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#Mappe. Forensic Architecture e le mappe della memoria palestinese di Looking for Palestine: will you sit and watch?

Elena NiccolaidiElena Niccolai
27 Marzo 2026
in Mappe, Senza categoria
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#Mappe. Forensic Architecture e le mappe della memoria palestinese di Looking for Palestine: will you sit and watch?

Ultima carta per ogni vittima senza nome:
che esista, non al di là delle colline
o delle nuvole, non al di sopra del cielo
né dietro i begli occhi chiari, né celato
entro il nudo dei seni, ma non si sa come
mischiato al mondo che noi attraversiamo,
che esista, e impregni di sé ogni particella[1]

La Bypass road, l’arteria stradale principale del Masafer Yatta taglia le colline a sud di Al-Khalil (Hebron): «Tutte quelle bandiere non c’erano. Prima era il nostro giardino, bustan, ora non ci possiamo più andare. Ci sparano, ci uccidono a grappoli. È sempre peggio».
Le aste ricordano pelli essiccate, le stelle di david teste ferite e mostruosamente gonfie — ma tutto sommato sembra ancora possibile girare in macchina. Guardiamo i campi e fumiamo in macchina. Eppure loro guardano qualcosa che io non vedo, le campagne che scorrono non sono le stesse. Niente mi parla davvero chiaro.
Ripasso rapidamente che dagli accordi di Oslo la West Bank è divisa in aree A, B e C, le persone in documenti verdi e blu e che anche le targhe delle macchine sono di colore diverso. Capisco e non comprendo. Mi inquieta questa estraneità viscida e impermeabile, ma aprirmi un varco è uno dei motivi per cui occorre stare.
Ma bisogna per forza andare per sentire e capire l’orrore? O anche: è sufficiente andare? Questo non l’ho mai creduto, nemmeno per Auschwitz studiata sui libri, coi suoi tour-musei. Eppure.

Palestina salutata, con le lacrime e le mani un po’ tagliate dai pezzi di lamiera di una casa, la guest-house palestinese e transnazionale del villaggio di At-Tuwani che ci siamo demoliti da soli prima che lo facessero illegalmente le forze d’occupazione israeliane: perché demolissero delle mura, non una casa.[2] Le sue mura con un appello nel deserto: «will you sit and watch?».
Palestina nelle manifestazioni e nei manganelli, Palestina nelle traduzioni, Palestina nei libri, ma non c’è solo la Palestina. Non distrarsi però: rimanere a contatto con lo spazio-tempo dove il conflitto del mondo collassa, dove è tutto più distintamente percebile nel suo chaos.
Eppure restare concentrate è sempre più arduo da sole: bisogna per forza stare per sentire e per non dimenticare?

Passano mesi, non pochi. Piove e la Palestina è in una mostra gratuita: si va e col cuore zuppo dell’angoscia di stare impastando la vita con le buone intenzioni per cucinarla all’ennesimo museo dell’estetica anestetizzante.
Ne La vita dei dettagli, Antonella Anedda costruisce pensieri e storie a partire da trentadue dettagli di altrettante opere. Scrive che «nato da una prigionia, questo libro progetta una serie di fughe. Intravede terre inesplorate. Di colpo ciò che sembrava trascurabile si è fatto unico, lo sfondo si è ribaltato in un primo piano».[3] Il dettaglio come una possibilità di fuga quindi, anzi come «una trasgressione che inizia proprio dalla necessità di avvicinarsi e disubbidire alla distanza».

Vorrei che lo sguardo partisse da qui, non senza un po’ di paradosso.
Tramite un’ampia collezione di dettagli recuperati e ricomposti, Looking for Palestine, mostra realizzata dal collettivo-gruppo di ricerca Forensic Architecture esposta a Bologna nel sottospazio di Palazzo Bentivoglio, evade il carcere del silenzio imposto da Israele, dalle sue forze di occupazione e dai  governi alleati per riportare alla nostra sensibilità visivo-uditiva e tattile uno spicchio di spazio-tempo opaco così essenziale per comprendere il nostro tempo, i suoi orrori e le sue micce di speranza, per ri-sensibilizzarci politicamente e in termini collettivi[4].

