Se fino al secolo scorso, come dicevamo, il soggetto letterario, produttore o produttrice di versi e/o di prosa, risultava investito di una certa aura sacrale, mistica, quasi divinatoria – in quanto membro di quella società superiore, intellettuale –, oggi ci appare sempre più evidente – salvo casi eccezionali – come questa figura, in particolar modo quella poetica, sia quasi-scomparsa dall’immaginario della persona comune. Persino per i più romantici, questa fantasmatica e nostalgica presenza nel mondo del/della poeta, non rappresenta che un puro e semplice anacronismo, oramai quasi del tutto scaricato anche del suo più antico e regale fascino. È a tal proposito che abbiamo deciso quindi di intervistarti, per ridare corpo e forse speranza alla figura dello/della scrittore o scrittrice di testi poetici.
CAPITOLO I. lavoro e privato
FC: Innanzitutto, in questi ultimi, ultimissimi anni, spulciando varie biografie di giovani poeti/e italiani/e, si nota come sempre più scrittori e scrittrici si trovino a svolgere il ruolo dell’insegnante. Facendo anche tu parte di questo folto gruppo di persone, a cosa attribuisci questa similitudine lavorativa in chi scrive? È un bene o un male? Come mai sembra che i/le poeti/e non possano fare altro?
CA: Amando la letteratura e desiderando studiarla, molti giovani poeti italiani hanno intrapreso studi letterari che, spesso per mancanza di altri sbocchi, conducono all’insegnamento. Oggigiorno è molto difficile, a meno che non si intraprendano percorsi all’estero, o si abbia qualche specializzazione particolare che consenta un’occupazione lavorativa diversa, intraprendere un percorso che non sia quello dell’insegnamento. Personalmente, ricordo di aver deciso di frequentare la facoltà di Lettere per amore stesso della letteratura e non con l’intento di insegnare, mestiere che poi è venuto da sé. Nel mondo della scuola di oggi sembra che sia venuto sempre più meno la figura del docente intellettuale, amante delle lettere e di tutto l’universo (storico, filosofico, estetico, etc…) che ruota loro intorno. Oggi l’insegnante risponde per di più all’idea di un pedagogista-psicologo che ha a cuore più le metodologie, la didattica che non i contenuti.
Nel mio caso, la passione per la letteratura è prioritaria rispetto all’insegnamento nella misura in cui quest’ultimo si alimenta a partire dalla prima e grazie ad essa cresce, evolve, si interroga. Ciò, tuttavia, non vuol dire svolgere con noncuranza o poca partecipazione un lavoro che reputo importantissimo, bensì partire e procedere dalla consapevolezza che il come si insegna non può e non deve precedere, il cosa si insegna dal momento che il primo dipende indissolubilmente dal secondo.
Ciò che ne consegue è uno straniamento, per l’insegnante-poeta, rispetto alla scuola in cui si trova ad insegnare dal momento che si affaccia sull’universo scuola che è ormai molto distante dalla formazione dell’insegnante stesso e dall’idea di una letteratura come lettura, scoperta, studio.
FC: Potrebbe secondo te essere problematico per la produzione letteraria, in particolar modo per quanto concerne quella poetica, che la maggior parte di chi scrive e pubblica in Italia si trovi più o meno sfacciatamente dentro quelle stesse istituzioni demandate a produrre la critica della produzione letteraria e/o a giudicarne la cosiddetta qualità, decidendo persino – anche in base a una certa rete di contatti – ciò che merita maggiore esposizione sugli scaffali delle librerie?
CA: La questione è molto complessa e non generalizzabile; tuttavia, vediamo come si assiste a questo circuito ricorsivo e circolare: chi pubblica è spesso parte della critica letteraria, giudica, commenta, seleziona. Ciò vuol dire che si tratta di un mondo relativamente ristretto nel quale essere inseriti in una rete di contatti ha la sua importanza e peculiarità. In parte il fenomeno è dovuto anche al fatto che si assiste a una sempre maggiore corrispondenza tra accademia e mondo della poesia e al fatto che quest’ultima sta divenendo un qualcosa di sempre più specialistico a cui poco spesso si interessa il mondo al di fuori dell’accademia. Ne consegue che la poesia è maneggiata da specialisti, che spesso sono, quasi esclusivamente, i pochi che se ne interessano. Il fatto di produrre critica ed essere poeti non è in sé un qualcosa di negativo, anzi… I problemi sorgono, invece, quando questo fenomeno si chiude in sé stesso lasciando da parte tutto ciò che non è all’interno dell’accademia o all’interno di un certo circuito che comunque vi orbita e vi sta dentro.
