Il 2019 stava per finire: pandemie e guerre globali, ancora per pochi mesi, inesplose e lontane dallo sguardo. Io e Giorgio Falco ci eravamo incontrati a Roma Tiburtina per prendere l’autobus in direzione dell’Aquila. Il giorno dopo lui avrebbe dovuto tenere in università una relazione su un argomento da specialisti (il romanzo-saggio) più che da scrittori. Falco è – si desume anche dall’attenzione zoologica dei suoi libri – vegetariano. Ordinando il pranzo al bar della stazione, non ero riuscito a trattenere la domanda di rito in questi casi («non ti manca mai la carne?»). Lui, ovvio, ha risposto di no. Però la scelta alimentare così pacifica celava un’increspatura, che mi ha svelato nell’attesa del cibo. Aveva da poco fatto un sogno (non ricordo se ricorrente).
Si trova su un prato nel mezzo del nulla. Davanti ha un vecchio amico d’infanzia, morto da più di dieci anni, che gli porge una bistecca. In vita, il mestiere dell’amico (ricordato poi in uno splendido articolo su «The Italian Review») era stato quello, forsennato e alienante ma dal fascino piratesco, di buyer della carne. Lo aveva scelto, così Falco, con la serietà di una vocazione: per inseguire il taglio perfetto e garantire la qualità della sua merce, monitorava le mandrie delle pampas argentine in elicottero, seguiva passo passo la lavorazione della sua merce dal macello alla logistica della grande distribuzione – al punto da trascurare la sua salute lasciando che un cancro, a poco più di quarant’anni, lo uccidesse in breve. Ora che entrambi sono sul prato, Falco annusa il pezzo nelle mani dell’amico e si accorge con un certo stupore che non odora di carcassa, ma di qualcos’altro, fresco e buono. Nessuno dei due parla.
La trascrizione passiva e inerte che ne sto dando mi fa capire, per contrasto, la differenza fra chiunque si limiti a raccontare storie e uno come Falco. Aspettando l’ordinazione non si stava neanche impegnando, il discorso era distratto e sfilacciato, non eravamo ancora in clima-agonistico-da-conferenza. Ma la scelta raggelata delle parole, la potenza scorciata delle immagini disposte in una catena di ferro, l’intreccio fra l’abnegazione autodistruttiva del suo amico e il ricordo commosso di quella bistecca scelta con amore, che aveva fatto vacillare un vegetariano di lunga data, mi si sono incollate nella memoria – mi hanno costretto a ripetere, male, i lacerti di questo sogno sette anni dopo.
Di ora in ora rievoca il dissidio mentale che mi aveva interrogato all’epoca: fra il mio giudizio critico, sedimentato in quindici anni di letture, sui libri di Falco (così freddi, ragionati in ogni dettaglio iperreale, ostinati nella restituzione dello Zeitgeist contemporaneo), e il suo talento assoluto di narratore, quasi tenuto a freno, talvolta, dal rigore della visione del mondo, ribadita a ogni pagina. Come Ipotesi di una sconfitta (2017) e Condominio oltremare (2014), Di ora in ora è una storia senza finzione dichiarata, serie sgomenta e analitica di materiali per un’autobiografia mancata: ma a differenza di quelli, non si concentra sul passaggio di consegne spezzato fra il mondo dei padri e quello dei figli, non si propone come testimonianza di una generazione smaterializzata dal lavoro liquido. Per meno di metà, parla dell’apprendistato interrotto da fotografo (nella forma, così la Nota dell’autore, di un «fototesto fantasma»: l’unica foto sta in copertina)e da artista (sull’ispirazione dell’artista taiwanese Tehching Hsieh: al suo opus performativo dagli anni Settanta fino alle soglie del nuovo secolo è dedicata una lunga sequenza ecfrastica). Abbastanza presto, due fili fantasma s’intrecciano a questa trama esile e lineare: quello di una pietas animale soverchiante; quello dell’amore per tutto ciò che è scarto, in un mondo votato a fare profitto anche di ciò che getta via – un amore contraddittorio, attraversato sin dall’infanzia da un’insofferenza muta per quanto alla distruzione, invece, scampa.
Camminando lungo le strade provinciali a sud-ovest di Milano, l’immaginazione del protagonista si affila negli incontri, spesso mancati, con la fauna sub-urbana: lepri, fagiani, cinghiali: testimoniano un destino nel quale gli viene finalmente naturale specchiarsi. Il discorso si eleva alle soglie del pathos quando degli animali non restano che le carcasse travolte, da scrutare: «La selvaggina, stretta tra palazzi, villette, capannoni, macchine agricole, cani e fucili poteva soltanto morire per essere sollevata e fotografata; il suicidio era l’alternativa, lasciarsi travolgere lungo la statale, diventare traccia fino a scomparire». Insistere sui bordi, ricostruendo il carattere tragico di questa marginalità non funzionale, diventa più importante che inseguire una propria vocazione artistica, scegliersi una carriera e un’identità pubblica. Se il protagonista sceglie poco tempo dopo di farsi assumere da un’azienda di disinfestazione e derattizzazione, così da avere a disposizione un enorme numero di blatte per costruire una folle installazione artistica dentro un capannone industriale, la vera conoscenza non sarà ottenuta portando a termine quell’opera, bensì osservando da vicino l’agonia di blatte, mosche e roditori che Falco è incaricato di eliminare da ambienti di lavoro e appartamenti.
