a cura di Francesco Ciuffoli
Se fino al secolo scorso, come dicevamo, il soggetto letterario, produttore o produttrice di versi e/o di prosa, risultava investito di una certa aura sacrale, mistica, quasi divinatoria – in quanto membro di quella società superiore, intellettuale –, oggi ci appare sempre più evidente – salvo casi eccezionali – come questa figura, in particolar modo quella poetica, sia quasi-scomparsa dall’immaginario della persona comune. Persino per i più romantici, questa fantasmatica e nostalgica presenza nel mondo del/della poeta, non rappresenta che un puro e semplice anacronismo, oramai quasi del tutto scaricato anche del suo più antico e regale fascino. È a tal proposito che abbiamo deciso quindi di intervistarti, per ridare corpo e forse speranza alla figura dello/della scrittore o scrittrice di testi poetici.
***
CAPITOLO I. lavoro e privato
FC: Innanzitutto, in questi ultimi, ultimissimi anni, spulciando varie biografie di giovani poeti/e italiani/e, si nota come sempre più scrittori e scrittrici si trovino a svolgere il ruolo dell’insegnante. Facendo anche tu parte di questo folto gruppo di persone, a cosa attribuisci questa similitudine lavorativa in chi scrive? È un bene o un male? Come mai sembra che i/le poeti/e non possano fare altro?
SA: Credo che la ricorsività della coppia poeta/insegnante risieda soprattutto in una semplice ragione materiale: spesso chi decide di dedicarsi in modo più programmatico e consapevole al lavoro di scrittura ha un interesse per la letteratura e si dedica a studi in tale ambito. Come sappiamo, tra le prospettive lavorative per chi si laurea in lettere, in filosofia e altre materie affini (e vuole continuare a praticarle) c’è sicuramente l’insegnamento. Non credo, infatti, che l’aspetto creativo dello scrivere sia necessariamente collegato al desiderio di dedicarsi alla dimensione dell’insegnamento, senza considerare che il lavoro è una necessità. In ogni caso, non è detto che le due dimensioni non possano entrare in una sinergia positiva: chi scrive spesso si dedica a una riflessione più o meno sistematica sul perché e il come della sua scrittura e, più in generale, sulla scrittura per la società e per l’uomo e, personalmente, credo che una consapevolezza metaletteraria possa essere molto utile a chi insegna materie umanistiche, perché costringe a mettere costantemente in discussione la funzione di ciò che si fa e, di conseguenza, che si insegna. Inoltre, si entra in classe sempre con la propria persona e il proprio portato di passioni ed esperienze: gli alunni ci percepiscono interi e mi pare che provino interesse per ciò che facciamo e ne siano spesso incuriositi; se capita che questo aiuti a generare un interesse, anche piccolo, per ciò che ci appassiona, tanto meglio; il peggio che può accadere è che non accada nulla.
FC: Potrebbe secondo te essere problematico per la produzione letteraria, in particolar modo per quanto concerne quella poetica, che la maggior parte di chi scrive e pubblica in Italia si trovi più o meno sfacciatamente dentro quelle stesse istituzioni demandate a produrre la critica della produzione letteraria e/o a giudicarne la cosiddetta qualità, decidendo persino – anche in base a una certa rete di contatti – ciò che merita maggiore esposizione sugli scaffali delle librerie?
SA: La quasi totale coincidenza tra il bacino dei critici letterari e quello degli scrittori è, certamente, qualcosa di problematico, perché produce una certa vischiosità di ambiente all’interno del quale a volte governano leggi imperniate più sui rapporti interpersonali e sul reciproco scambio di favori che sull’effettiva qualità dei libri. Probabilmente, una critica fatta da chi non scrive risulterebbe più trasparente e onesta dal punto di vista del giudizio (non so, comunque, quanto abbia senso scomodare criteri come quello dell’oggettività, in questi casi), ma non necessariamente di qualità superiore nell’aspetto analitico: chi pratica la poesia ne conosce bene gli strumenti perché li sente nelle mani e li utilizza. Inoltre, occorre forse guardare con sincerità a quanto, comunque, il mondo della poesia e, conseguentemente, della sua critica siano molto marginali e quindi non necessitino di sottostare alle leggi del mercato editoriale che riguardano il mondo della prosa: questo è da un lato problematico, dall’altro consente che si mantenga una certa indipendenza, per lo meno dall’aspetto più crudamente economico.
FC: Passando invece a altre questione, riflettendo sulla tua posizione sociale di insegnante nelle scuole. Come ti vivi il lavoro in rapporto ciò che fai al di fuori delle mura scolastiche?
SA: Credo che questo sia forse l’aspetto più soggettivo della questione e penso dipenda moltissimo dalla personalità dell’autore/insegnante, dal contesto in cui insegna, dall’età degli alunni con cui ha a che fare… per quanto mi riguarda, tengo le cose abbastanza separate, ma non è una presa di posizione assoluta o ideologica. Credo che agisca in me una certa riservatezza o una certa vergogna, forse. Tuttavia, se non mi sembra che quello che riguarda la mia personale produzione possa trovare spazio tra le mura scolastiche, tutto quello che riguarda le mie letture e la mia riflessione poetica spesso trapela, e di ciò sono contenta, perché credo molto nella letteratura e gli studenti vedono quello che pensiamo di ciò che spieghiamo: non c’è riparo da questo (per fortuna).