La poesia dovrebbe comprendere tutto questo, ma non esclusivamente. I circuiti rischiano una chiusura e un collasso in sé stessi oltre che una certa asfissia che si traduce in più o meno implicite scuole di gusto che ricorrono nelle stesse riviste, blog, presentazioni, etc…
Ciò che ne consegue è ovviamente che i vari premi di letteratura, le varie riviste siano spesso impermeabili a qualcosa che va in direzione contraria, opposta, divergente rispetto a quanto di abituale e già noto la critica ha sotto gli occhi.
FC: Passando invece a altra questione, riflettendo sulla tua posizione sociale di insegnante nelle scuole. Come ti vivi il lavoro in rapporto a ciò che fai al di fuori delle mura scolastiche?
CA: Una volta il mestiere di insegnante ben si conciliava con il mestiere di poeta nella misura in cui la figura del primo coincideva con quello dell’intellettuale, con la persona esperta di letteratura. Ora noto e vivo una certa distanza e discrepanza tra il mio lavoro di insegnante e la mia vita al di fuori dalle mure scolastiche: la troppa burocratizzazione del sistema scuola e un insieme di compiti aggiuntivi per la figura del docente, a tratti, oscilla tra il surreale e lo straniamento nella misura in cui l’insegnante non si riconosce più nel proprio ruolo, bensì, come prima dicevamo, in una sorta di tutore-psicologo. Ora si potrebbe molto discutere e problematizzare con le dovute relativizzazioni sul cosiddetto ruolo, ed è chiaro che nessuno qui vuole darne una definizione netta e immobile per pietrificarlo. Tuttavia, ogni volta che mi accingo ad affrontare un percorso di abilitazione per insegnanti, un concorso per “divenire docente”, avverto una sorta di straniamento e un sentirmi fuori luogo rispetto a quello che ho studiato, che voglio comunicare, rispetto alla ragione per la quale sono in aula: comunicare la letteratura, dispiegarla, interrogarla a partire dai testi e in relazione con una classe di studenti che attendono una visione, un messaggio, delle idee. Invece, in questa società del profitto, mi trovo in difficoltà ogni volta che, varcando la soglia di ogni scuola, si parla di prodotti dell’apprendimento, di competenze, di centralità dello studente: la scuola sembra divenuta un’azienda, con le sue logiche produttive in cui il sapere è sempre al servizio di qualcosa. Anche sulla centralità dello studente sarei abbastanza critica: ogni volta che insegno mi pongo sempre nell’ottica di far comprendere al meglio ciò che spiego ai miei studenti. Quindi è chiaro, interrogarsi sulla didattica è fondamentale nel mio mestiere. Tuttavia mi chiedo: perché porre al centro lo studente? Perché piuttosto non dedicargli la giusta attenzione e centrare piuttosto il problema letterario nel suo insieme con le conseguenti strategie didattiche ad esso connesse?
Mi capita spesso, dopo un’intensa giornata scolastica, nauseata da tutte le prassi burocratiche affrontate, di trovar rifugio nella lettura di un libro, estraniandomi da tutto ciò che rischia di congelare la bellezza dello studio, della letteratura e della scrittura stessa.
Senza contare che, in questa catena di montaggio in cui si è inseriti, poco importa se si è tanto studiato, pubblicato in relazione alla letteratura (e qui faccio anche riferimento a saggi ed articoli), bensì se, in modo omologato rispetto a una massa, abbiamo conseguito un titolo informatico, linguistico, uno di quei tanti agognati master da inserire nel nostro curriculum di insegnanti-imprenditori.
FC: Al di là dello stipendio, cosa è importante per te nel lavoro che fai? Reputi che il tuo lavoro sia in qualche modo utile a qualcosa o a qualcuno?
