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Per una genealogia dell’autorialità femminile: Le donne muoiono di Anna Banti

Edoardo BassettidiEdoardo Bassetti
3 Aprile 2026
in Letterature
5
Per una genealogia dell’autorialità femminile: Le donne muoiono di Anna Banti

Negli ultimi anni la critica si è spesso lamentata dell’assenza dei libri di Anna Banti (1895-1985) nelle librerie italiane, a partire almeno dal monito lanciato dal convegno L’opera di Anna Banti del 1992, i cui atti – curati da Enza Biagini – restano ancora oggi uno strumento fondamentale per comprendere una delle più grandi scrittrici del Novecento.

Il massivo processo di riscoperta della pittrice Artemisia Gentileschi (1593-1654ca) ha contribuito a destare nuovo interesse nei confronti dell’opera bantiana, dove l’artista è presentata come «una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi».

A partire dal 2023, il “Cantiere Banti” curato da Daniela Brogi all’interno della collana Oscar Mondadori sta cercando meritoriamente di sopperire a questa lacuna decennale dell’editoria italiana. Dopo Artemisia, nel 2024 sono stati ripubblicati i romanzi La camicia bruciata e Le mosche d’oro, seguiti nel 2025 dalle raccolte di racconti Il coraggio delle donne e Le donne muoiono, oltre a ulteriori titoli in arrivo.

Questa breve recensione è dedicata appunto all’ultima uscita del “Cantiere”, Le donne muoiono, accompagnata da una postfazione di Giuliana Misserville.

Il volume fu originariamente pubblicato da Mondadori nel 1951 e vinse il Premio Viareggio 1952. Il fatto che Banti sia stata poi ignorata dal canone non è certo dovuto, infatti, a un mancato successo di critica quando l’autrice era ancora in vita, dato anche il suo ruolo di primo piano come co-fondatrice e direttrice della prestigiosa rivista «Paragone».

Le ragioni di una simile marginalizzazione vanno piuttosto inquadrate attraverso una lente di genere, nelle pieghe cioè di quelle discriminazioni sistemiche già ravvisabili nell’atteggiamento “galante” della giuria del Premio Strega 1948, al quale Artemisia arrivò secondo per quattro voti provocando aspre polemiche (la vicenda è riportata da Maria Bellonci e approfondita da Fausta Garavini nel “Meridiano” dedicato a Banti nel 2013).

Con notevole anticipo rispetto alla scena letteraria odierna, Banti ha posto al centro delle sue narrazioni artiste del passato di cui al tempo si sapeva poco o nulla; autrici che sarebbero potute esistere ma (forse?) non sono esistite per ragioni storiche e culturali; donne che saranno costrette a esprimere il proprio talento solo in un futuro distopico, in cui l’espressione artistica non sarà più al vertice (come già oggi?) della piramide valoriale condivisa dal tessuto sociale.

A legare questi tre filoni, in cui potremmo scorgere nelle rispettive declinazioni un approccio filologico, controfattuale e futuristico, è il peculiare rapporto che Banti instaura con la storia, come emerge dall’acuta postfazione di Misserville intitolata appunto Riprendersi il tempo, in cui leggiamo:

E come poteva Anna Banti appoggiarsi completamente alla verità documentata, al fatto avvenuto, quando la storia da cui lei intendeva resuscitare le sue personagge (dico personagge secondo la feconda rivoluzione lessicale introdotta dalla Società italiana delle letterate con un convegno del 2011) era stata così misogina e avara, così incurante delle vite delle donne, così parziale nel resoconto dei secoli e del potere che gli uomini si erano spartiti tra loro? (pp. 111-112)

La raccolta Le donne muoiono (1951) è composta da quattro racconti: Conosco una famiglia…, ambientato nella Bologna del primo Novecento e scritto nel ‘36; I porci, già pubblicato su «Botteghe oscure» nel ‘48, il quale racconta di due fratelli (Lucilio e Priscilla) che nel 455 d.C., quando Roma cade nelle mani dei Vandali, vivono sulla propria pelle la fine di un’epoca e l’avvento di una nuova civiltà; Le donne muoiono, già pubblicato su «Botteghe oscure» nel ‘50, ambientato in un remoto futuro; Lavinia fuggita, datato 1950, che narra delle orfane del Pio Ospedale della Pietà di Venezia nel Settecento.

Conosco una famiglia… è il racconto più distante dalla nostra sensibilità odierna, e non a caso fu scritto molti anni prima rispetto agli altri. I successivi tre testi, invece, sono tutti posteriori alla fine della guerra, e furono ideati subito dopo la stesura della seconda versione di Artemisia, pubblicata nel ‘47 dopo che il manoscritto originario finì sotto le macerie dei bombardamenti su Firenze nel ‘44: un «libro fenice», come l’ha definito Susan Sontag, che può essere considerato per molti versi un vero spartiacque all’interno della produzione bantiana.

