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Geografie del vuoto. L’Alvernia di Pierre Jourde

Jacopo TurinidiJacopo Turini
21 Aprile 2026
in Letterature
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Geografie del vuoto. L’Alvernia di Pierre Jourde

C’è qualcosa di lievemente perturbante alla vista dei vulcani estinti, con il cratere coperto dall’erba o invaso dall’acqua; sembra di guardare dei monti dalla cima svuotata. Quanto è sottile il fondo della voragine, e cosa rimane sotto? Nel cuore geografico della Francia, in Alvernia, si contano almeno un centinaio di vulcani estinti, divisi tra i monti Dore-Sancy, la catena dei Puys e i monti del Cantal; un vasto paesaggio della scomparsa.

Perturbante è anche il racconto che di questa regione fa lo scrittore e critico Pierre Jourde. In Dalla montagna perduta, tradotto da Silvia Turato e pubblicato da Prehistorica, Jourde si muove tra saggio narrativo, saggio poetico-speculativo e racconto di viaggio, per indagare l’Alvernia sia come regione reale che come paesaggio interiore. In sei capitoli semi-autonomi, Dalla montagna perduta cerca di mettere a fuoco una regione oscura, un luogo che si sottrae a ogni pacificazione e a ogni definizione chiara.

Nato a Créteil nel 1955 ma di origine alverniate, Jourde ha più volte scritto sull’Alvernia; sempre per Prehistorica, unica casa editrice ad averlo pubblicato in Italia, sono usciti ad esempio Paese perduto (2019), storia di un parigino che fa ritorno al paese d’origine, nel mondo contadino del Massiccio Centrale, e Il viaggio del divano letto (2024), che racconta il viaggio di ritorno ai luoghi dell’infanzia dell’autore e di suo fratello, dopo la morte della nonna. L’Alvernia è un ricordo di gioventù ma, come dice l’epigrafe dell’altro grande scrittore alverniate Alexandre Vialatte, è “un ricordo nero”. Nero innanzi tutto per i colori – per la terra, la pietra dei borghi e l’onnipresente carbone stipato nelle cantine che sanno di vino e croste di formaggio: «Da nessun’altra parte in Francia si troveranno mai muri più fuligginosi, da nessun’altra parte si entrerà mai in stalle così scure, dove una lampadina solitaria, ocellata di cacature di mosca, distilla a titolo puramente simbolico un’avara piccola luce mascherata di nero» (pag. 23). Ma nero anche per una certa latente brutalità. Ad esempio, nell’autobiografico La prima pietra (2023), Jourde racconta dell’ostilità del villaggio nei suoi confronti, dopo la pubblicazione di Paese perduto, fino al punto dall’essersi dovuto difendere da una sassaiola (che ha ferito suo figlio).

In Dalla montagna perduta, però, l’Alvernia non è soltanto evocata come luogo del mistero, marginale e spopolato, e quindi fuori dal tempo e dalla cultura – per quanto saltuariamente Jourde conceda anche queste suggestioni. Semmai, è il punto di partenza per una profonda riflessione sul senso dello spazio e dei suoi effetti sulla percezione. Il libro è da intendersi come il tentativo di scrivere – o meglio, di leggere – la propria geografia interiore. L’immaginario del luogo è costruito tanto sulle iconografie da cartolina, a cui  «a furia di venderla ai turisti, l’alverniate finisce per convincersi di corrispondere chiaramente» (pag. 11), quanto, soprattutto, su ricordi, sensazioni e sentimenti. L’Alvernia è alla base della poetica dello spazio di Jourde; così come per Bachelard, la memoria infantile del luogo ha un ruolo nella formazione del senso dello spazio, e i ricordi non ne sono una riproduzione, ma una rielaborazione poetica.