CA: Credo molto nel lavoro che faccio nonostante sia stato, negli ultimi anni e negli ultimi tempi, profondamente maltrattato dallo stesso sistema-scuola, nonostante si chieda a un insegnante, che ha già superato dei concorsi e che insegna da diverso tempo, di frequentare assurdi e costosissimi corsi di abilitazione dove a rimetterci, economicamente e psicologicamente, sono gli insegnanti stessi. Continuo a credere nell’insegnamento nonostante questi corsi abilitanti siano altamente inutili e surreali (dal momento che l’insegnante ne maneggia i contenuti già da diverso tempo) e privi di alcuno spessore culturale. Nonostante ciò e molto altro di scandalisticamente connesso all’insegnamento, reputo che le materie che insegno siano fondamentali per la formazione degli studenti al di là di ogni utilità finalizzata alla produttività sopra esposta. Detto ciò, cosa vuol dire utilità? Molte potrebbero essere le risposte. La letteratura è utile nella misura in cui apra a prospettive diverse, a modi diversi di vedere, interiorizzare, essere in relazione-con-il-mondo. La letteratura apre al mondo e lo trascrive nei caratteri che la poesia e la prosa possiedono; questa trascrizione è fatta per essere comunicata, esperita, trasfigurata oltre la sua trascrizione: ogni volta che un insegnante spiega, si dispiegano figure che ermeneuticamente, derivano da altre figure che incontriamo ogni volta che ci relazioniamo con il testo, perché insegnare e sentire la letteratura vuol dire fare esperienza non tanto del testo, che comporta un esperienza passiva, bensì con[1] il testo, proprio perché, in tal modo, i poli della relazione (lettore e testo) si scambiano e si con-fondono tra loro.
La poesia altro non è pertanto che traduzione di visioni, di idee, di oggetti che, nella collocazione del verso, assumono altre forme, colori, sfocature di senso: ed è proprio questo atteggiamento di ricerca delle sfocature che oggi sembra essere venuto meno nelle scuole. Qualche anno fa scrissi un breve saggio che, dal titolo, poteva risultare strano, Per un’estetica della parola, un’apologia dell’analisi logica, il cui intendo era quello di ridare priorità al valore estetico della parola poetica attraverso una pratica vecchia e oggi ritenuta pressoché inutile da molti intellettuali che la vedono superata da modelli come quello della grammatica valenziale. Può una pratica grammaticale considerata ormai noiosa, quale quella dell’analisi logica, aprire all’estetica della parola, alla bellezza e, di conseguenza, anche alla poesia? Il mio studio verteva proprio su questo e sulla necessità di cogliere le contraddizioni che esistono nella semantica e nella relazione di senso che lega le parole. Come si può praticare la poesia e prima ancora leggerla se non si colgono quei sottili legami che ri-leganole parole nel testo?
Insegnare e leggere poesia oggi potrebbe proprio poter essere la ricerca della sfocatura che abbiamo perduto nel nostro osservare.
[1] A tal proposito, si veda la differenza tra “esperienza-con” ed “esperienza-di” dal punto di vista fenomenologico, illustrata da G. Matteucci in “Estetica e natura umana, La mente estesa tra percezione, emozione ed espressione”, Carocci, Roma, 2019.

CAPITOLO II. educazione e crescita
FC: Quali sono le tue paure più grandi? Come le affronti o non le affronti?
CA: Più che di paure parlerei di dispiaceri, delusioni. Un grande dispiacere sarebbe se questo sistema-scuola-azienda, di cui ho parlato, peggiorasse nei suoi eccessi e non vi fosse più spazio per la letteratura a scuola. Una grande delusione sarebbe se la retorica asfittica della scuola delle competenze prendesse il sopravvento, con la sua logica di mercato, su ciò che di bello rimane di tanto in tanto a scuola: fare lezione. Una grande delusione sarebbe (e in parte lo è) se della scuola non rimanesse altro che un affollato teatro dove psicologi, pedagogisti e figure più o meno imprecisate, prendessero il sopravvento in un sistema che va sempre più a rotoli, che sminuisce ogni forma di sapere per rimanere in una sorta di limbo superficiale dove, con parole confuse da una parte, e con un nozionismo vuoto dall’altro, si cercasse di sostituire le discipline e, nel caso qua specifico, la letteratura, con lezioni più o meno retoriche e senza spessore sulle emozioni, etc…
Non sarebbe forse meglio, per il bene di tutti, che ognuno riscoprisse la dimensione emozionale che lo caratterizza a partire da uno studio serio della letteratura non strumentalizzato e piegato ad alcuna esigenza alcuna?