FC: Al di là dello stipendio, cosa è importante per te nel lavoro che fai? Reputi che il tuo lavoro sia in qualche modo utile a qualcosa o a qualcuno?
SA: Quello dell’insegnante è stato il mestiere in cui ho iniziato a immaginarmi quando mi sono posta la fatidica domanda “cosa vuoi fare da grande” con più cognizione di causa. Aveva più a che fare con l’essere qualcosa che con il semplice fare, forse perché sono stata molto fortunata e nella vita ho avuto delle splendide figure di maestri (tra cui, oltre ai miei professori, c’è sicuramente anche mia madre). Sono perfettamente cosciente delle insidie che tale visione può nascondere se strumentalizzata: si finisce col pensare che l’insegnamento in quanto vocazione non abbia bisogno di altro riconoscimento (partendo da quello economico). Da questo, ovviamente, mi distacco con fermezza: quello dell’insegnamento è un lavoro con tutto ciò che comporta, ma è un lavoro in cui, tutto sommato, sto bene e mi sento realizzata. Spero, quindi, di essere utile ai miei studenti, alla loro formazione e al viaggio che intraprendono, o anche solo essere un essere umano su cui sentono di poter contare.

CAPITOLO II. educazione e crescita
FC: Quali sono le tue paure più grandi? Come le affronti o non le affronti?
SA: La precarietà mi spaventa molto, e mi pare riguardi in maniera capillare tutti gli aspetti della mia vita e di questo momento storico-sociale. Soprattutto, trovo davvero frustrante e angosciosa (oltre che ingiusta) la prospettiva di non riuscire a raggiungere una vera situazione di emancipazione e sicurezza economica pur avendo un lavoro pressoché stabile, eppure, in questo momento, è un problema davvero generazionale. No, non mi conforta il fatto che lo sia, ma spero che la rabbia converga a un certo punto.
FC: Quanto di quello che fai fuori dalla dimensione lavorativa emerge in classe? Hai mai parlato di poesia contemporanea? Del tuo percorso poetico o di quello di altri/e amici o amiche e colleghi/e del mondo poetico? Come è andata?
SA: Come dicevo, poco della mia personale produzione entra in modo diretto in classe, tuttavia, è inevitabile che la dedizione alla materia e alla riflessione che la riguarda trapelino nel mio modo di proporre alcuni argomenti in classe e nelle domande che cerco di porre ai miei studenti (proprio perché, con strumenti differenti, riguardano anche me). Mi è capitato, più che di parlare in maniera sistematica di poesia contemporanea, di far leggere qualche testo di autori contemporanei (ovviamente davanti allo sguardo stupito degli studenti per il fatto che esistano poeti “ancora vivi”). Ciò ha riguardato spesso il confronto con autori antichi, ad esempio per la ripresa di alcuni temi che sembrano antropologicamente irrinunciabili e devo dire che è stato bello portare un po’ di questo mondo nella mia classe, con me e con noi.
FC: Avverti una stranezza, una quasi-ambivalenza nella tua vita personale? Cerchi di tenere il più possibile divisi questi due piani della tua vita o, al contrario, cerchi di unirli quando ce n’è occasione?
SA: Avverto la compresenza di questi due aspetti e ambienti nella mia vita, ma non la percepisco in maniera innaturale o contrastiva: sono entrambi due luoghi che mi riguardano a cui sento di appartenere (la non-pacificazione riguarda, semmai, alcuni aspetti del rapporto con l’uno e con l’altro, non della relazione tra i due). Personalmente, non sento né l’esigenza di unirli né quella di tenerli necessariamente separati. Entrambi si nutrono di me, delle mie esperienze, la persona ha confini osmotici quindi una piccola contaminazione è inevitabile, ma non ho nessuna posizione precisa su come metterli, o non, insieme. Forse non ho mai avuto occasione, né l’ho mai creata, ma non escludo possa accadere in futuro.

CAPITOLO III. cattivi e buoni maestri
FC: Ti reputi un/una buon/a insegnante? Che differenze trovi tra fare l’insegnante e fare il/la maestro/a, inteso qui nel senso più largo del termine in ambito scolastico?
SA: Cercherò di rispondere a questa domanda nel modo meno retorico possibile perché, com’è noto, sono stati infiorettati moltissimi discorsi triti sulla presunta differenza tra maestro e insegnante, sulle etimologie e altre piacevolezze. Personalmente, credo che la riflessione pedagogica in merito ci abbia ormai abituati a una modalità di apprendimento che abbia lo studente al centro e al fatto che la figura dell’insegnante sia quella di un mediatore; siamo ben lontani, spero, dall’idea del maestro in cattedra, avvolto in una qualche divina indifferenza. Inoltre, anche l’insegnante, il mediatore in questione, è una persona, con tutto il suo portato e quello che si stabilisce nella relazione con gli studenti è una rapporto tra esseri umani. Proprio per questo, non so dire se sono o no una brava insegnante, sicuramente ci sono giorni migliori e giorni peggiori, alcune volte si accende una scintilla, altre si galleggia un po’, ma sicuramente le mie intenzioni sono buone: cerco di stare in questa bella e complicata relazione in modo autentico e con lo sguardo aperto sugli studenti, cerco di ascoltarli (anche perché hanno molto di interessante da dire).
