La storia famigliare del pittore Francis Bacon è stata spesso indagata: sia per l’ipotetica, lontana ascendenza con il grande omonimo filosofo inglese del Cinquecento – e il Bacon novecentesco, vicino alla concezione della vita dello spirito tragico occidentale, nelle interviste amava ricordare la teoria secondo cui era stato il grande logico a scrivere i drammi teatrali passati alla storia sotto il nome di William Shakespeare –, sia per i rapporti burrascosi col padre. Nato nel 1908 a Dublino in una famiglia con ascendenti militari e borghesi, secondo di cinque figli, Francis Bacon era il figlio di Anthony Edward “Eddy” Mortimer Bacon, ufficiale dell’esercito britannico veterano della guerra boera, poi allevatore di cavalli e impiegato al War Office, e di Christina Winifred “Winnie” Firth, erede di un’industria dell’acciaio di Sheffield. Uomo autoritario e di temperamento collerico, Eddy Bacon incarnava l’immagine del padre vittoriano-militare: sin dall’infanzia sottopose Francis a un’educazione rigida e incline alle punizioni anche corporali, e quando il futuro pittore aveva sedici anni lo cacciò di casa dopo averlo scoperto mentre indossava gli abiti della madre e mostrava atteggiamenti effemminati che suggerivano la sua omosessualità. «Non sono mai andato d’accordo né con mia madre né con mio padre. Pensavano che fossi solo un vagabondo», avrebbe ricordato Bacon nelle sue celebri interviste con David Sylvester. «Erano inorriditi all’idea che potessi voler diventare un artista. Nella mia famiglia non c’era alcuna tradizione di questo tipo», per poi aggiungere sul padre un rivelatorio «lo detestavo, ma da giovane provavo attrazione sessuale per lui».
Se il rapporto con la famiglia era burrascoso e fallimentare, Francis Bacon avrebbe ricordato sempre con grande amore la figura della sua balia, la nanny Jessie Lightwood, originaria della Cornovaglia, che rappresentò la principale figura materna durante l’infanzia del pittore, e che continuò a stargli vicino anche in età adulta, fino alla sua morte nel 1951. Dopo il trasferimento a Londra, Francis e Jessie vissero del tempo assieme, e il critico d’arte John Richardson la ricordava quando, ormai cieca, lavorava a maglia nel retro dello studio del pittore. Quello stesso studio venne venduto da Bacon dopo la morte dell’anziana tata, non riuscendo più a sopportare il luogo in cui avevano vissuto assieme. La famiglia di Bacon era anglicana ma non praticante: fu Jessie Lightwood a instradarlo nell’immaginario della religione cattolica, nei suoi simboli e nei suoi rituali, evento che ebbe un peso importante nell’opera successiva di Bacon pittore.
A chiudere il suo affascinante trittico su figure della cultura irlandese del Novecento, colte attraverso prospettive inusuali e funerarie, la scrittrice e giornalista francese Maylis Besserie, dopo L’ultimo atto del signor Beckett e I dispersi amori sulla tomba di W.B. Yeats, ha dato alle stampe La balia di Bacon, edito in Francia da Gallimard e da poco tradotto e pubblicato in Italia da Voland. La balia di Bacon racconta in prima persona la storia dell’infanzia e della giovinezza del pittore dando voce a Jessie Lightwood. Il racconto oscilla tra il passato di una campagna irlandese intrisa di violenza, tensioni e tragedie, il presente della Londra sospesa tra le due guerre mondiali in cui Bacon inizia a farsi un nome come pittore, e un futuro fantasmagorico in cui Jessie continua a vegliare sul figlioccio assistendo ai suoi crescenti successi nel mondo dell’arte mondiale. I lunghi capitoli in cui Jessie parla in prima persona del suo amore per Francis, del suo odio per il padre per l’atteggiamento severo e punitivo che aveva nei suoi confronti – «cose del genere segnano un bambino per la vita, credete a me» –, e delle sue preoccupazioni per la vita scombinata e pericolosa che una volta diventato adulto il pittore condusse, si alternano a brevi, accattivanti descrizioni di alcuni dei più noti quadri di Bacon, in cui il testo si rivolge in seconda persona al pittore, in un’affascinante apostrofe. «Alla fine rimane un mucchio di ossa e qualche dente», dice l’esergo del libro, una frase dello stesso Bacon: La balia di Bacon affonda lo sguardo sulla vita di uno dei poeti più oscuri e splendidamente mortiferi dell’arte del Novecento attraverso gli occhi di quella che forse è stata l’unica persona a saper amarlo autenticamente.