FC: Quanto di quello che fai fuori dalla dimensione lavorativa emerge in classe? Hai mai parlato di poesia contemporanea? Del tuo percorso poetico o di quello di altri/e amici o amiche e colleghi/e del mondo poetico? Come è andata?
CA: Ogni volta che mi accingo a introdurre il macroargomento poesia alla classe, parto sempre da una bellissima e ormai vecchia lezione di Magrelli “La poesia spiegata ai ragazzi” in cui il poeta, con una chiarezza espressiva fuori dal comune, spiega ai ragazzi cos’è la poesia. Quindi, sì, generalmente, a spiegare di poesia si parte, da programmazione canonica, all’inizio del secondo anno di liceo e tale insegnamento presenta più un aspetto laboratoriale a causa della sua continua interazione con i testi che, di volta in volta, vengono decostruiti e interpretati. Detto ciò, sorge spontanea la domanda: sono sufficientemente maturi gli studenti di quindici anni per leggere e affrontare la poesia?
Paradossalmente, sono più inclini a entrare in relazione con i poeti, compresi quelli contemporanei, gli studenti del primo biennio che quelli del triennio; ciò avviene forse perché il momento in cui lo studente si accinge ad entrare nell’orbita dell’universo poetico lo fa senza sovrastrutture letterarie e si accinge ad entrare in relazione con la letteratura direttamente con il testo o, faremo meglio a dire, con i testi. Con l’iniziare del triennio, invece, lo studente si trova a interagire con la storia della letteratura che consente di inquadrare la letteratura nella sua tradizione ed evoluzione storica. Tuttavia, se lo studente non viene introdotto nel biennio a un approccio diretto e non necessariamente storicistico della disciplina letteraria, ciò che ne consegue è una certa rigidità verso il testo, specie quello poetico che verrà poi interpretato e letto meccanicamente, senza alcuna apertura.
Personalmente, non ho mai parlato ai miei studenti della mia opera poetica, ma ho preferito far riferimento a quella di altri poeti contemporanei che oggi sono, in un certo qual modo, dei classici: Magrelli, Cucchi, Valduga, De Angelis, Frasca. Mi è anche capitato di citare contemporanei non “classici”, tuttavia con più cautela e più selezione visto il vastissimo panorama che la contemporaneità ci offre e considerando anche le poche ore a disposizione interrotte da moltissime attività didattiche.
Credo che la mia dimensione di scrittrice di versi emerga indirettamente a partire dall’approccio con cui mi accingo a interagire con i testi che propongo loro. Per un insegnante, insegnare la poesia senza sentire la poesia e provare a scriverla, è un qualcosa che i più brillanti degli studenti avvertono. Sicuramente, al di là del mio sembrare a volte loro stravagante, gli studenti avvertono il mio forte sentimento per tutto ciò che ha a che fare con il mondo poetico.
FC: Avverti una stranezza, una quasi-ambivalenza nella tua vita personale? Cerchi di tenere il più possibile divisi questi due piani della tua vita o, al contrario, cerchi di unirli quando ce n’è occasione?
CA: L’ambivalenza è molto forte e spesso crea un certo disagio, non perché io mi riconosca poeta, bensì perché avverto un certo distacco tra la mia formazione letteraria, il desiderio di produrre poesia che è sempre spontaneo e mai dettato da forzature, e il lavoro che quotidianamente svolgo che, come dicevo, è molto burocratizzato. A scuola si dà pochissimo spazio alla poesia, specie quella contemporanea e anche molti docenti di lettere sembrano spesso ignorare il tutto. Si può cercare di unire passione per la poesia e insegnamento insegnando poesia e comunicando quella che è la nostra curiosità, percezione e visione verso questa straordinaria forma d’arte. Non a caso dico visione, percezione dal momento che reputo queste parole fondamentali: la poesia non è solo oggetto di studio, di letteratura; con la poesia si entra in relazione: poesia è percezione, le parole consentono di creare e riformulare in una logica del tutto nuova. Heideggerianamente possiamo dire che la poesia crea mondi e ne riformula la simbologia attraverso paradigmi del tutto nuovi.
