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Fuori dalla dittatura, fuori dalla realtà. Su L’uomo dall’altro mondo. Fantascienza di un’Italia (im)possibile di Daniele Comberiati e Eugenio Barzaghi

Claudio BellodiClaudio Bello
9 Aprile 2026
in Letterature
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Fuori dalla dittatura, fuori dalla realtà. Su L’uomo dall’altro mondo. Fantascienza di un’Italia (im)possibile di Daniele Comberiati e Eugenio Barzaghi

In un momento storico – ma è mai stato diverso? – in cui nell’editoria italiana a trionfare sembra essere il realismo a tutti i costi, il vero invece del verosimile, il filtro narcisistico dell’io che si imprime come marchio di valore su ogni narrazione, sperimentare con i generi è sempre una scommessa, ma al contempo un sollievo dall’apnea. Il motivo è sotto gli occhi di tutti, basta aprire l’homepage di qualunque quotidiano: la realtà – politica, sociale, ambientale – ha deragliato, superando del tutto la fantasia, distopia compresa. Il realismo, paradossalmente, non padroneggia più gli strumenti per raccontare la realtà, o meglio: la realtà non è più realistica. Ed ecco che in questo caos dalle radici incerte la fantascienza della seconda metà del Novecento e l’horror degli anni Ottanta sono forse la mappa più utile per capire qualcosa. Lo aveva spiegato bene Marco Malvestio in un saggio molto lucido del 2021, Raccontare la fine del mondo (nottetempo): «Tanto più che, come si sente dire, viviamo in tempi fantascientifici. Questo non è vero solo genericamente nel senso che intorno a noi accadono cose stupefacenti, che un tempo avremmo creduto impensabili […], ma anche nel senso, molto più letterale, per cui i tempi che viviamo sono precisamente, cronologicamente, quelli in cui i classici della fantascienza ambientavano la loro immaginazione del futuro. […] Ci ritroviamo a vivere tra le rovine di futuri che non si sono realizzati; a vivere, in altre parole, in molte diverse fini del mondo». È in questo contesto, con queste premesse, che si colloca L’uomo dall’altro mondo. Fantascienza di un’Italia (im)possibile di Daniele Comberiati e Eugenio Barzaghi, che ha curato anche illustrazioni e fotografie (MachinaLibro/DeriveApprodi, 2025). Comberiati, professore universitario, d’altronde si è già occupato del tema in veste di saggista, per esempio in Ideologia e rappresentazione. Percorsi attraverso la fantascienza italiana (Mimesis, 2020).

In L’uomo dall’altro mondo gli autori raccontano l’Italia, la sua storia e di riflesso il nostro presente, unendo la narrazione alla speculazione politica, l’invenzione all’accademismo, e alternando i generi e gli stili in modo temerario, nel procedimento più tipico del weird contemporaneo. La loro è una sperimentazione che si può analizzare su tre livelli, quasi tre scatole cinesi che si custodiscono l’un l’altra.

Primo livello: stiamo parlando di un’ucronia. Di un’Italia che non è mai stata, ma che avrebbe potuto esistere tranquillamente. Nell’Italia del libro, infatti, c’è stato un colpo di stato di estrema destra nel 1965; al potere è salito Giovanni Paoloni, immaginario consulente del Ministero dell’Interno che ha governato per i successivi quattordici anni. L’uomo dall’altro mondo si apre proprio con una gustosissima cronologia, che ricostruisce le varie fasi di questo regime, le sue fortune e sfortune, fino alle libere elezioni del 1979 che porteranno al potere (indovinate un po’!) la Democrazia Cristiana. L’ucronia è un genere non molto battuto nella letteratura italiana, per usare un eufemismo. Non è un caso che la più importante ucronia italiana (l’Uomo nell’alto castello nazionale) l’abbia scritta Guido Morselli, che d’altronde ha scritto anche Dissipatio H.G., il nostro più importante romanzo post-apocalittico. Ci si riferisce ovviamente a Contro-passato prossimo, testo scritto tra il ’69 e il ’70 in cui l’autore immagina un’Europa in cui la Grande Guerra la vincono Austria e Germania. Per chi non conoscesse la sua storia, Morselli lottò strenuamente per farsi pubblicare da una grande casa editrice, con scarsissimi risultati. Alla fine, deluso e disperato, si tolse la vita nel 1973; verrà riscoperto postumo da Adelphi nella seconda meta degli anni Settanta. Morselli è il simbolo abbagliante e doloroso della difficoltà in Italia di scrivere letteratura di genere ed essere presi sul serio. Eppure, di grandi scrittori e grandi libri di questo tipo ci sono molti esempi, spesso ignorati. L’uomo dall’altro mondo si inserisce con entusiasmo in questa genealogia di sommersi della storia editoriale italiana – in questa, diciamolo pure, linea morselliana.

