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Brianza inesorabile. Furgonauta di Andrea Pauletto

Mattia RavasidiMattia Ravasi
10 Settembre 2026
in Letterature
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Brianza inesorabile. Furgonauta di Andrea Pauletto

L’Italia della provincia e delle autostrade in cui è ambientato Furgonauta, romanzo d’esordio di Andrea Pauletto e vincitore (col titolo Crack) del premio Italo Calvino 2025, è ammorbata da un sentore post-umano e distopico, privo però di qualsiasi nota glamour. Non c’è futurismo negli autogrill e nei baretti beceri in cui i personaggi acquistano le droghe anni ’80 con cui si impegnano a cancellare interi weekend. La distopia evocata da Pauletto non è quella di un domani autoritario spaventosamente prossimo, ma di una realtà onnipresente affermata già da decenni, forse secoli. A dettare i ritmi di vita sballati dei personaggi di Furgonauta non è tanto l’interconnettività di gadget high-tech, ma la monolitica infrastruttura commerciale su cui conta il nostro mondo accelerato: provinciali e autostrade, aeroporti e centri di smistamento, stazioni di sosta lerce e piene di cibo malsano.

Anonimo protagonista del romanzo è un autista di furgoni, appunto un furgonauta, termine vincente che ne caratterizza la professione come a un tempo eroica (l’epigrafe del romanzo viene addirittura dall’Odissea) ed extraterrestre, in entrambi i casi inumana, innaturale. Il lavoro su strada lo costringe ad adattarsi a ritmi frenetici, a guidare il veicolo con manovre azzardate e a convivere con livelli di stress intollerabili: dalla prima all’ultima pagina il romanzo è in primo luogo un grande catalogo dei suoi tic, delle sue manie e dei suoi dolori fisici e soprattutto mentali. La settimana lavorativa è descritta in termini che richiamano una manovra bellica, in cui ad azioni rapide – la richiesta da parte dell’azienda di viaggiare per centinaia di chilometri, spesso in piena notte e con poco preavviso – seguono ore o giorni di immobilità snervante in attesa del via libera per ripartire, il tutto in vista di giornate di riposo trascorse in uno stato di esaurimento, di un nervosismo impossibile da smaltire. Questo lavoro di per sé sfibrante è poi compensato così miseramente che, di fatto, il furgonauta e i suoi colleghi sono costretti ad accettare incarichi speciali, mansioni e consegne aggiuntive per arrotondare lo stipendio, spingendoli ancora di più verso lo sfinimento, la crisi, a volte la morte.

La situazione infernale in cui è intrappolato il furgonauta è narrata da Pauletto con una seconda persona incalzante, inquisitiva, che inchioda il protagonista alla pagina e ne diviene la voce della coscienza, dei pensieri più reconditi: spesso l’opera prende la forma di un’accusa, soprattutto quando il furgonauta è costretto a confrontarsi con le sue mancanze, i fallimenti di una vita sfruttata, l’incapacità di farsi valere con la sua ditta. All’alienazione di questa esistenza, in cui al protagonista nemmeno è concesso di guardare in faccia i dirigenti che sfruttano il suo lavoro e che comunicano, perlopiù, via telefono, fa da contrappunto un’insistenza quasi orrorifica sul corpo, gabbia di una mente che appare surriscaldata e prossima all’esaurimento, come un veicolo spinto troppo forte sulla strada. Il furgonauta vive infatti sostenuto dai cibi industriali e dalle bevande zuccherine delle stazioni di servizio, che gli devastano metabolismo e digestione. È appestato dalla sporcizia della vita su strada, ossessionato da malattie della cute forse reali, forse immaginarie.

Tra una consegna e l’altra il furgonauta risiede nella Brianza profonda, a poca distanza dal confine svizzero. Territorio, questo, in cui vive l’autore (lui stesso autista di furgoni e testimone privilegiato di questa professione) e che è innalzato spesso nella narrativa italiana a luogo in cui le peggiori derive del tardo capitalismo trovano la propria espressione più estrema e squallida: terra di città-dormitorio e aree industriali, di locali squallidi e ristoranti beceri, in cui una cultura del lavoro ferrea ed esagerata si abbina ad un edonismo – alcool, droghe, promiscuità, eccessi culinari – privo di gioia apparente ma vissuto anzi come semplice sfogo alle tensioni della vita. Una realtà profondamente interconnessa coi ritmi massacranti e impensabili della vita industriale e delle sue derive odierne.

L’aspetto più peculiare ma anche più convincente di Furgonauta è la sua capacità di mostrare l’esistenza schizofrenica del protagonista non come il semplice risultato di un lavoro inumano, bensì di un male più pervasivo, inesorabile: il lavoro opprimente è una funzione di questo mondo, una causa che è però anche un effetto. Gli abusi famigliari di cui il protagonista è stato vittima – il padre violento e crudele, la madre scomparsa – lo predispongono allo sfruttamento e ai capricci di direttori disinteressati che anzi contano precisamente sulla sua ubbidienza cieca, la sua credulità, la sua mancanza di alternative. In uno dei passaggi chiave del romanzo, il furgonauta dispera proprio della convinzione alla base della perniciosa etica lavorativa brianzola, «la malsana idea che l’eccesso di dovere sia la via più sicura per la libertà» (p. 122).