Separare la propria dimensione della poesia dalla dimensione dell’insegnamento non è possibile: quando si osserva un testo per proporlo ai ragazzi, involontariamente si ricade in un sentimento della poesia e per la poesia che è, nel mio caso, lo stesso che quotidianamente provo nel mio spazio di letture private e piacere letterario che da esse deriva.

CAPITOLO III. cattivi e buoni maestri
FC: Ti reputi un/una buon/a insegnante? Che differenze trovi tra fare l’insegnante e fare il/la maestro/a, inteso qui nel senso più largo del termine in ambito scolastico?
CA: È difficile valutare il proprio operato, anche se oggi si parla e si scrive molto, forse si abusa, del termine “autovalutazione”. Per comprendere cosa si voglia dire con buon insegnante, bisognerebbe considerare in base a quale paradigma si afferma ciò: se pensiamo alla malridotta scuola delle competenze, alla logica produttiva di mercato in cui la scuola è immessa, allora, visto il mio disinteresse verso tutto questo, potrei affermare che sono una cattiva, anzi pessima insegnante. Se si inquadra il problema dell’insegnamento in un’ottica molto diversa e coincidente con quella prima esposta, allora potrei dire che ho qualche possibilità di riuscita e parlo non a caso di possibilità dal momento che tale lavoro, al di là dei contenuti, si basa anche molto sulla comunicazione e sulla relazione con gli studenti, relazione della quale non è ormai sempre facile trovare la chiave visti i problemi educativi che la scuola si trova ad affrontare oggi.
Il termine maestro oggi è molto problematico da utilizzare forse perché dei maestri non si sente più il bisogno e, di conseguenza, ne è calato il carisma. Come può un maestro, un portatore di un qualche valore culturale, agire in un mondo che ne disprezza in astratto la stessa figura? Forse, per avere dei maestri, bisognerebbe anche lasciar loro un po’ di spazio che invece, oggi, pare loro completamente sottratto. Negli anni ’80, la Rai trasmetteva “Poeti in gara” e la gente aveva così modo di interagire con la poesia contemporanea, oggi una cosa del genere sarebbe impensabile: l’audience non sarebbe soddisfatta.
Oggi è più facile trovare insegnanti che maestri che indicano, illuminano sentieri da percorrere con un carisma che, ormai, pare dimenticato.
FC: Esistono invece, secondo te, i/le maestri/e in ambito poetico? Ti è capito di incontrarli/le e/o di porti tu in quest’ottica con qualcuno/a?
CA: Sì, nella mia formazione è stato fondamentale lo studio e la lettura di alcuni poeti che sono divenuti per me dei maestri. Ho frequentato il liceo classico a Corleone e, in occasione di una serie di incontri, ho avuto la possibilità di incontrare poeti come Anedda e De Angelis. Per incontrato non intendo dialogato privatamente con loro (cosa che sarebbe stata impossibile visto il vasto pubblico e la mia timidezza), bensì ascoltati in occasione di alcune lezioni molto belle sulla poesia. La loro voce è stata per me decisiva poiché è stata la prima e vera esperienza con il contemporaneo. Ricordo di avere molto apprezzato le loro parole che non si sono piegate alle esigenze degli studenti, secondo l’ottica prima citata in base alla quale lo studente è sempre il centro della relazione, bensì ricordo un’interazione bella e di alto spessore letterario con un pubblico di liceali, delle lezioni che miravano a porre al centro né noi, né loro stessi, bensì la poesia mai banalizzata e da loro resa bella e profonda più che mai. Dopodiché, gli altri grandi maestri li ho incontrati leggendo, studiando, entrando in relazione con i loro testi, solo per citarne tre: Magrelli, Frasca, Valduga, etc…
In ambito poetico, sì, posso dire che esistono dei maestri, ma la loro, più che una voce appare come un’eco che mi ha accompagnata durante la stesura dei miei versi, quasi fosse il loro un suono interiore che è stato assimilato indirettamente nella cadenza dei miei versi.
[…]
FC: Per quanto ti riguarda invece ti è capitato più spesso di incontrare buoni o cattivi maestri/e? E come ha influenzato la tua vita questa cosa?