Sì, si può comprendere anche senza andare. Ma non si può fare senza immergersi insieme, sawwa, con il corpo-mente. Ed  è questa estetica profondamente politica la scommessa riuscita di Forensic Architecture: un grimaldello contro l’abitudine alla passività, ormai invalsa, che ha ammalato e depresso le nostre capacità percettive.[5]
L’esposizione si apre con le mappe della memoria, ovvero con ricostruzioni cartografiche dei territori palestinesi a opera degli abitanti del luogo, sfollati dal 1948. È sempre esistita una tenace resistenza contro l’attendibilità dei racconti delle vittime della Storia. La loro parola spesso ridotta a una letteratura balbettante, anche se sappiamo bene che gli archivi dei vincitori non sono strumenti neutri.
Come si ottempera dunque al ‘vuoto della Storia’ riflesso dargli archivi? Chiede Federica Sossi — insieme a Gayatri Chakravorty Spivak e Ariella Azoulay — nel recente volume Se la ragazza beduina potesse parlare.[6] E anche: se gli archivi stessi, come nel caso di quelli israeliani, non sono nemmeno accessibili?  Gli archivi e le mappe, quindi.

Le mappe costituiscono da sempre il primo strumento di colonizzazione — amara ironia riconoscere che gli arabi abbiano fornito il primo contributo consistente alla cartografia non teleologica. Forensic Architecture insegna come stravolgere le mappe mantenendo, anzi verificandone collettivamente, il rigore ricostruttivo — come girarle, si sarebbe tentate di dire seguendo la disposizione dei caratteri alfabetici arabi, da destra a sinistra —; le mappe, come gli archivi, sono costitutivamente materiale politico.
Alaa Hay Yahya descrive bene come la colonizzazione israeliana si sia servita del controllo di entrambi gli strumenti: «Ho pensato a Yosef Weits [(1890-1972) il cosiddetto ‘architetto dei trasferimenti’ e direttore del Land and Afforestation Department del Jewish National Fund], e a tutti i modi in cui assomigliava a Cristoforo Colombo».[7]
A tal proposito, Eyal Weizman, direttore del collettivo Forensic Architecture, ha evidenziato la capillare organizzazione geografica e urbanistica delle strategie militari israeliane: la conoscenza geografica dei territori è stata ed è strumento essenziale della colonizzazione.[8] Così come lo è stato ed è tuttora il suo progressivo oscuramento: toponimi ebraici cancellano i precedenti palestinesi, intere aree della Cisgiordania vengono chiuse tramite un piano sistematico ma meno appariscente di quello messo in atto a Gaza negli ultimi anni.
La protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli, impegnata a ricostruire la storia della ragazza beduina stuprata e uccisa da soldati israeliani nel deserto del Naqab (Negev) il 9 agosto 1949,[9] di fronte ad opere di ricostruzione cartografica, come quella dell‘Atlas of Palestine di Salaman Abu Sitta,[10] si trova «sopraffatta dall’orrore, poiché i villaggi palestinesi che sulla [carta] israeliana sembrano essere stati completamente inghiottiti da un apparente mare giallo qui emergono a dozzine, con i loro nomi che sembrano saltare fuori dalla carta».  Il silenzio e l’offuscamento: il mare giallo e i muri.
Weizman chiarisce anche che la strategia militare alla base della strage del campo profughi di Jenin nel 2002 ha evitato il luogo principale, le strade, per ‘passare tramite i muri’.
E in Cisgiordania la colonizzazione dei territori oltre che tramite pogrom e omicidi individuali avviene più silenziosamente anche tramite l’apertura illegittima di strade, l’installazione di cancelli che isolano intere comunità rendendo impossibile talora raggiungere anche le poche sedi ospedaliere rimaste in funzione, l’invasione dei territori palestinesi con greggi e bestiame e il controllo e la distruzione delle risorse idriche. Ma anche tramite la creazione di zone militari, installazione di siti archeologici, e provvedimenti di tutela ambientale: il mito degli israeliani che fanno fiorire il deserto resiste anche di fronte alla brutalità del progetto di ricostruire e ampliare territorialmente Gaza con le quarantadue milioni di tonnellate di detriti impastati di edifici e cadaveri.[11]

La naturalizzazione del genocidio e della pulizia etnica passa anche da qui. E non c’è nulla di nuovo: si tratta di processi consolidati.

