso, non difficile, complesso come lo è la vita. Per usare le sue parole nel Finnegans Wake, quel suo libro di lingue storpiate, forgiate, contraffatte, inventate, Joyce è “simpliciter arduus”, ma la sua scrittura è corporea, giocosa, e chiede al lettore non tanto competenza quanto disponibilità.
Raccontare questa storia è stato anche un modo per riaprire una porta laterale. Non spiegare Joyce, ma viverlo indirettamente. Se il lettore arriva a lui senza sentirsi sotto esame, senza l’ansia di capire tutto, allora forse può scoprire che Joyce non è una muraglia, ma un sistema di echi. E che ci si può entrare anche da una crepa.
Oltre ovviamente agli omaggi a Joyce, il tuo libro sembra far riferimento a diversi generi letterari, come ad esempio il giallo o l’academic novel. Ci sono stati i libri che ti hanno ispirato, oltre allo studio di Joyce, per questo romanzo?
Il libro nasce da una contaminazione. Joyce è il centro gravitazionale, ma attorno orbitano altre caotiche particelle, strambi dispositivi narrativi. Per esempio, il giallo mi interessa non tanto per la soluzione quanto per l’indagine come forma di lettura. In fondo leggere è sempre inseguire tracce. Lo spiegano bene Eco e Ginzburg.
Se c’è spesso l’accademia nei romanzi è anche perché tanti scrittori sono professori, studiosi. A me interessava leggermente deformarla, l’accademia, sottrarle quell’autoreferenzialità compiaciuta e oggi tutta burocratizzante che spesso la caratterizza. Ho lavorato sul modello di una biblioteca implicita: libri in cui il sapere non è mai neutro, ma si intreccia con ossessioni, desideri, piccoli fallimenti. Perché anche l’interpretazione, come ogni altra attività, è un atto profondamente emotivo. Se i professori si scordano questa cosa tanto vale che cambino mestiere.
Dal tuo libro emerge un rapporto strettissimo fra la città di Roma e la cultura anglosassone, una relazione di fascinazione reciproca. Pensi che questa dinamica sia ancora esistente oggi? Si è modificata? Se sì, in che modo?
Roma assorbe e restituisce nel cambiamento. Gli artisti inglesi l’hanno sempre amata. Forse per questo suscitava in Joyce pensieri amari, perché lui è un irlandese, non un inglese.
Il rapporto con la cultura anglosassone è stato a lungo una forma di attrazione reciproca.
Oggi questa dinamica persiste, ma è mutata. Se prima c’era una tensione verso un altrove classico percepito come depositario di bellezza strana, fatiscente, ovvero eterna perché in eterno declino, oggi lo scambio è meno chiaro. Forse perché le identità sono più instabili. E forse anche più autoironiche.
Infine, una domanda leggera, che rivolgiamo sempre ai finalisti del Premio Bergamo: quale tratto del tuo libro pensi possa farlo vincere?
Joyce non ha mai vinto nulla in vita, figuriamoci se può farlo in morte. Ma se devo proprio scegliere un tratto del mio libro, sceglierei proprio questa ambiguità joyciana di fondo: il fatto che si muova tra registri diversi senza dichiararsi del tutto così che ognuno possa leggerlo come gli pare. Esistono livelli di lettura subliminali, legati alle lettere, ossia gli atomi del linguaggio, alle iniziali dei paragrafi, dei nomi, che nessuno ha ancora notato. E c’è pure un “errore volontario”, come dice proprio Joyce in Ulisse, ossia un “portale della scoperta”. Per questo A Beautiful Nothing non è un giallo, anche se ne usa i meccanismi. Con la differenza che non prevede una soluzione finale: stare tra le forme crea spazio per cose inattese, spero.