Maylis Besserie immagina i pensieri di Jessie Lightwood rappresentando la prospettiva di una donna del popolo sinceramente affezionata a Francis, la quale, pur non capendo i riferimenti culturali della sua pittura e le sue scelte di vita, fino all’ultimo gli rimase vicina aiutandolo e sostenendolo in ogni maniera. Sempre speranzosa che il suo figlioccio mettesse in ordine la sua vita, la nanny apprezza molto la frequentazione, anche sentimentale, di Bacon con Eric Hall, consigliere municipale di Londra, membro di spicco del Gentlemen’s Club, tra i primissimi acquirenti e mecenati dell’arte di Bacon. Scarsa stima Jessie rivolge invece ai più o meno giovani pittori contemporanei di Francis, «ma figuriamoci, surrealisti, ve lo do io il surrealismo». Dallo sguardo della balia, l’arte del XX secolo perde ogni connotazione mitica o retorica e diventa ossessione quotidiana, trasfigurazione di una vita incerta e dolorosa sin dalla prima infanzia. Particolarmente ben riuscito è il paragrafo in cui Jessie riflette sulla fascinazione visiva di Bacon per il Ritratto di Innocenzo X di Velázquez, di cui eseguì molti Studi in serie:
«a me questa storia dei papi piace fino a un certo punto, non so da dove gli sia uscita. È strano, no, dopo essere stato educato da protestanti sfegatati, tirare fuori dal cappello i papi, vi pare? Per non parlare delle facce che gli mette, a forza di impiastricciarli a quel modo ho paura ci attiri dei malanni. Oh, scandalizzatevi pure, datemi della superstiziosa, prendere in giro la nanny è facile, eh, ma resta il fatto che nessuno sa come funziona, con il cielo. Secondo me è meglio essere in buoni rapporti con l’Altissimo (per quanto possibile), e non stargli troppo a sfigurare la servitù. Gliel’ho anche detto, a Francis, prima che partisse, gli ho domandato perché mai se ne sta lì a dipingere papi giorno e notte. Sapete cosa mi ha risposto? ‘Non papi qualsiasi, nanny. Soltanto questo’. Mi ha allungato un pezzo di carta stropicciato, tutto macchiato, con la riproduzione di un quadro di un certo Velàzquez…»
Molto bello anche il passaggio in cui si descrive il rapporto di Bacon con il modello George Dyer e la realizzazione del Trittico in sua memoria che il pittore dipinse dopo il suo suicidio nel 1971:
«le tue lacrime si trasformano in colore. Colano tra i pigmenti, raccontano le cose al posto tuo. Il giorno dopo George era morto, in bagno, sulla tazza, nella posizione in cui lo hai dipinto così tante volte, la posa a cui lo hai condannato… Spogliato del suo bel completo è diventato carne da dipingere, si è nutrito di fiele, di veleno – viscere doloranti, viscere bruciate. Hai inchiodato su tela il lungo calvario di George, lo hai maledetto per l’eternità».
Se il dramma del rapporto col padre apre il libro, le tragedie delle sue relazioni con George Dyer e Peter Lacy lo chiudono: rappresentando la vita e l’arte di Bacon nel costante flirtare con la morte, in un esondare verso quegli orizzonti del tragico, del deforme, del post-umano, che rappresentano la costellazione magica in cui si mosse l’arte di Bacon.
«Ciò che viene dipinto è la sensazione», dice un celebre passaggio di Logica della sensazione, il saggio del filosofo francese Gilles Deleuze sulla pittura di Bacon. Nel muoversi tra diversi registri e piani della narrazione, La balia di Bacon ha la sua forza nel tratteggiare il percorso umano ed esistenziale che sta dietro alla creazione dei dipinti del grande pittore irlandese. «L’arte è un’ossessione per la vita», disse Bacon a Sylvester, e dalle pagine del libro di Besserie emerge tutto il sapore di una vitalità sofferta e onniavvolgente, che attraversa il rapporto tra Bacon e la sua balia oltre il tempo, oltre la morte. Nella sua dimensione romanzesca, La balia di Bacon traccia un ritratto dell’artista da bambino, come ha scritto Paolo Tamassia per «il manifesto». Tuttavia, il racconto che la narratrice di Besserie fa di Bacon non è affatto la tradizionale biografia di un pittore, è più il ritratto di un’anima inquieta e di una personalità anticonformista in un contesto e in un tempo che avevano poco spazio per la comprensione del diverso e del perturbante. Lo stile dell’autrice ne La balia di Bacon, come già nei due precedenti romanzi dedicati a Beckett e a Yeats, rappresenta un’efficace e ordinata rivisitazione contemporanea del flusso di coscienza à la Joyce, con un’attenzione anche per la dimensione tipografica del testo nell’alternanza tra i ricordi di Jessie e le apostrofi al pittore sulla realizzazione dei suoi quadri. Con una notevole capacità di sguardo, e senza rendere patetiche le correlazioni tra biografia e pittura che costellano la produzione di Bacon, Maylis Besserie esplora l’attimo sfuggente dell’ispirazione e il mistero tutt’altro che tecnico della composizione di quadri come Trittico ispirato al Sweeney Agonistes di T.S. Eliot, Paesaggio con Van Gogh, Figura sdraiata con siringa ipodermica e Tre studi per figure ai piedi di una crocifissione dimostrando precisione e lirismo a un tempo. È così che emerge con viva forza, dietro le figure mostrificate e miticheggianti che compongono l’opera di Bacon, il dramma umano che sta alla loro origine; è così che Bacon ritrova una sua ideale, lancinante umanità, da cui prendono le mosse le urla che compongono le sue opere.

Maylis Besserie, La balia di Bacon, trad. D. Petruccioli, Voland, Roma 2025, 216 pp. 19,00€