CA: I cattivi maestri li ho sempre, per mia indole, scordati o evitati, tanto da non conservarne più quasi il ricordo. I buoni maestri, di cui ho appena detto sopra, hanno implicitamente influenzato la mia scrittura come se la loro eco impregnasse il tessuto di cui è costituita la trama dei versi che, nel tempo, ho composto. Certo che un buon maestro influenza la nostra vita, così come un buon docente a scuola: sta a noi poi metterci in ascolto e questo non è scontato. Spesso, nell’ambito scolastico, si pensa al rapporto tra studente e docente come un qualcosa di unidirezionale nella misura in cui è il docente che deve risvegliare la passione per lo studio nello studente, etc… In realtà, non si considera che il docente è un essere umano con la sua sensibilità che ha bisogno di essere stimolata, ascoltata: si tratta appunto di una relazione dove interagiscono due poli, non uno.

CAPITOLO IV. pubblico e politico
FC: Che valore ha per te il politico (orientamento)? Che differenza poni rispetto alla politica (posizionamento)? Ritieni di essere trasparente nella tua appartenenza a entrambi questi aspetti in classe come nella vita?
CA: L’orientamento politico ha la sua importanza nella misura in cui è il modo in cui il cittadino percepisce la società in cui è inserito e le modalità con cui crede di poter stare al meglio in questa regolamentandola. Detto ciò, l’orientamento politico è un’astrazione che trova o dovrebbe trovare il suo contingente nel posizionamento politico. Tuttavia, questa perfetta corrispondenza, per vari motivi, non si ha e ciò rappresenta sì una contraddizione, ma anche l’indice della complessità della società in cui viviamo.
Ritengo di essere trasparente una volta chiarito quanto appena esposto: il fatto che l’orientamento politico non sia necessariamente del tutto coincidente con il posizionamento, il fatto che il primo ispiri e guidi la nostra posizione politica, non si traduce in contraddizione, bensì nel prendere atto della complessità del reale e come il pensiero orienti le posizioni senza tuttavia ingabbiarle in modo rigido.
Sono convinta che il personale sia politico. Come dicevo prima, la mia posizione è trasparente ed emerge ogni qualvolta sia necessario apportare una critica a quelle implicazioni sociali e culturali i cui effetti non sono solo individuali e isolati ma collettivi e ancora troppo diffusi.
FC: Concludendo, ci tornano ora in mente alcuni versi del poeta che recitano: «Io non dico il privato è politico / dicoanche il privato è politico». Ecco, da questo punto di vista, è mai emerso nel tuo lavoro o in altre sedi un certo indirizzo politico? Senti che il tuo privato sia in qualche modo anche politico?
CA: È indubbiamente vero che i problemi, i vissuti del singolo non sono solo espressione di un’individualità, ma sono specchio di una collettività, di una società di cui il singolo è al contempo la parte nell’insieme e “insieme” nel suo essere parte che entra in relazione con la società di cui fa parte che è sempre, appunto, relazione, realtà interconnessa e dinamica. Quindi è chiaro che, in una certa misura, anche il privato diviene politico, dal momento che non esistono individualità a sé stanti, bensì comunità organizzate e governate secondo dei principi e delle direttive. Tuttavia, se ritengo vero ciò che ho appena affermato, allo stesso tempo non ritengo che tutto il privato è politico. Qui bisognerebbe partire dal concetto di privato e provare ad allargare un po’ la prospettiva accorgendoci come questo sia un cristallo dalle molte facce che contiene al suo interno tante dimensioni molto diverse tra loro: se anche il privato può essere politico, non è detto che questo sia esclusivamente tale.
