Si conclude la presentazione dei libri finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2026. Gli incontri con gli autori si tengono alla Sala Galmozzi di Bergamo per cinque mercoledì di fila alle ore 18 e sono condotti dal nostro Giacomo Raccis: dopo Alcide Pierantozzi , Eugenio Baroncelli, Monica Pareschi e Rosa Matteucci, domani tocca a Enrico Terrinoni.

Leggendo il romanzo di Enrico Terrinoni, A Beautiful Nothing, viene da pensare che ogni opera letteraria merita un proprio metodo interpretativo. O, per lo meno, lo merita ogni autore. Terrinoni, studioso joyciano fra i più affermati in Italia e all’estero, ha dedicato la maggior parte della sua carriera allo studio del grande scrittore irlandese, di cui ha tradotto Ulysses (prima per Newton Compton, nel 2012, e poi per Bompiani, nel 2021), e a cui ha dedicato diversi articoli e saggi. L’ultimo di questi, Su tutti i vivi e i morti, uscito per Feltrinelli nel 2022, costituisce la controparte di questo romanzo: come quel primo libro ricostruisce un periodo della vita di Joyce fino a quel momento avvolto nell’ombra, ovvero il suo soggiorno romano tra il 1906 e il 1907, così A Beautiful Nothing segue le vicende di un gruppo di personaggi che indagano le tracce di quei mesi disseminate da Joyce (nel romanzo chiamato il Maestro) nelle sue opere. Ulisse, naturalmente, ma anche Finnegans Wake; il «libro del Giorno» e il «libro della Notte», come vengono definiti nel romanzo (e dalla critica), aderendo al gusto dei contrari che caratterizza lo stile di pensiero, prima che di scrittura, joyciano. È proprio per questo che il romanzo si configura, innanzitutto, come una narrativizzazione dell’approccio alla lettura dell’opera dell’irlandese; più in generale, si potrebbe avanzare l’ipotesi che il primo intento di Terrinoni, con questo libro, sia quello di mettere in scena un modo di avvicinarsi ai testi: nelle conversazioni fra i suoi protagonisti, a vario titolo appartenenti tutti al mondo accademico, emerge più volte una certa refrattarietà alla critica intesa come inseguimento di mode teoretiche. I personaggi – e Terrinoni stesso, come si evince dai suoi saggi – privilegiano invece un rapporto diretto col testo, e lavorano nella convinzione che il modo migliore di accostarsi alla letteratura è intenderla come uno strumento in relazione continua, vampiresca e simbolizzante con la vita.
I personaggi su cui si incentra il romanzo, si diceva, sono tutti accademici: il punto di vista varia più volte, soffermandosi ora sul Vecchio Professore, un docente che inizia alcuni studenti al mistero joyciano, ora su questi ultimi: uno di essi diverrà a sua volta professore, e si legherà sentimentalmente alla studentessa che fa parte del gruppo; il terzo è invece il Magiaro, un altro brillante studente donnaiolo. La vicenda ha due piani temporali espliciti, uno ambientato nel 1998, all’epoca in cui il Vecchio Professore teneva le sue ultime lezioni e gli studenti le seguivano, e l’altro nel 2016, con l’anziano protagonista ora morto, e gli altri tre che recuperano le informazioni e le ricerche a cui erano stati avviati. Il terzo piano temporale a cui gli altri due rimandano riguarda esattamente queste ricerche: come dicevamo, si concentrano sul periodo romano di Joyce, e il Vecchio Professore, in modo ondivago e seducente, lascia capire ai suoi studenti che al centro di quel soggiorno pare esserci la misteriosa scomparsa di una donna, esule irlandese a Roma come Joyce, che forse è stata la sua amante.
