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Home Interviste

#PremioBg26 – Due parole con Eugenio Baroncelli

Niccolò GualandrisdiNiccolò Gualandris
10 Aprile 2026
in Interviste, Letterature, Premio Bergamo
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#PremioBg26 – Due parole con Eugenio Baroncelli

In attesa della cerimonia di premiazione della XLI edizione del Premio Narrativa Bergamo, che si terrà sabato 25 aprile alle ore 18 all’interno della Fiera dei Librai di Bergamo, proponiamo delle brevi interviste con i cinque autori finalisti. Si comincia con Eugenio Baroncelli , in cinquina con Il cielo più pietoso è quello vuoto (Sellerio 2025).


Nel sottotitolo del libro lei parla di “improbabile autobiografia”. Che cosa rende oggi, secondo lei, l’autobiografia un genere sospetto o inaffidabile?

Il fatto che col tempo i tremuli ricordi si tramutano in solidi fantasmi.

Nel libro compare spesso un altro Baroncelli che sembra vivere le esperienze al posto suo: questo sdoppiamento è un modo per proteggere la memoria o un’esigenza narrativa?

Non è una novità. Questa “schizofrenia onomastica” (chiamiamola così per comodità) mi accompagna da anni. L’altro Baroncelli si chiama Eugenio, quello che fa il lavoro sporco mentre Baroncelli sta a guardare. Uno che vive nell’inettitudine, e l’altro che scrive. Chi dei due è il gemello oscuro? Eugenio, certo. Io non mi nascondo dietro di lui. È Eugenio che nasconde me. Eugenio è un ricettacolo di paure: le falene, i cani, l’arrivare in ritardo, il mondo troppo grande o troppo piccolo, la morte. Eugenio ha paura perfino della paura. Baroncelli ne ha una sola: di non essre mai esistito.
Si parlano i due gemelli? A volte ci provano. Eugenio, per esempio, è convinto che io sia un uomo forte. Crede di conoscermi, ma si sbaglia. Non sa che ho un debole per tutto quello che non appartiene a nessuno: le camere d’albergo, le donne, gli anagrammi.

Nel suo libro ci sono riferimenti espliciti a Borges, Bernhard, Walser, Renaud; potremmo accostarle anche Michon e Schwob. Ci sono altri autori con i quali sente una particolare affinità, oltre agli scrittori di vite?

Dietro il libro c’è un ospite segreto: la Recherche di Proust, un libro così amato che non riesco a ricordare chi ero prima di averlo letto. Tutti i miei giudizi sono arbitrarii, tranne questo.

Le parti dedicate all’invecchiamento hanno un tono più diretto e meno schermato, persino più vitale a volte: scrivere della vecchiaia impone meno maschere rispetto alla giovinezza?

Certo che sì. Per esempio: è capitato, benché precocemente, a Bob Dylan.

Nei suoi testi lei sembra spesso anticipare le possibili critiche e rispondere prima che vengano formulate: è un gesto ironico o un segno di sfiducia nei confronti della ricezione critica?

Ma davvero? Una volta il valoroso D’Orrico liquidò un mio libretto su “55 libri che non ho scritto” ringraziando l’autore per non averli scritti. Mi fido di una critica ironica più che di una lusinghiera. Del resto, se è vero che la critica è la disgrazia ereditaria dell’opera, mi fido innanzitutto delle stroncature mie, che non sono, fra le righe, affatto rare. Veda nella fattispecie Renard: «Uno dice: “I miei libri si vendono: è segno che ho talento”. L’altro dice: “I miei libri non si vendono: è segno che  ho talento”» (p.146). E: «Se avessi talento, verrei imitato. Se mi si imitasse, diventerei di moda. Se diventassi di moda, passerei rapidamente di moda. È meglio dunque che io non abbia alcun talento».(p.147).
Insomma: quel che ogni autore ha scritto è scritto. Ogni libro parla da sé. Quel che càpita dopo – la sua intenzione, l’interpretazione, il commento, la recensione (benevola o malevola che sia), il giudizio (a cominciare dal suo) – non gli appartiene più.

Alla fine del libro si annunciano alcuni progetti di futura scrittura. Dopo aver scritto centinaia di vite e ora una autobiografia indiretta, le resta ancora qualcosa che sente di non aver mai raccontato o che forse non racconterà mai?

Tutto dipende, come Lei sa, dal tempo che mi resta e dall’esiguo spazio dello scrittoio. Intanto,Febbre da frasi già giace in qualche cassetto del mio storico editore. Intanto, in questa specie di Estate di San Martino che mi separa dalla morte, sto lavorando, a mano, contemporaneamente a quattro libri dal titolo incerto ma dallo scheletro finito. Libri al momento misteriosi, che, salvo complicazioni, neanche entreranno nel computer. Se vuol saperne di più, mi chiami quando sarò morto. Quello che resta è il fatto che, fra tutti i miei strazii, scrivere è il più gradito.

Infine, una domanda leggera, che rivolgiamo sempre ai finalisti del Premio Bergamo: quale tratto del tuo libro pensa possa farlo vincere?

Temo di doverle dare una risposta pesante: il tratto peculiare del libro è che è inclassificabile, dunque non scala le classifiche. Non è un romanzo, non è un memoir. Scrivere non è niente: il guaio è farsi leggere. Temo, forse a ragione, che mi aiuterà a perdere.


Tags: autobiografiaBaroncellibrevitàIl cielo più pietoso è quello vuotoPremio Bergamopremiobg26racconto
Niccolò Gualandris

Niccolò Gualandris

Niccolò Gualandris (Bergamo, 1999) è attualmente laureando in Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Milano. Spera di trasformarsi in laureato quanto prima, almeno per soddisfazione personale.

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