Ma torniamo al testo, e al secondo, più sottile, livello di sperimentazione. Siamo in un’Italia ucronica, questo si è capito. Non si tratta però di un’ucronia classica, con qualche eroe ribelle che prova a sgominare – ostacolato da tutto e tutti – la dittatura. L’uomo dall’altro mondo è infatti un saggio accademico sul cinema italiano sotto il regime Paoloni, scritto decenni dopo la sua fine. Un saggio di post-ucronia, redatto e illustrato dagli immaginari alter ego di Comberiati e Barzaghi, cresciuti in un’Italia appena uscita dal totalitarismo. La domanda alla base della loro ricerca è come e quanto la politica repressiva della dittatura abbia influito sul cinema, e più in generale sull’intera cultura del tempo. La finzione che fa girare la testa però non è tanto la domanda, ma il luogo da cui è posta: un’Italia altra, alternativa, un universo parallelo che, è inevitabile, finisce continuamente per comunicare col nostro. Si era anticipato: livelli dentro livelli. E poi altri livelli. Dopo la cronologia c’è infatti una lunga introduzione – scritta in un altrettanto gustoso tono accademico-divulgativo – in cui i fittizi ricercatori espongono il loro metodo, confrontandolo addirittura con altri (sempre fittizi) saggi gemellari, che affrontano ulteriori aspetti della cultura italiana negli anni della giunta Paoloni. Siamo insomma, oltre che nell’ucronia, nel campo della metaletteratura. Viene subito da pensare a Borges, a Wilcock, alla Letteratura nazista in America di Bolaño. E qui arriviamo al cuore del libro, e al suo terzo livello di profondità, quello più sovversivo.

Infatti, L’uomo dall’altro mondo non è un’indagine sul cinema in generale ai tempi della giunta Paoloni, ma più nello specifico sul cinema di fantascienza di quegli anni. E così il libro, dopo la cronologia, dopo l’introduzione programmatica, procede con veri e propri mini saggi di un paio di pagine, dedicati ognuno a un film di fantascienza italiano del periodo. Superfluo dire che nessuno di questi film è mai esistito nel nostro universo. Gli autori ne fanno un’analisi metodica; inseriscono i nomi (inventati) di registi, attori, sceneggiatori ecc., e alla fine perfino un’illustrazione, che può essere il manifesto del film o un’immagine di scena. Il carattere intermediale è davvero un tocco stuzzicante, singolare; unire testo a immagini dona al tutto un tono di verosimiglianza quasi straniante. Come in una famosa scena dell’Uomo nell’alto castello, il lettore si ritrova a chiedersi se non siamo noi l’ucronia di qualcun altro, e non viceversa.