Nel racconto I porci, Misserville scorge «uno sradicamento dei ruoli tradizionali» che consente a Lucilio «di esprimere una maschilità indebolita, finanche passiva», mentre Priscilla esplora «le possibilità di un’agency del tutto propositiva che la porteranno a divenire la fondatrice di un ordine religioso». Nonostante sia un’opera senza dubbio interessante, che come ha mostrato Franco Zabagli influenzò anche la produzione dell’ultimo Pasolini, mi soffermerò solo sugli ultimi due testi della raccolta, Le donne muoiono e Lavinia Fuggita.

Dal primo, ambientato nel 1700, emerge il personaggio di Agnese Grasti, una pianista che smaschera la teoria della «seconda memoria», su cui si basa la disparità di genere della futuristica città di Valloria, edificata sulle macerie della Serenissima; protagonista del secondo è invece Lavinia, un’orfana della Pietà che osa scrivere musica – invece che eseguirla soltanto – contro i richiami del celebre maestro Antonio Vivaldi (1678-1741). È evidente come queste due donne si richiamino a vicenda, esprimendo una vocazione comune nello stesso luogo ma a mille anni di distanza: scrivere musica e dirigere un’orchestra, un dominio a lungo considerato appannaggio maschile – in parte ancora oggi. Nell’indice della raccolta, però, Banti ha scelto in maniera anticronologica di anteporre significativamente Le donne muoiono a Lavinia Fuggita, ambientato nel XVIII secolo.

Nel 2700, infatti, s’inizia la prima generazione di quelle grandi poetesse che, a tutt’oggi, si ammirano alla pari col leggendario Omero. […] Il nome stesso di poesia fu, a poco a poco, attributo femminile come in tempi remoti era avvenuto per le imprese dell’ago e del ricamo. […] D’altronde pareva naturale che gli uomini, padroni di molte vite, non ricorressero alle evasioni e ai recuperi dell’arte e schivassero il regime di quiete e di solitudine necessario a favorirli. […] E finalmente anche la musica, tanto aliena allo spirito inventivo delle donne, si concesse loro per intero, esse la formarono e composero in nuovi modi, dopo averla per millenni coltivata da esecutrici soltanto. (pp. 63-66)

Anticipando la dimensione distopica di molte narrazioni femministe, Banti suggerisce come non sia l’arte in sé a essere preclusa alle donne, ma tutti quei dominî che occupano il vertice di un determinato contesto storico-politico: quando l’arte avrà perso il suo prestigio sociale, arrivando a essere considerata come «le imprese dell’ago e del ricamo», gli uomini del futuro la lasceranno volentieri all’altro sesso, consapevoli di come siano ben altri gli spazi da occupare per immortalare il loro dominio – una riflessione di particolare lungimiranza dato lo strapotere maschile nella scena culturale del Dopoguerra, in cui la classe intellettuale italiana aveva ancora un’influenza rilevante sulle sorti politiche del Paese.

E fu proprio nell’estate 2710 […] che […] Agnese Grasti, musicista trentenne, ebbe una strana mattinata. Sedeva al piano […], quando […] si lasciò distrarre da uno spontaneo movimento delle dita che ritrovavano, senza ragione apparente, il dettato di un antichissimo adagio. Pensò di aver letto quella pagina nella prima gioventù, da scolaretta, e si meravigliò vagamente di riconoscerla con una ricchezza di consenso e di suggestione a cui non trovava, nei ricordi, riscontro. (pp. 68-69)   

La «seconda memoria» consiste nella capacità di ricordare vite passate, un’abilità che per ragioni misteriose sembra essere preclusa alle donne. Questo «fenomeno» viene allora strumentalizzato dagli uomini di Valloria per sostenere la loro presunta superiorità, «riaffidandosi ai più vieti pregiudizi sul poco cervello delle donne, il loro umore illogico, la loro debole resistenza nervosa. Che colpa avevano essi, dopo tutto, se eran stati chiamati a goder per primi, e forse soli, una sorte benevola»? Perché «ostinarsi a pretendere ciò che la natura negava»? (p. 60). Ma la testimonianza di Agnese smaschera questa propaganda mistificatoria, dimostrando come alla base della discriminazione non vi sia alcuna differenza naturale, bensì l’esito di un processo culturale, che quindi anche le donne possono raggiungere, se messe nelle condizioni di farlo. La «seconda memoria» non è altro che una tradizione alla quale potersi riferire, una memoria collettiva attraverso cui passare dalla dimensione privata alla sfera pubblica, ovvero ciò che aveva caratterizzato «il nero destino della donna nei passati secoli: che, creduto ormai superato, ritornava […] sotto il segno di una esclusione fondamentale» (p. 55).