Mohammed El-Kurd ricorda a proposito che in un articolo del 2014 anche il New York Times evitava di menzionare i nomi di vittime e aggressori descrivendo un attacco omicida a Gaza condotto dalle forze israeliane: Missiles at beachside Gaza Cafe finds patrons poised for the World Cup.[12]
La mostra prosegue con l’eposizione di modelli tridimensionali, ricostruiti digitalmente, dei luoghi dell’invasione e del massacro di al-Dawayima, avvenuta il 29 ottobre 1948, che insieme a video-interviste ricostruiscono la storia del villaggio e dei suoi abitanti prima, durante e dopo l’attacco. Poiché non esistevano immagini del villaggio negli archivi israeliani, per aggirare la lacuna documentaria — o, come ci istruisce Ilan Pappé, la «pratica archivistica selettiva» israeliana — Forensic Architecture si è servito di fotografie provenienti da una campagna di vaccinazione condotta nel 1922 dalle forze britanniche durante il Mandato.
Tramite interviste orali, il ricordo di intere comunità, i materiali sopravvissuti e l’ausilio di strumenti di rilevazione digitali e i modelli virtuali di Forensic Architecture ricostruiscono l’esistenza di villaggi e di aree ora sotto il pieno controllo di Israele evidenziando i massacri che lo hanno reso possibile, i luoghi, i tempi, le strategie e le conseguenze che le forze dell’occupazione non hanno voluto mostrare: tra cui l’appropriazione delle strade verso Gaza dal 1948 in poi tramite invasioni sanguinose, come quella del villaggio di Al Ma’in dove oggi si erge il nuovo kibbutz di Nirim, dove viveva Abu Sitta e dove probabilmente si trovava anche la ragazza beduina senza nome. Di lei si è ritrovata, forse e dopo anni, solo una mano, nella sabbia — non era stato più ucciso nessuno di piccolo, nei dintorni. Un dettaglio in fuga, che non doveva esserci e che non avrebbe fatto, e continuerebbe a non a fare, nessuna differenza senza uno spostamento collettivo dell’attenzione.[13]

Mostrare quindi, non solo vedere, perché l’esposizione di Forensic Architecture consente e costringe a una comprensione maggiore di quella soltanto visiva. Abbondano immagini e video-interviste ma anche testimonianze audio, come quella offerta dal progetto Earshot, prima organizzazione non profit dedicata allo sviluppo delle indagini audio a sostegno dei diritti umani e della tutela ambientale, che ha consentito di riportare le testimonianze uditive del chirurgo americano Chandra Hassan che, impegnato nell’ospedale al-Nasser di Khan Younis a Gaza nel gennaio del 2024, «ogni sera prima di addormentarsi [ha impostato] il telefono per registrare i suoni provenienti dalla finestra della sua stanza durante la notte».[14]
Non mancano video silenziosi, testi e oggetti da toccare come i due smartphone coi video diffusi dai social che ritraggono alcuni ragazzi e bambibi di Gaza utilizzare come cartocci per falafel, in assenza di altro, gli avvisi di bombardamento sparsi a terra dagli aeroplani israeliani — a vaccinarci contro eventuali derive iconoclaste e a ricordarci che i media, con tutte le loro contraddizioni, sono stati i canali principali a riportarci ciò che la stampa, e soprattutto i governi, ha rischiato di occultare: non solo con termini fuorvianti (‘eccidio’, ‘guerra‘, ‘conflitto’, etc), ma occultando o iper-mostrando.

Se le immagini hanno saturato i nostri sensi, fomentando un vuoto di consapevolezza politica di fronte alle visioni orrorifiche di corpi di uomini, donne e bambini martoriati, bruciati e decapitati, di brandelli di città, un antidoto significativo sembra fornito dalla geografia critica e dalle estetiche investigative di cui la mostra di Forensic Architecture ci offre un esempio. A riguardo Mohammed el-Kurd scrive dell’angoscia di dover recuperare dettagli perversamente efferati per rendere sufficientemente visibile la notizia dell’omicidio di Omas As’Ad da parte di Israele: «Non era abbastanza che l’avessero lasciato morire al freddo». Perché raggiungesse la maggiore diffusione possibile, anche la notizia dell’omicidio di Awdah Hathaleen, giovane attivista e insegnante d’inglese residente a Umm al-Kheir (Masafer Yatta), da parte del colono israeliano Yinon Levi, già attenzionato alla corte di giustizia internazionale, ha avuto bisogno di appigliarsi all’apparizione e compartecipazione di Awdah nel film-documentario No other land, vincitore dell’Oscar.[15]

Immersioni come quelle proposte da Forensic Architecture offrono l’appiglio per liberarci dalla ricerca spasmodica della merce dell’osceno o della celebrità per ritrovare il sollievo di sentirci umani ­— o la dose di dopamina necessaria a proseguire la giornata lavorativa — immergendoci in un contesto altrimenti irraggiungibile, soffocato dal mare giallo, ricostruendo i fili della trama relazionale che lo ha reso vivo e distruttibile: fili che ci guidino anche a intessere collettivamente un ‘senso comune’ diverso dallo status quo.