La dimensione privata non pare offrire migliori sfoghi. Gli amici di lunga data lo incoraggiano ad inseguire eccessi autodistruttivi senza peraltro trattarlo con molta più tenerezza dei suoi superiori; gli affetti promiscui sono fonte al massimo di consolazione egoista, valvole di sfogo più che rapporti di genuino interesse reciproco; addirittura l’amore del protagonista per il figlio piccolo è distorto da sprazzi di devastante scetticismo, dal sentore che forse sarebbe stato meglio, in primis per lui stesso, se questo bambino non fosse mai nato.

Anche la lotta politica di categoria contro lo sfruttamento viene declinata a componente di questo stesso mondo brutale. Scioperanti e lavoratori si scontrano selvaggiamente senza che un campo appaia necessariamente più illuminato dell’altro. Le solite forze che dettano ogni rapporto nel libro – egoismo, ostinazione, aggressività – emergono anche nei loro scontri e dialoghi. Il furgonauta è conscio che dovrebbe, a rigor di logica, stare dalla parte degli scioperanti, che lì si trovano i suoi interessi; ma sono pensieri fuggevoli, gli stessi che gli comandano di mantenere una dieta migliore, di prendersi maggior cura del proprio corpo. Ideali irraggiungibili in una vita intrappolata in ritmi e dinamiche inumane, che marciscono ben presto in ulteriori umiliazioni e sensi di colpa.

Paradossalmente, i legami più genuini e sentiti del romanzo paiono proprio stabilirsi tra il narratore e i suoi colleghi furgonauti: un autista immigrato sull’orlo di una crisi di nervi, un ragazzo fragile con quattro figli a carico. Personaggi che, al protagonista, nemmeno stanno particolarmente simpatici, ma a cui dedica, soprattutto dopo le rispettive scomparse, alcune delle pagine più sentite dell’opera, intimamente conscio forse del turbinio di aspettative e frustrazioni che li ha animati fino all’ultimo.

Furgonauta dipinge un mondo in cui i ritmi della vita contemporanea hanno ridotto l’umanità a una dimensione feroce, primitiva. Non vi è spazio né tempo nell’opera per la bellezza, se non nel ricordo di un autogrill immerso nella campagna. L’unico sogno ad alleggerire i pensieri del protagonista è quello della fuga, verso mete immaginate come migliori, ricche. Perfino i momenti più pacifici – intimità di coppia, una cena tra amici – sono ammorbati da incomprensioni, disprezzo, indifferenza. L’apertura del narratore ai canali più oscuri della mente del suo protagonista, ai pensieri più bui e beceri, è lodevole e coraggiosa, ma c’è forse la sensazione che quest’accumulo di miserie risulti alla lunga esagerato e finisca per desensibilizzare il lettore al peso delle sfide individuali che abbattono il protagonista. In La vita agra di Luciano Bianciardi le dinamiche inumane del mondo del lavoro sono rese indimenticabili dall’uso di un umorismo nero ma devastante. Nella Vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro, che offre una visione di un mondo bestiale e violento quanto quello di Furgonauta, la bellezza devastata del mondo naturale e i sogni frustrati del protagonista offrono almeno un contrasto che possa far risaltare l’oscurità della sua condizione.

Difficile dunque interpretare i capitoli finali del romanzo, che ne portano a compimento le brutture e gli orrori attraverso un weekend di eccessi estremi. Da un lato queste pagine possono apparire esagerate, con il protagonista ridotto da persona senziente a nugolo di pensieri scollegati, di impulsi in cerca di sfogo. Eppure è innegabile che tra il fulcro del romanzo e questi passaggi finali esista una chiara continuità logica. L’abbuffata di droghe a cui si abbandona il furgonauta non è poi più estrema, insensata e inumana di una qualsiasi delle sue giornate lavorative, trascorse a spingere il proprio corpo e il proprio veicolo oltre i limiti della sopportazione e della ragionevolezza. Il modo in cui mette a repentaglio la vita dei suoi cari – la nonna, il figlio – non è molto diverso dai pericoli che corre e causa ogni giorno, lanciato in autostrada a inseguire gli obiettivi della sua compagnia. Il collasso del protagonista diventa metonimia di un collasso sociale, universale; le brutture dei suoi pensieri e impulsi malcelati ricordano la bruttura di esistenze comunissime e ignorate. Vite sacrificate, spesso letteralmente, per sostenere gli ideali di eccesso e immediatezza su cui tanto conta la nostra civiltà.


Andrea Pauletto, Furgonauta, Roma, 66thand2nd, 2026, €17, 192 pp.

Tags: 66thand2ndAndrea PaulettoBrianzaFurgonautaLetteratura italiana contempoaneanarrativa contemporaneaPremio Calvinoromanzo
Mattia Ravasi

Mattia Ravasi

Mattia Ravasi è di Monza. Ha scritto per la Los Angeles Review of Books, The Millions, e The Submarine. I suoi racconti sono apparsi in riviste e antologie independenti. Recensisce romanzi sul suo canale YouTube, The Bookchemist.

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