La visione dei topi catturati nelle trappole chiarisce che loro, come gli esseri umani incastrati nell’ingranaggio produttivo, sono prede che s’illudono di essere vittime, di avere un’innocenza: «Immaginavo che, intrappolati a poca distanza, qualcuno di loro avesse cercato di cibarsi dei corpi degli altri, prolungando la propria agonia; o forse il dramma degli altri topi aveva agito da riflesso in uno specchio, aumentando l’orrore che ogni essere vivente proverebbe in una condizione del genere». La stratificazione di senso e l’ambiguità etica del regno animale si applicano in Di ora in ora proprio alle specie con le quali ci viene meno da empatizzare: quelle infestanti che, non diversamente dagli umani, prosperano cibandosi delle scorie, occupando ogni ambiente, espandendosi in maniera esponenziale. Con una distinzione che spezza l’equivalenza simbolica: colleghi e comprimari umani, corredati da nomi e identità pubbliche che li definiscono, finiscono per assomigliarsi tutti, e si dissolvono, di pagina in pagina, nell’atmosfera depressa, cinica, ossessionata dal profitto che soffoca il protagonista; i soggetti-sciame sullo sfondo, come gli animali travolti dalle auto o gli scarafaggi presi di mira dalla disinfestazione, covano una dignità morale e una statura drammatica che, nel senso comune della nostra società (mai così fuori strada), spetterebbero agli esseri umani.
La mancanza di un senso della fine è forse il carattere più sconcertante del libro. Nella somma-zero di estraniazione telescopica e avvicinamento estremo a cui Falco, raccontando la sua parabola sciagurata di impiegato della disinfestazione, ci costringe, ecco emergere in filigrana la cognizione di una sofferenza collettiva, spesso gratuita, senza rivelazioni né compensazioni simboliche. Rifiutarsi di dare un colpo di spada ai propri simili, dopo aver esposto con precisione allucinata mali inferti e subìti, responsabilità riconosciute e negate, toglie al lettore la possibilità di situarsi dalla parte dei buoni, rimuove la salvezza di un explicit, il conforto di un’apocalissi (o di un giudizio) sullo stremato mondo sub-industriale che ci è stato offerto. Parallelamente, il racconto di tafani, mosche, moscerini, zecche, blatte e ratti porta con sé un monito: dall’inutilità la vita infestante trae un valore assoluto che la società umana, soggetta a un perpetuo auto-sfruttamento per l’accrescimento del profitto e il buon funzionamento della macchina socio-produttiva, non riconosce più come suo. Se gli animali sono individui che non possono mai “fallire”, rappresentano un modello che nessuno sarà all’altezza di seguire. Non possiedono gli strumenti culturali per percepirsi riusciti o meno; non concepiscono nulla al di fuori della propagazione di specie e della ricerca della sopravvivenza.
Proprio questo sentimento del pensiero animale (incastonato nel titolo del precedente, splendido Il paradosso della sopravvivenza) sta diventando per Falco il nucleo della sua scrittura, il limite estremo di un’etica possibile, e insieme un punto di ripartenza dopo il collasso sempre più vicino. In questa verità gli altri esseri umani, come sempre, inciamperanno senza riconoscerla. Falco, per il bagliore di un finale, la intuisce, quando tira le fila della sua esperienza: «mi era sembrato, almeno per un istante, di entrare davvero nel tempo, ma in modo modesto, dentro l’ora che finiva aprendosi in quella successiva, l’abitudine dell’infinito circoscritto».
Nel mio ricordo distorto, il sogno che ho ascoltato sette anni fa finisce con una breccia simile nel tempo umano. Il protagonista di questa storia è ancora sul prato; osserva la bistecca che il suo amico gli sta porgendo. Lui non mangia la carne, ma quella è diversa, perché odora di erba. Ha un legame inspiegato con l’amicizia per un uomo che non c’è più ma, solo lì, è ancora vivo, più vero di quanto non sia mai stato. E cosa succede poi, gli ho chiesto. E poi, risponde (qui la mia memoria si appropria della sua voce), quella carne mi fa venire una fame improvvisa, fortissima. Ma prima che succeda altro, mi sveglio.

Giorgio Falco, Di ora in ora, Torino, Einaudi, 2026, pp. 192, € 20.