Il testo si muove nel solco della contraddizione. Da un lato Jourde insiste su alcuni tratti unici della regione – incluso anche il nero, che è sempre più nero che altrove – dall’altro la definisce spesso come un luogo senza qualità e senza particolarità: la quintessenza della provincia. La contraddizione è però una strategia per mettere in risalto la figura dell’assenza. Nel cuore della Francia, ma allo stesso tempo marginale e vuota; «zona bianca, […] niente che meriti di essere segnalato o trascritto» (pag. 37), dove tutto è ridotto all’essenziale. Qui, scrive Jourde nel capitolo intitolato “Far Centro” (da intendersi come calco di Far West), la Francia è «il più lontano possibile da sé stessa» (pag. 41).

Dalla montagna perduta è una lunga riflessione su come, nell’esperienza dello spazio, familiarità e disorientamento possano coesistere in modo perturbante. Per descrivere questa tensione, il critico Robert T. Tally Jr – uno dei nomi più rilevanti per quanto riguarda l’applicazione degli studi sullo spazio alla letteratura – usa il termine topophrenia, costruito sul concetto di topophilia ma modellato per analogia con schizofrenia. Secondo il geografo sino-americano Yi-Fu Tuan, la topophilia è l’insieme dei legami emotivi e cognitivi che uniscono le persone ai luoghi, cioè ciò che trasforma lo spazio generico in qualcosa di vissuto e riconoscibile. La topophrenia invece è un modo per descrivere la tensione tra il bisogno di orientarsi nel mondo e la difficoltà di farlo, soprattutto in epoca moderna. Tally collega il concetto a una coscienza di luogo che include non solo familiarità ma anche sensazioni di disagio rispetto allo spazio e ai luoghi che viviamo e pensiamo quotidianamente.

Per Tally, che vede la letteratura come una maniera di comprendere e quindi cartografare lo spazio, la topophrenia è un’espressione della necessità umana di voler sapere dove ci si trova – in altre parole, una forma di ansia spaziale che sorge quando il nostro orientamento e la nostra consapevolezza vacillano. Così, quando Jourde si trova in Alvernia, la sua contezza del luogo viene gradualmente meno: «in nessun altro posto – scrive – ci si può sentire in modo così netto in nessun posto» (pag. 86). Ancora, parlando dei boschi e delle montagne:

la mia principale attività lassù, sin dall’infanzia, è stata non tanto di ritrovarmi, ma di perdermi. […] Da nessuna parte come lì sentivo prendere corpo la sostanza del segreto […] E nelle pieghe della casa, che doveva essere la mia da innumerevoli generazioni, negli angoli d’ombra e nell’abbandono polveroso della soffitta, sentivo aprirsi la profondità del tempo, scavarsi l’assenza sulla quale riposava tutto ciò che era lì, tutto ciò che tremolava in quell’esile raggio di luce, stanca per aver dovuto superare le pietre spesse (pag. 86-87).

La casa, il bosco, la montagna, le grotte: i paesaggi dell’Alvernia attraggono e spaventano allo stesso tempo. Perdendosi nel bosco, il giovane Jourde provava «una specie di sospensione, come quando si legge un romanzo. Nel profondo della foresta il mondo si spogliava progressivamente di ciò che abbiamo l’abitudine di chiamare la realtà» (pag. 112).  Nel fondo del bosco e delle grotte il desiderio di natura universale convive con una repulsione e un terrore magnetici. Dalla montagna perduta mostra che, se la letteratura è uno dei modi che abbiamo per mappare il mondo, lo è anche per evocare e dare forma a presenze che non cogliamo, assenze in cui rischiamo di sparire.


Pierre Jourde, Dalla montagna perduta, Prehistorica Editore, pp. 181, 17 euro – traduzione di Silvia Turato.

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Tags: AlverniaLetteraturaletteratura francese contemporaneamontagnaPierre Jourde
Jacopo Turini

Jacopo Turini

Nato a Torino, dove ha studiato un po’ di letteratura irlandese, vive attualmente a Cork, dove ha studiato un po’ di letteratura italiana, con un dottorato di ricerca su letteratura e geografia nelle regioni alpine di confine, e dove ha continuato a coltivare una vecchia fascinazione per la geologia e le sue rappresentazioni.

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