Le ricerche, interrotte nel 1998, riprendono nel 2016, con i protagonisti che colgono l’occasione per riflettere sulla traiettoria delle proprie esistenze, sul tempo trascorso, sulle loro crisi personali e relazionali. Su tutte queste vicende, e si direbbe su tutta Roma, aleggia il pesante spettro di Joyce e del mistero che, sosteneva il Vecchio Professore, l’autore ha sviscerato, scomposto e disseminato all’interno della sua opera. Il metodo critico messo in scena, incentrato sul rapporto vita-letteratura, con la seconda alimentata dalla prima, assume nel corso delle pagine l’aspetto di un vero e proprio thriller, con sfumature anche orrorifiche: incubi, apparizioni di teschi, persino l’integrazione, opportunamente rilavorata (lasciamo ai lettori scoprire come), della nota leggenda metropolitana dell’autostoppista fantasma. Ad aggiungere intrigo a intrigo, sui personaggi – in particolare sul professore più giovane – si stende presto l’ombra di una misteriosa istituzione ecclesiastica, presumibilmente colpevole della sparizione della donna.
La tendenza complotteggiante della trama è ulteriormente rafforzata da altri elementi: innanzitutto, le opere stesse di Joyce, che a causa della loro natura polimorfica e aperta si prestano alla ricerca di indizi, associazioni e sospetti; la patina di passato che ricopre il fatto, che gli fa assumere le sembianze di un vero e proprio cold case; la caratterizzazione dei personaggi, costantemente dediti al consumo alcolico, un’abitudine che alimenta la loro fantasia paranoica fino a scenari in cui si sentono inseguiti, braccati o comunque in pericolo. Il ritmo ben serrato della narrazione produce una lettura coinvolgente e leggera, mentre d’altra parte i continui rovelli ed enigmi che i testi joyciani pongono ai protagonisti rendono appassionante non solo la storia in sé, ma anche la figura di Joyce, il suo modo di lavorare e – come si diceva in apertura – il suo stesso stile di pensiero.
Fin qui il lato, per così dire, giallistico del romanzo, che si poggia anche sull’ambientazione romana, in cui la Capitale è trasfigurata in una città livida, misteriosa e minacciosa insieme, e il Tevere stesso assurge a simbolo dell’oscuro fluire degli eventi. Ma, a rimpolpare il versante della caratterizzazione dei personaggi, interviene anche il riferimento all’ambito accademico in cui tutto ciò si svolge: in alcuni momenti, soprattutto nel racconto delle lezioni o delle uscite universitarie, o nei passaggi in cui si rievoca la gioventù dei protagonisti, il romanzo sembra anche debitore di un certo modo di intendere gli academic novel (per la centralità ricoperta dalla ricerca universitaria, per quanto peculiare) o addirittura i campus novel, se si vuole intendere la Trastevere da fuorisede, prima che sopraggiungesse la turistificazione, come un enorme campus a cielo aperto.
E ancora, vanno citati gli intrecci e gli interessi di Joyce verso l’occultismo, la sua antipatia verso il potere ecclesiastico e quello temporale, le sue tendenze socialiste, a complicare ulteriormente il quadro in cui i personaggi sono costretti a muoversi e decifrare i segni disseminati tra Ulisse e Finnegans Wake: una trama, quella che sembrano ricostruire, che si infittisce sempre più, anche perché Terrinoni – in ciò seguendo appunto Joyce – gioca le sue carte per giustapposizione di elementi contrari che, anziché opporsi, paiono invece completarsi a vicenda.
È sempre difficile misurare le ambizioni letterarie di libri, come A Beautiful Nothing, che devono così tanto a una produzione saggistica intensa e meritoria come quella di Terrinoni. In ogni caso, se tra gli obiettivi che l’autore si era prefissato con questo romanzo c’è quello di dilettare i lettori facendoli appassionare a Joyce attraverso una storia trascinante, allora il bersaglio appare centrato: a lettura ultimata, infatti, A Beautiful Nothing lascia in chi lo legge il desiderio di aprire ancora Ulisse o Finnegans Wake o Gente di Dublino, e mettersi a sua volta a cercare di tracciare i segni di morti, complotti, misteri; ma soprattutto, instilla la voglia di abbandonarsi alle pagine joyciane, e seguirlo nelle sue associazioni e nel grande tentativo di trasfigurare la vita in letteratura – capendo come, in ciò, l’esistenza stessa è riscattata e pacificata.

Enrico Terrinoni, A Beautiful Nothing, Atlantide, Roma 2024, 288 pp. 18,50€








