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Home Interviste

#PremioBg26 – Due parole con Alcide Pierantozzi

Giacomo RaccisdiGiacomo Raccis
23 Aprile 2026
in Interviste, Letterature, Premio Bergamo
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#PremioBg26 – Due parole con Alcide Pierantozzi

Agne Raceviciute, 2020

In attesa della cerimonia di premiazione della XLI edizione del Premio Narrativa Bergamo, che si terrà sabato 25 aprile alle ore 18 all’interno della Fiera dei Librai di Bergamo, proponiamo delle brevi interviste con i cinque autori finalisti. Dopo Eugenio Baroncelli, Rosa Matteucci, Enrico Terrinoni e Monica Pareschi, concludiamo oggi con Alcide Pierantozzi, in cinquina con Lo sbilico (Einaudi 2025).


In questo libro racconti la tua vita, la storia del tuo disturbo psichico e del modo in cui, negli ultimi anni, hai trovato il modo di sopravvivere. In questo racconto, però, la lingua acquista un rilievo fondamentale, trasformando in discorso letterario quella che poteva essere una semplice testimonianza. È lo stile che, in alcune circostanze, riesce a trasfigurare la realtà che racconti. Come mai, nella Nota finale, hai sentito il bisogno di rimarcare che «Questo non è un libro di autofiction»?

“Autofiction” è una parola che non riesco a farmi piacere, impoverente se penso a certi romanzi che la critica ha inserito nella categoria: Troppi paradisi, ad esempio, o Niente di Vero di Veronica Raimo, o Tutta mio padre di Rosa Matteucci. In questi libri il contenuto e la forma coincidono, non potevano che essere scritti con quella forma lì. Da lettore, sapere che siano storie vere o inventate è irrilevante. Quante cose ci inventiamo, in fondo, mentre raccontiamo un fatto a qualcuno? E anche una lingua si può inventare. Io però non potevo farlo, perché pur raccontando una storia “mia”, racconto una storia che è di molti, una terapia che fanno in molti: se  avessi lasciato al lettore il compito di decidere cosa è vero e cosa è falso, non sarei stato di nessun aiuto, né avrei consentito agli altri di aiutare me. Quanto alla letterarietà, la mia è una lingua patologica, più che studiatamente letteraria: scrivo così perché non saprei scrivere diversamente. Se non ho sotto gli occhi una parola strana, o un costrutto sintattico complicato, il cervello non si attiva. 

Nel racconto della tua malattia, le parole sembrano avere un ruolo ambivalente, rappresentano un argine ma anche una condanna («La scrittura a mano riesce ad arginare i pensieri per il tempo della frase»). Il capitolo in cui racconti la scena assurda e splendida della “pioggia di dizionari” si apre con questa frase: «Eppure erano già arrivate le parole». In quel mondo prima delle medicine sembra quasi che le parole siano comparse nella tua vita come un destino: credi che sia così?

Io sono un severiniano di “provata fede”, Severino ha dimostrato che il destino è un fatto incontrovertibile. Mia nonna diceva “non cade foglia che Dio non voglia”, e ne sono convinto. Il nostro corpo, la nostra malattia, i libri che leggiamo nel momento in cui li leggiamo, gli animali che incontriamo sulla strada, gli errori che facciamo, le parole che sto usando adesso – è tutto già scritto da sempre. Le parole sono fisicamente arrivate in mio soccorso, da ragazzino, è vero. Compulsavo i dizionari dei sinonimi dalla mattina alla sera. È dall’ossessione per le parole, tra l’altro, che i medici hanno pensato a un possibile spettro autistico.

Da quando è uscito, Lo sbilico ha incontrato un grande riscontro, di critica ma soprattutto di pubblico. È entrato in circuiti che sono solitamente preclusi agli scrittori letterari e questo ti ha permesso di parlare a pubblici diversi e a una platea decisamente più numerosa. Probabilmente, la possibilità di entrare Nella mente di un malato psichiatrico – per riprendere l’infelice titolo della tua intensa intervista al podcast One more time – ha attirato le persone, al di là del valore letterario che il tuo libro ha e continua ad avere. Che effetto ti fa?

È uno strano effetto, perché lo scrittore viene sempre dopo il malato. E forse è giusto che sia così. L’ossessione per la letteratura, per la poesia, per le parole strane, sono una cosa mia, un gioco mio, un mezzo: il fine è portare me stesso e la mia malattia tra la gente – non la mia storia, non la vittima di una malattia, ma la vittima di un equivoco, di un pregiudizio costante che vede i malati psichiatrici o gli autistici come infermi mentali, o incapaci, o inferiori. Se il mio libro fosse soltanto “mio”, non varrebbe nemmeno la carta straccia su cui l’ho scritto. Il mio libro deve parlare a chi ha un insegnante di sostegno a scuola, o a chi è ricoverato in una clinica psichiatrica, e deve dirgli: “ti sto aspettando, sto aspettando il tuo album, il tuo libro, il tuo film”. Ti confesso una cosa: la redazione di One more time si è a lungo consultata con me prima di scegliere il titolo della puntata, e sono stato io a consigliare l’espressione “malato psichiatrico”, proprio perché non mi fa paura, non toglie niente al mio mestiere di scrittore.

Infine, una domanda leggera, che rivolgiamo sempre ai finalisti del Premio Bergamo: quale tratto del tuo libro pensi possa farlo vincere?

Forse la possibilità di immedesimarsi, perché sono in molti a prendere psicofarmaci, a vivere in sbilico. Ma soprattutto la possibilità di non sentirsi più vittime di una tragedia, ma solo di un equivoco. Un equivoco della società, della scuola, delle istituzioni, che “disabilitano” chi è diverso.


Tags: Alcide PierantozziautofictionLo sbilicoMalattiaparolePremio Bergamopremiobg
Giacomo Raccis

Giacomo Raccis

Insegna lettere in un istituto tecnico di Milano. Ha svolto ricerca all'Università di Bergamo. Ha pubblicato "Una nuova sintassi per il mondo" (Quodlibet 2018) e "La trama" (Carocci 2018). Tra i fondatori della Balena Bianca.

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