Quella che viene fuori da questi saggi, letti uno dopo l’altro, è in fondo una solidissima panoramica del cinema di fantascienza nel corso di quei fatali quattordici anni. Ma per quale motivo tutto ciò è letterariamente sovversivo? Perché il gioco degli autori non è solo quello di scrivere un saggio accademico su un periodo storico che non è mai esistito, ma di farlo utilizzando le lenti di un genere minore come la fantascienza, snobbato in tutti gli universi paralleli. Come se la verità potesse rintracciarsi non nell’io ma solo nell’alterità, e dentro quell’alterità in un’ulteriore marginalità. Ecco che torniamo alla linea morselliana, al sommerso come sintomo del reale. Lo sperimentalismo in tre atti – temporale, di stile e di genere – è l’unico sguardo possibile.

Eppure, malgrado la sua residualità, la fantascienza è lo specchio più lucido e cinico dell’Italia di Giovanni Paoloni, e in un ovvio gioco di rimandi della nostra Italia degli anni di piombo, e di quella che abitiamo attualmente. I film analizzati si dividono nettamente in due filoni: quelli pro-regime e quelli che, invece, cercano di mostrarne le contraddizioni e di immaginare un mondo diverso. Il tono però è quasi sempre, anche involontariamente, cupo, e i mali eterni del paese appaiono limpidi nella loro assurdità: la disparità sociale, il controllo della politica sui media, la stupidità dei potenti, l’improvvisazione come unica regola, l’impotenza di chi vuole cambiare le cose. Forse come nessun altro genere, d’altronde, la fantascienza è riuscita nel Novecento a raccontare un Occidente in bilico tra ultracapitalismo e totalitarismo. E L’uomo dall’altro mondo fa continui riferimenti alla grande fantascienza novecentesca, ricalcandone trame, personaggi, atmosfere; o strizzando l’occhio ai b-movie con mostri creati per sbaglio in laboratorio, come ai classici metafisici di Tarkovskij.

Quella di Comberiati e Barzaghi, tra le altre cose, è – perdonate il cliché – una lettera d’amore al genere della fantascienza, un libro per specialisti e appassionati, uno di quei gioiellini entro il cui perimetro nerd letterari e cinefili possono giocare a cogliere le mille citazioni sparse. E infatti – detto abbastanza della sua valenza politica e letteraria – non dobbiamo dimenticare, né sottovalutare, il carattere ludico di questa operazione: il puro gusto della lettura. Il divertimento che si prova semplicemente nello scoprire queste storie, nell’intravedere universi possibili all’interno di altri universi impossibili. È un piacere per occhi allenati scorrere su queste trame abbozzate, su queste recensioni che rimandano a un vuoto, figurarsi nella mente cambi di inquadrature, volti perturbanti di attrici, film che non sono mai esistiti e mai esisteranno; uno dei piaceri che ci dona l’immaginazione è che le idee non sempre devono essere attuate, completate, reali, possono anche rimanere uno schizzo.

E quindi, per concludere, ecco tre o quattro trame in cui si imbatterà chi aprirà le pagine del libro: ci sono uomini il cui mondo è solo una grande Fabbrica, che non hanno mai visto la luce del sole, e che comunque la sognano; c’è un enorme granchio da laboratorio che si infatua di una donna; ci sono l’amicizia e il tradimento tra un uomo e un cane in un penoso panorama da dopo-bomba; c’è un impiegato che scoprirà di provenire da un’altra dimensione, e che diverrà l’immagine di un futuro altro, fuori dalla dittatura, fuori dalla realtà. Tante altre storie le lasciamo alla scoperta del lettore.

Daniele Comberiati, Eugenio Barzaghi, L’uomo dall’altro mondo. Fantascienza di un’Italia (im)possibile, MachinaLibro/DeriveApprodi, Roma 2025, 96 pp., 12 €

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Tags: CinemafantascienzaLetteratura italiana contempoaneaStoria italianaucronia
Claudio Bello

Claudio Bello

Claudio Bello lavora come libraio e redattore editoriale, in particolare per la casa editrice Italo Svevo. È stato editor della rivista letteraria «Flanerí» e ha curato la rubrica di racconti "Opera morta" di «lay0ut magazine».

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