Il fatto di porre la nostra singola individualità in società non vuol dire negare che vi sia una dimensione anche altra, una dimensione molto intima che ha a che fare con lo spirito e che, per sua natura, tende ad evadere da questo mondo: ciò non vuol dire ovviamente essere inattivi civicamente, politicamente, socialmente, bensì dare ascolto a una dimensione spirituale che, per qualche strana ragione, almeno nel mio caso, sembra eclissarsi, andare oltre, avere bisogno di una nicchia interna, che risponde a logiche altre o, forse, farei meglio a dire a dimensioni e linguaggi altri che si astraggono dal paesaggio socio-politico in cui sono e siamo immersi. Il mio privato, come quello di molti altri esseri umani, è pertanto politico nella misura in cui sento di appartenere, nel caso specifico di cui stiamo parlando, al corpo insegnanti per lo più precari, i cui diritti sono, nella maggior parte dei casi, calpestati: allora è chiaro che la mia individualità diviene noi, si fa sentimento sociale e comunità. Chiaramente il privato che si fa politico è anche ciò che direttamente non ci coinvolge, ma per cui decidiamo di farci sentire, sollevare la voce, perché anche se i diritti degli altri non sono i nostri, sono diritti di altri esseri umani con cui direttamente o indirettamente siamo in relazione.
Nel mio lavoro, quindi, è capitato che io abbia sentito la mia individualità e l’individualità di altri dentro il politico come se vi fosse contenuta, legata, a tratti reclusa e schiacciata; tuttavia, nella mia relazione con gli studenti, il mio orientamento politico non è mai emerso se non indirettamente secondo quella logica che sostiene che non si può non comunicare. Ciò perché, convinta che la scuola debba stimolare la riflessione sul politico (e non solo), preferisco dare loro strumenti concettuali e riferimenti di letture, a volte anche contrastanti, affinché possano, autonomamente, formulare lo scheletro della loro privata visione politica.
Tuttavia non dobbiamo dimenticare che il privato è anche altro e di ciò non dobbiamo affatto vergognarcene…
FC:Pensi altresì che il privato debba assumere o assume già per te una posizione sul piano politico? Ritieni che l’esposizione politica debba trapelare maggiormente nel pubblico (qui inteso come il poetare e tutto ciò che ne ruota intorno) piuttosto che nel privato (qui inteso come il lavoro di insegnante, poiché mediaticamente meno esposto)?
CA: Dopo aver risposto al primo punto di questa lunga domanda, posso dire che non credo che l’esposizione politica debba necessariamente trapelare maggiormente nell’atto del poetare e in tutta quella che è la dimensione della poesia ad esso connessa. Ciò che non condivido è proprio il verbo utilizzato (debba) come se il poeta fosse obbligato a far trapelare, attraverso i propri versi, il politico. Credo profondamente nella libertà della poesia, nella sua facoltà espressiva e come tutto ciò che orbita intorno alla nostra esperienza di esseri umani sia poetabile: il poeta non deve esprimere qualcosa, il poeta desidera profondamente esprimere qualcosa e, solamente quando l’esigenza che guida l’espressione artistica è fortemente sentita che l’esperienza del suo poetare è, per dirla con le parole di J. Dewey, perfezionata, portata a compimento[1], distesa attraverso e nel verso sulla pagina. Tutto ciò che non è sentito come parola da esprimere fino al suo perfezionamento, resta come informe e rischia di cadere nella banalità del poetare. Insisto su questo perfezionamento nella misura in cui, leggendo versi su versi, a volte mi capita di sentire che la parola non ha trovato la sua opportuna distensione sulla pagina, non è stata opportunamente situazionata in quella che è l’atmosfera del testo subendo delle forzature o, spesso, finendo con l’essere appena un accenno merlato di un testo.
La parola che è stata perfezionata è la parola che ha saturato tutta la sua facoltà espressiva nell’orchestrazione del testo situazionandosi all’interno di questo nell’esatta posizione che determina l’equilibrio dell’intero. Detto ciò, qualunque esigenza espressiva è sentita dal poeta e può essere di natura politica, filosofica, esistenziale, ecc…
La poesia che, a tutti costi, anche senza una vera ispirazione, vuole essere politica non è tale. Nel mio caso, la mia personale sensibilità poetica è al momento lontana dal politico dal momento che non ne sento l’esigenza espressiva in versi. Ciò non toglie che in passato mi sono molto occupata, scrivendo per periodici online antimafia, di temi delicati e civicamente impegnati come quelli della legalità. Tuttavia, ho sempre tenuto molto distinte le due cose: la dimensione metafisica della mia esistenza e dei luoghi che mi stanno intorno, è un’esperienza fatta di versi, com’è accaduto con la scrittura di Rilegature veneziane, la dimensione politica-civica della mia vita è avvenuta, invece, in prosa nella forma dell’articolo di giornale o, se vogliamo essere più specifici, in cabina elettorale.