Poiché il racconto successivo a Le donne muoiono è appunto Lavinia fuggita, Banti sembra insinuare come l’«antichissimo adagio» che ispira Agnese sia proprio la partitura che Lavinia, mille anni prima, aveva lasciato alle sue compagne Orsola e Zanetta, prima di fuggire misteriosamente – così come, a sua volta, l’anonima narratrice de Le donne muoiono può raccontare la vicenda di Agnese grazie alle «carte che essa lasciò a un’amica» (p. 69).

L’aver conservato con cura quelle pagine preziose, nel 1700 così come nel 2700, costituisce etimologicamente una traditio, la «trasmissione» millenaria di una forma di inventio fino a quel momento ignorata dalla tradizione patriarcale: la genealogia di un’autorialità femminile che, come Banti fa dire ad Artemisia, «vale […] per altre cento almeno, fino ad oggi», e «vale anche per te», inteso sia come «te» che ne stai scrivendo (Banti stessa) sia come «te» che ora ne stai leggendo.

Lavinia fuggita fu subito accolto dalla critica come un «capolavoro», e più tardi Cesare Garboli arrivò a definirlo addirittura «il racconto forse più bello di tutto il Novecento italiano». Si tratta di un testo che continua a parlarci ancora oggi, tanto da essere richiamato nell’istallazione Partitura a più voci (1995) della Galleria delle Donne di Torino e nell’omonima opera lirica su libretto di Sandro Cappelletto, portata in scena per la prima volta nel 2004 al Teatro Comunale di Modena.

Inoltre, Lavinia fuggita ha ispirato più o meno direttamente anche opere più recenti, dal romanzo Stabat mater (2008) di Tiziano Scarpa ai film Gloria! (2024) di Margherita Vicario e Primavera (2025) di Damiano Michieletto (riguardo ai quali consiglio le recensioni rispettivamente di Daniela Brogi e Massimo Fusillo, che citano appunto anche il racconto di Anna Banti).

L’efficacia dall’operazione bantiana, filologica e creativa allo stesso tempo, è ulteriormente confermata dal fatto che alcune intuizioni avanzate sotto forma narrativa si siano rivelate fondate dopo decenni di ricerca: contrariamente a quanto creduto in precedenza, dagli archivi della Pietà è emerso che talvolta erano le stesse «figlie di choro» a comporre la musica che suonavano, proprio come immaginato in Lavinia fuggita.

Ispirata dalla Judith Shakespeare di A Room of One’s Own, che Banti lesse proprio in quegli anni, l’autrice ha quindi inventato il personaggio “woolfiano” di Lavinia non perché credesse che un talento del genere non fosse mai esistito (o potuto esistere), ma perché nessuno aveva ancora mai dato forma a una simile autorialità femminile, offrendone quindi un racconto possibile: come nota la scrittrice riguardo ai più felici brani manzoniani, potremmo dire che anche quelli di Banti siano allora «idilli che parevano invenzioni e non erano che ritrovamenti, scoperte, frutto di un lavoro sapiente di scavo nel gran seno della storia».

Senza dover arrivare al Settecento, basti pensare del resto alle poesie di un’autrice come Emily Dickinson (1830-1886), rimaste a lungo confinate fra le mura domestiche senza che nessuno potesse leggerle; o, ancora più di recente, alla pittrice svedese Hilma af Klint (1862-1944), che dopo decenni di oblio è stata celebrata come pioniera dell’astrattismo dal Guggenheim di New York, in una mostra del 2018 intitolata emblematicamente Paintings for the Future.

In conclusione, ciò che ha permesso lo svelamento di queste due “maestre” è la stessa operazione bantiana che ha preservato gli spartiti di Lavinia, poi eseguiti da Agnese a mille anni di distanza: passare da una sfera privata, claustrale e domestica, a una dimensione pubblica, sociale e politica, grazie a una tradizione culturale alternativa rispetto a quella dominante, di cui Artemisia Gentileschi e Anna Banti si sono fatte pioniere e latrici nel corso dei secoli.

[In copertina: Lavinia Fontana, Vergine con Bambino dormiente, 1605-1610 ca., olio su tela, Boston, MFA]


Anna Banti, Le donne muoiono, postfazione di G. Misserville, Mondadori, Milano 2025, 125 pp. 12,50 €.

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Tags: anna bantiartemisialetteratura italianaLetteratura italiana contempoaneascrittrici
Edoardo Bassetti

Edoardo Bassetti

Edoardo Bassetti (1996) è dottore di ricerca in filologia e critica. Nei suoi scritti si occupa principalmente di letteratura contemporanea, di pittura del Seicento e dei rapporti fra testo e arti visuali.

