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Home Interviste

#PremioBg26 – Due parole con Monica Pareschi

Michele FarinadiMichele Farina
20 Aprile 2026
in Interviste, Letterature, Premio Bergamo
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#PremioBg26 – Due parole con Monica Pareschi

In attesa della cerimonia di premiazione della XLI edizione del Premio Narrativa Bergamo, che si terrà sabato 25 aprile alle ore 18 all’interno della Fiera dei Librai di Bergamo, proponiamo delle brevi interviste con i cinque autori finalisti. Dopo Eugenio Baroncelli, Rosa Matteucci ed Enrico Terrinoni, tocca oggi a Monica Pareschi, in cinquina con Inverness (Polidoro 2024).


Inverness è un libro in cui l’arte del racconto è praticata con misure e forme diverse. Di solito le raccolte di racconti possono nascere come accumulo di materiale occasionale, che viene amalgamato in un secondo momento, o come progetto autoriale forte, che può dettare la stesura di racconti subordinati a un’atmosfera dominante. Quale è la storia dei racconti di Inverness? Com’è nato questo libro e come è cambiato nel tempo?

Sono racconti nati in un arco di tempo piuttosto lungo, scritti inizialmente senza un progetto unitario. Solo a seguito di una richiesta da parte di Orazio Labbate, alla fine del 2022, quando lui stava mettendo insieme il progetto di Interzona, sono tornata sul materiale che avevo a disposizione. Ho individuato un filo rosso tematico e una sorta di temperie comune a un certo numero di storie che ho selezionato e a cui sono tornata a lavorare in vista di una pubblicazione. Gli ultimi due racconti li ho scritti in seguito, quando ormai si delineava la fisionomia del libro. E sono racconti, in particolare l’ultimo, che dà il titolo alla raccolta, di respiro narrativo più ampio, quasi dei microromanzi: Inverness potrebbe essere forse considerato una novelette. Forse è la direzione che prenderà la mia narrativa futura. Non penso tanto al romanzo classico quanto, forse, al racconto lungo, la novelette appunto, o la novella di ambito anglosassone.

Quali sono secondo te i fili rossi simbolici e tematici che attraversano tutta la raccolta? È un problema che ti sei posta nella scrittura di questo libro o è un intreccio maturato spontaneamente? 

I motivi che mi sembrano ricorrenti nelle mie storie sono quelli del desiderio, della paura e del disagio. Anche una certa violenza, che spesso non è agita ma solo immaginata, o possibile, un desiderio di sopraffazione – o la paura di esserne vittime  – che sottende a tutti i rapporti, amorosi o amicali che siano. Soprattutto il disagio, che mi porta verso una scrittura in cui il corpo è al centro, laddove la psiche è confusa, le emozioni mute o inespresse. Come dicevo i racconti hanno perlopiù una genesi indipendente da un progetto editoriale, la loro unità è qualcosa che ho riconosciuto a posteriori e che ha stupito me in primo luogo. Evidentemente ho lavorato per molto tempo su nuclei narrativi primari, forse anche su certe ossessioni – la mia è una scrittura che cerca il dettaglio, quindi l’ossessione c’entra sicuramente, e con ogni probabilità è anche il motore della scrittura – che poi hanno dato vita a una raccolta piuttosto coesa, mi pare.

Considerando il tuo percorso professionale in qualità di traduttrice, come la scrittura creativa in proprio dialoga con il tuo primo mestiere? Riconosci dei padri o delle madri nobili per un libro come Inverness?

È una questione su cui mi sono interrogata spesso. Traducendo mi sono sempre sentita autrice, e ho il sospetto di essere arrivata tardi alla scrittura in proprio anche per questo motivo. Mi bastava tradurre. Allo stesso tempo il fatto che la mia scrittura si muova nell’area del non detto, dell’indicibile, è un tornare, forse, alla condizione paradossale del traduttore, che può dire solo parzialmente, sempre con difficoltà, sempre scendendo al fondo della lingua, strapazzandola, forzandola. È un atteggiamento: una postura, come si dice oggi. Per me scrivere di ciò che non si può dire è una necessità e insieme una motivazione. È anche un’abitudine. E al centro della mia scrittura c’è, appunto, la scrittura, il che ovviamente vale anche per la traduzione. In due parole: sono in primo luogo una scrittrice, solo secondariamente una narratrice.
Allo stesso tempo ho bisogno di mettere molto spazio e silenzio tra ciò che traduco e ciò che scrivo, quindi le influenze sono perlopiù inconsapevoli, le riconosco quando me le fanno notare. Ho un empireo di scrittori a cui guardo come magnifici esempi, ovviamente, o con cui sento una consonanza particolare – qualche nome: Katherine Mansfield e Flannery O’Connor su tutti, Thomas Hardy e Emily Brontë tra quelli che ho tradotto, Ivy Compton-Burnett, certe mistiche occidentali, Fenoglio, Tozzi, Landolfi, Céline; e poi ci sono i poeti: i metafisici inglesi, soprattutto, Eliot e Bishop, Gottfried Benn e tantissimi altri – ma quando scrivo cerco di non pensare a niente che non sia la mia pagina, credo si scriva meglio nel silenzio assoluto, e anche con una certa, momentanea inconsapevolezza.

Infine, una domanda leggera, che rivolgiamo sempre ai finalisti del Premio Bergamo: quale tratto del tuo libro pensi possa farlo vincere?

Ma io non penso affatto che il mio libro possa vincere! Però gioco volentieri: potrebbe vincere per gli stessi motivi per cui penso non vincerà. Perché non corteggia i lettori, perché racconta che spesso le cose sono inguardabili, che le cose inguardabili sono quelle che agiscono nel profondo e spesso fanno di noi ciò che siamo, che sappiamo poco di noi stessi e degli altri, e che questa è una fortuna. Perché è un libro onesto, credo.


Tags: InvernessMonica PareschiPremio Bergamopremiobgraccontitradurre
Michele Farina

Michele Farina

insegnante e studioso; ha conseguito un dottorato di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha scritto alcuni saggi, qualche recensione, moltissimi verbali.

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