Relativamente invece al fatto che il mestiere di insegnante sia mediaticamente meno esposto non sono d’accordo. Oggigiorno qualsiasi cosa un insegnante faccia fuori dalla visione ordinaria del suo ruolo, è immediatamente oggetto di attenzione sociale, il più delle volte negativamente parlando. Diciamo che sento molto più pubblica la mia figura nella misura in cui insegno che nella misura in cui scrivo versi, considerando anche il fatto che i poeti, qualora dovessi far parte di questa categoria, difficilmente hanno un pubblico che li ascolta.
[1] Relativamente al concetto di esperienza secondo Dewey, si cita qui il suo Arte come esperienza , a cura di G. Matteucci, Aestetica, Palermo: 61,66: «In contrasto con tale esperienza, facciamo una esperienza quando il materiale esperito porta a compimento il proprio percorso. Allora e soltanto allora esso è integrato e delimitato da altre esperienze entro il flusso generale dell’esperienza […] Ho sottolineato il fatto che ogni esperienza completa si muove verso una conclusione, verso una fine, in quanto essa cessa solo quando le energie attive al suo interno hanno svolto la propria opera»

CAPITOLO V. sì o no
Ulteriori domande rappresenteranno il 5° e ultimo capitolo di quest’intervista. Riprendendo la struttura proposta da Pasolini in Comizi d’amore, sostituiremo al tema del sesso la tematica della poesia. Ti verrà quindi chiesto di rispondere e/o commentare quanto più brevemente alle seguenti affermazioni. [è gradito anche un semplice SI o NO]:
Schifo o pietà?
la poesia come schifo? Certamente, partendo dall’ottica che tutto è poetabile, la poesia può esprimere, in base alla sensibilità di chi la scrive, un sentimento di schifo verso il contemporaneo in cui è inserita. La poesia può anche essere indignazione e usare strumenti quali quelli dell’invettiva o dell’ironia.
la poesia come pietà? Opzione sempre valida per la stessa ragione sopra esposta: la poesia può, con la particolare spiritualità che la caratterizza, essere soggetto di pietà, specie quando si interroga sulla fragilità e la complessità dell’umano.
La vera Letteratura?
la poesia come sesso? Un argomento poetabile come tanti altri.
la poesia come hobby? Possibile, come no; per quel che mi riguarda, la poesia quella intensa che si sente il bisogno di esprimere non è un hobby, bensì un’esigenza dello spirito, un’esigenza espressiva. La poesia come hobby può essere praticata, ma non raggiungerà mai la forza espressiva che deriva dalla vita stessa di cui si fa esperienza e che la intride profondamente.
la poesia come onore? Possibilità come altre a cui non mi sento affine.
la poesia come successo? Su questo punto sarei molto scettica oltre che contraria: è evidente che non si scrive per il successo, tuttavia è anche vero che, anche se molto raramente, può capitare di avere successo e certamente ciò non costituisce una colpa. Tuttavia, se si osserva il successo nell’ottica della breve e complessa esistenza in cui siamo immersi, ciò ci sembrerà ridicolo se commisurato alle intricate relazioni di cui siamo fatti e alla profondità che vi è dentro ogni essere umano, nonché anche poeta: il successo, in questa visione di senso, appare ridicolo.
la poesia come piacere? Direi prima di tutto come piacere: la parte più interessante della stesura di una poesia è il piacere estetico stesso che deriva dall’atto dello scrivere, la spirale di creatività in cui si è inseriti che pare derivare da una matrice spirituale, in cui la regola e il ritmo si con-fondono con una voce che pare provenire dall’esterno, dallo spirituale.
la poesia come dovere? Direi che non si scrive poesia perché lo si deve fare: la poesia è per me un’esigenza spirituale; ciò non vuol dire, come prima sottolineavo, che non possa essa avere alcun valore civico, ciò dipende dalla voce del singolo poeta e dalle sue esigenze espressive e comunicative. Ciò non significa che il poeta non debba occuparsi della società, bensì che non debba farlo necessariamente con i versi, ma agire civicamente come qualsiasi altro cittadino.