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Comments 5

  1. Tiziano Scarpa says:
    2 mesi ago

    Con placidità e senza polemica, faccio notare che l’Ospedale della Pietà e la sua chiesa non le ha inventate Anna Banti. Né tantomeno l’orchestra delle putte e Antonio Vivaldi. Capisco che la deformazione professionale degli studiosi di letteratura li porti a privilegiare le genealogie letterarie, ma esiste qualcos’altro fuori dai libri, esiste la vita, esiste la Storia. Per quanto mi riguarda, sono stato partorito lì, come molti veneziani e veneziane della mia generazione (e di quelle precedenti), quando la Pietà era ancora il reparto maternità dell’Ospedale Civile di Venezia. Avere aperto gli occhi nelle stesse stanze dove altri bambini neonati venivano abbandonati, avere avuto un destino diverso dal loro pur avendo cominciato la vita nello stesso luogo, mi ha suggestionato fin da bambino: è stata questa la mia ispirazione, da sempre, fin da quando Anna Banti non sapevo nemmeno che esistesse. Oltre agli aneddoti sulle circostanze del mio parto, quando passavamo di là, mia madre me le ricordava sempre, le bambine abbandonate che suonavano e cantavano le musiche composte per loro da Vivaldi. Nelle città esistono delle presenze reali (sia nella memoria collettiva di chi ci vive, sia nelle architetture visibili – la chiesa della Pietà si affaccia sulla riva degli Schiavoni, a poca distanza dal Palazzo Ducale) che sono ben più intense delle bibliografie. Noi veneziani viviamo qui, siamo nati e cresciuti qui, non è che abbiamo bisogno che Anna Banti o chiunque altro venga qui a ricordarci l’esistenza di chiese, edifici, storie e tradizioni della nostra città. È un peccato di arroganza culturalistico presupporre che un racconto possa “ispirare” più della vita e della Storia. Scrivendo “Stabat Mater” mi sono tenuto alla larga da romanzi e racconti ambientati nello stesso luogo, per non influenzare la mia immaginazione. Ho letto e assimilato gli studi storici (e musicologici), quelli sì. Ad ogni modo, esistono anche precedenti ottocenteschi al racconto di Anna Banti. Con placidità e senza polemica, ripeto. Grazie. T. S.

    Rispondi
  2. Edoardo Bassetti says:
    1 mese ago

    L’obiettivo dell’articolo è quello di sottolineare come secondo me Anna Banti abbia inventato un inedito “racconto” dell’autorialità femminile che negli anni Cinquanta era di fatto assente nel panorama letterario italiano (e non solo), mentre invece oggi è piuttosto rappresentato e condiviso. Ci mancherebbe che Banti abbia inventato “chiese, edifici, storie e tradizioni” di Venezia – mi sembra anche strano doverlo chiarire. Quando scrivo che “Lavinia fuggita” ha “ispirato” la produzione artistica, narrativa, teatrale e cinematografica odierna mi riferisco al fatto che le grandi opere letterarie – come penso essere appunto questo racconto – riescono a incidere nell’immaginario e nelle forme del suo racconto, a prescindere da rapporti diretti o filiazioni testuali, cui non mi sembra di aver fatto riferimento. Lo conferma del resto il massivo processo di riscoperta della pittrice Artemisia Gentileschi, cui molte e molti hanno contribuito negli ultimi anni senza aver mai letto una pagina di Anna Banti, la quale – comunque – credo possa essere considerata una fonte di “ispirazione” del loro lavoro. Ringraziandola per il commento e per l’opportunità di discutere insieme del mio articolo. E. B.

    Rispondi
    • Tiziano Scarpa says:
      1 mese ago

      Buffa questa pretesa di dire contemporaneamente una cosa e il suo contrario. Se si scrive un’affermazione, bisogna prendersene la responsabilità. L’articolo scrive che il racconto di Banti ha ispirato una serie di opere, il commento smussa e dice che non intendeva dire che le ha ispirate. Divertente. Ad ogni modo, riprendendo il merito della questione, è arroganza culturalistica pensare che un racconto leterario prevalga sulle vite delle persone e sulla Storia delle città. A me Banti non ha ispirato proprio un bel nulla: devo ripeterlo che sono stato partorito alla Pietà? Che cosa si vuole di più? Devo ripetere che a Venezia la Pietà è una presenza forte per noi che in città ci siamo nati e cresciuti? Esistono anche dei cognomi, “Dalla Pietà”, che si riferiscono a quella provenienza (analogamente a “Esposito”, “Degli Esposti”, eccetera). Prima di fare certe affermazioni, forse dovreste uscire dalle biblioteche e dare uno sguardo alla vita e alla Storia. Da impostazioni ermeneutiche come questa, capisco meglio come debbono sentirsi le popolazioni colonizzate quando arrivano da fuori a raccontargli e spiegargli la loro identità. È mortificante.

      Rispondi
      • Lorenzo Marchese says:
        1 mese ago

        “analitico e sfiancante”

        Rispondi
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