Continua la presentazione dei libri finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2026. Gli incontri con gli autori si terranno alla Sala Galmozzi di Bergamo per cinque mercoledì di fila alle ore 18 e saranno condotti dal nostro Giacomo Raccis: dopo Alcide Pierantozzi , Eugenio Baroncelli e Monica Pareschi, domani tocca a Rosa Matteucci.

Non è la prima volta che Rosa Matteucci compare bambina in una delle sue copertine. Era già successo per Tutta mio padre (Bompiani 2010) in cui però non era da sola, mentre stavolta, al centro di questo Adelphi giallo limone, c’è solo lei.
L’ultimo titolo di Matteucci si chiama Cartagloria, e in linea con gli altri suoi scritti ha un gusto fortemente autobiografico. Chi ha avuto già tra le mani un suo libro, leggendo Cartagloria, si ritroverà in un universo familiare, i cui fatti e personaggi gli sono ormai ben noti. Sembra ormai una marca autoriale il fatto di ritornare e riscrivere e rielaborare sempre gli stessi eventi della sua vita, quasi con accanimento, a volte utilizzando persino le stesse parole di altri suoi libri, altre volte dando un taglio diverso, aggiungendo o sostituendo dettagli, cambiando dei nomi. Ci si potrebbe chiedere allora che cosa abbiano di diverso tra loro tutti i titoli di quest’autrice. Ma la risposta è ben più complicata di quanto potrebbe sembrare: tutto e niente.
Così come per molti altri, la scrittura, per Rosa Matteucci, sembra essere l’unica terapia in grado di sciogliere e riordinare la vita che le è capitata, anzi che le è stata donata. Una vita che solo dopo verrà apprezzata in quanto dono, ma che nel corso degli anni non ha fatto altro che metterla alla prova, situazione dopo situazione, sin da piccolissima. Così ciascuna delle sue controfigure letterarie – a partire dalla bambina protagonista di Cartagloria, così come la protagonista spaesata di Lourdes (Adelphi 1998) – si porta appresso un pezzetto di questo groviglio e si impegna a smatassarlo nel corso del romanzo che le è stato affidato.
È vero, sì, che gli eventi spesso sono sempre quelli, ma ogni volta sono incastrati in contesti e con messe a fuoco diverse: un romanzo si concentra più sugli anni in India, uno sul viaggio a Lourdes, uno sulla figura della madre, del padre e così via.
Dunque perché leggere Cartagloria se sappiamo già come va a finire? Perché Cartagloria sembra la summa di tutto questo percorso, sembra essere l’ultima seduta nello studio della psicologa in cui si tirano le fila, in cui tutto ora è chiaro e va al suo posto. Cartagloria è un libro risolto, affascinante, conciso quando ci sarebbe tantissimo da dire, ma proprio perché lo si è già fatto prima, adesso è libero di centrare il punto, senza girarci intorno. Matteucci non sembra sforzarsi in un’artificiosa ricerca del vero, quanto piuttosto possiede quella vista in grado di farle apparire tutto in maniera molto chiara, molto lucida. Il difficile è unirne i puntini, capire cosa va dove, cercare la figura d’insieme, che alla fine in Cartagloria salta fuori. Ora finalmente il libro che consegna non è più per lei, bensì per noi, che vediamo la sua vita sotto la luce della consapevolezza.
La penna di Matteucci è poi estremamente raffinata, lirica, coerente con sé stessa: la mano della nobile decaduta che trasuda letterarietà e che però ogni tre parole sacre ne inserisce una in dialetto laziale (o comunque del centro Italia, Matteucci è di Orvieto) scurrile, oscena, popolana. Sono divertentissimi questi cortocircuiti linguistici, ma anche tra personaggi – già in Lourdes mi è sembrato di viaggiare con la Sora Lella – o in situazioni tragicomiche, ad esempio al funerale del padre mentre aspettavano la tumulazione della salma, squilla il telefono all’addetto del cimitero che come suoneria aveva giusto l’orgasmo di Cicciolina. È alla fine un misto non solo di aulico e comico (ma del resto questa sembra essere tutta la vita dell’autrice, o forse la vita in generale se si ha la capacità di notarlo), ma anche di sacro e profano.
L’altra grande faccia di Cartagloria è infatti il credo: nel romanzo si susseguono una sfilza infinita di pratiche più o meno religiose, occulte, esoteriche, fedi diverse a cui partecipa l’autrice e tutti gli altri attorno a lei, in primis questo padre favoloso (nel senso letterale del termine). La stravaganza del padre è una lama a doppio taglio, perché, se da un lato ha costruito un mondo magnifico in cui rifugiarsi per la piccola Rosa, dall’altro ha sempre rifiutato di scendervi e fare i conti con la realtà. Rosa si è trovata da sola, abbandonata – anzi lei si dice piuttosto orfana – senza rendersene conto, e inevitabilmente cerca rifugio e protezione in altre forme a lei più o meno note: quell’amico di sua nonna, Dio, sembra essere una risposta assurdamente più concreta.
La piccola Rosa è una bambina sin da subito molto sveglia, che cerca di capire cosa le stia succedendo attorno – ma è difficile per gli adulti, figuriamoci per una ottenne che vede il nonno abbattere i cani e poi spararsi – e cerca di porvi rimedio come può. Non capisce perché Dio ha voluto che succedesse questo o quello, né perché attorno a sé si inizi a creare un vuoto. Forse già qui traspare un primo spasmo critico che porta la protagonista a interrogarsi molto più del normale su ciò che invece altri danno per scontato, ed è proprio questa capacità di mettere in discussione ogni cosa con totale naturalezza che sarà la sua forza.
Se non può più far parte di quella famiglia, bene, allora si aggregherà a quella combriccola di compagnucci che sta per fare la comunione. La comunione sembra una buona idea per appartenere a qualcosa e in fin dei conti per entrare nelle grazie del Signore e fargli mettere tutto a posto.
Se già però le cose si erano incrinate con la bancarotta della famiglia Matteucci, adesso la negata comunione sembra aver reciso del tutto ogni possibilità di risalita per l’autrice. Nonostante provi a forzare la cosa, sa benissimo di aver solo trovato una scorciatoia e di non avere pieno diritto a vivere come gli altri.
Rosa si interrogherà spesso su questo evento, ma la sentiamo arrovellarsi più in generale sui dogmi della religione cristiana, sul senso della vita, finendo per costruirsi una spiritualità su misura: a questa bambina, poi donna, sembrano servire più e più religioni, filosofie, pratiche, fin pure un esorcismo per sentirsi finalmente piena. Ma fino alla fine nulla sembra colmare quel vuoto (d’appartenenza) che la bolla come reietta e che la spintona ai margini della società.
Cartagloria allora è un titolo per chi si sente di non appartenere a nulla e nessuno, ma che sa quanto sia speciale il posto che occupa nel mondo, incomprensibile che sia.

R. Matteucci, Cartagloria, Milano, Adelphi, 2025, 153 pp., € 18.