La mostra, che articola materialmente un itinerario di presa consapevolezza critica, si chiude circolarmente con la prima stanza, con gli arazzi-mappe della memoria; ma occorre ora un’avvertenza. Nello spazio-tempo che richiede la visita — non poco, e simile ai ritmi necessari a una scienza possibile e diversa, vd. Another Science is Possible: A Manifesto for Slow Science—[16] può accadere che cominci a formicolare sottopelle, tra i capillari delle mani e del viso, una percezione diversa o, nei casi più gravi, che esploda tra lo stomaco e il cuore il suo desiderio, la sua necessità. Che risuoni ovvero l’invito all’acquisizione collettiva e materiale di strumenti di analisi politica capaci, a partire dall’indagine sistematica dei dettagli in fuga, di ricostruire una narrativa diversa da quella coattamente imposta.

A cosa serve ai nostri capillari una percezione materialista? A orientarci nella confusione di tutte le mappe dei vincitori sul tavolo e dei dettagli dei vinti al di sotto, a trovare delle coordinate quando la conversazione si sposta dal genocidio all’accusa aprioristica di antisemitismo, diventato insieme a problema razziale reale uno strumento di censura contro ogni critica allo stato genocida di Israele e ai suoi alleati, ad andare a fondo per contrastare la naturalizzazione di una geografia (la loro) e di una capacità percettiva e recettiva (la nostra) mutilate.


[1] Philippe Jaccottet, Pensieri sotto le nuvole. Traduzione e cura di Fabio Pusterla, Marcos y Marcos, Milano, 2022, p. 115; miei i corsivi.

[2] https://ilmanifesto.it/loccupazione-mira-al-cuore-di-at-tuwani-la-guest-house-verra-demolita

[3] Antonella Anedda, La vita dei dettagli, Milano, Electa, 2025, p.8

[4] https://www.culturabologna.it/events/forensic-architecture-looking-for-palestine

[5] https://forensic-architecture.org/. Matthew Fuller, Eyal Weizman, Estetiche investigative. Conflitti e commons nella politica della verità, Verso Books, 2021.

[6] Federica Sossi, Se la ragazza beduina potesse parlare, “Noi” dinanzi al genocidio di Gaza, ombrecorte, Bologna, 2025, p. 89.

[7] Alaa Hay Yahya, Il silenziamento degli archivi palestinesi, «Arabpop», 2024, pp. 72-77: 75.

[8] Eyal Weizman, Walking through walls. Soldiers as architects in the Israeli-Palestinian conflict, «Radical Philosophy», 36, 2006, pp. 8-22.

[9] Adania Shibli, Un dettaglio minore, Feltrinelli, Milano, 2021, p. 64.

[10] Salaman Abu Sitta, Atlas of Palestine, 1917-1966, Palestine Land Society, London, 2010.

[11] https://ilmanifesto.it/sul-futuro-di-gaza-pesano-42-milioni-di-tonnellate-di-macerie

[12] Mohammed El-Kurd, Vittime perfette e la politica del gradimento, Fandango Libri, Roma, 2025, p. 57.

[13] Si ricorda che gli stupri sono armi di guerra e strumenti di colonizzazione etnica di cui sono tuttora vittime (sì anche nel mentre di questa scrittura-lettura) palestinesi di sesso maschile, e che spesso la penetrazione avviene con oggetti, e che altrettanto spesso avviene così efferatamente da uccidere la vittima per emorragie interne: https://jacobinitalia.it/gli-abusi-dei-soldati-israeliani-contro-i-palestinesi/

[14] https://earshot.ngo/info.

[15] https://ilmanifesto.it/awdah-la-voce-resistente-di-masafer-yatta.

[16] Isabelle Stengers, Another Science is Possible: A Manifesto for Slow Science, Polity, 2018.

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Tags: cartografiadettagligenocidiomappePalestinaResistenza
Elena Niccolai

Elena Niccolai

Elena Niccolai è nata a Recanati, motivo per il quale “quindi ti piace Leopardi?” è stato il fil rouge di tutti i suoi spostamenti alla ricerca di una magistrale in filologia dantesca a Ferrara e di un PhD discusso presso la Scuola Normale Superiore di Pisa nel dicembre 2021. Tra percorsi sparsi, con qualche incursione a Berlino e a New York, si è occupata di filologia italiana e di poesia novecentesca, in particolare di Franco Fortini. Ah sì, Leopardi le piace.

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