FC: Esistono invece, secondo te, i/le maestri/e in ambito poetico? Ti è capito di incontrarli/le e/o di porti tu in quest’ottica con qualcuno/a?
SA: Sì, credo che la poesia, come ogni forma d’arte, abbia bisogno di modelli e maestri per esistere. Inutile dire che, mentre i modelli attraversano distanze cronologiche e spaziali e il furto, la commozione o il conflitto avviene nei confronti del corpo del testo e dell’idea umana che possiamo avere dell’autore, il rapporto col maestro ha bisogno di uno spazio di confronto dialettico che avviene nella compresenza, nello scambio. Io sono sicura di avere avuto e di avere qualche figura che posso definire maestro e tale definizione risiede proprio nell’apporto prezioso e critico che questi ha dato alla mia poesia, permettendomi di crescere. Non farò nomi, ovviamente, per non imbarazzare loro e me.
FC: Per quanto ti riguarda invece ti è capitato più spesso di incontrare buoni o cattivi maestri/e? E come ha influenzato la tua vita questa cosa?
SA: Come tutti, credo di avere avuto entrambi. La cosa bella è che ricordo benissimo i buoni e credo sia anche grazie (o per colpa) a loro se mi sono imbarcata della medesima impresa.

CAPITOLO IV. pubblico e politico
FC: Che valore ha per te il politico (orientamento)? Che differenza poni rispetto alla politica (posizionamento)? Ritieni di essere trasparente nella tua appartenenza a entrambi questi aspetti in classe come nella vita?
FC: Concludendo, ci tornano ora in mente alcuni versi del poeta che recitano: «Io non dico il privato è politico / dico anche il privato è politico». Ecco, da questo punto di vista, è mai emerso nel tuo lavoro o in altre sedi un certo indirizzo politico? Senti che il tuo privato sia in qualche modo anche politico?
SA: Rispondo alle due domande insieme perché mi sembrano strettamente collegate: credo che la distinzione tra i due termini possa, in effetti, essere efficace quando si ha a che fare con il proprio modo di parlare di certi temi in classe. Io ho un posizionamento politico, che ha a che fare con la dimensione del voto e delle iniziative a cui si partecipa, nel mio caso, non facendo politica in modo attivo, ed esso rispecchia quanto più possibile il mio orientamento politico, che è frutto delle mie idee, della mia visione del mondo, del coltivare alcune scelte ideologiche.
In classe, ovviamente, non è possibile essere espliciti, più che trasparenti, sul proprio posizionamento politico; tuttavia, mi sembra evidente che qualcosa del proprio orientamento, invece, passi, nel momento in cui questo ha a che fare con la propria visione del mondo. Quindi, quando si parla del mondo e delle sue vicende, non lo si può fare in modo totalmente acritico, che è ciò che si vorrebbe nascondere dietro la pretesa di “neutralità”. Nella vita fuori dalla classe non ho nessun problema a essere molto trasparente sul mio orientamento politico.
FC: Pensi altresì che il privato debba assumere o assume già per te una posizione sul piano politico? Ritieni che l’esposizione politica debba trapelare maggiormente nel pubblico (qui inteso come il poetare e tutto ciò che ne ruota intorno) piuttosto che nel privato (qui inteso come il lavoro di insegnante, poiché mediaticamente meno esposto)?
SA: Io credo che il privato possa sempre, potenzialmente, essere in comunicazione con il piano politico: il modo in cui occupiamo il mondo, lo spazio nella società, nelle relazioni è tutto politico. Il mito della neutralità positiva è un falso storico, figlio di un tentativo della società capitalistica di proporre un modello (il proprio) come naturale, ma non esiste nulla che non sia mediato da un pensiero politico o ideologico. In quanto donna, il mio punto di vista è posizionato in un luogo periferico del sistema di potere basato su un modello patriarcale, ma in quanto bianca, in un luogo meno periferico di quello occupato da una donna nera. Quello è il mio punto di osservazione del mondo e prenderne coscienza e parlare consapevolmente da lì è un atto politico: anche perché spesso comporta il desiderio di provare a cambiare la situazione. Quindi, dicevo, il privato è potenzialmente sempre politico perché tale potenzialità si esprime innanzitutto a partire da una presa di coscienza e di posizione. D’altra parte, penso che questa affermazione non debba essere usata per deresponsabilizzarsi da un punto di vista pratico: esiste poi una serie di cose che partono dalla consapevolezza e ricadono sul piano della prassi; la politica ha bisogno di una ricaduta nell’azione e noi non dobbiamo sottrarci.

CAPITOLO V. sì o no
Ulteriori domande rappresenteranno il 5° e ultimo capitolo di quest’intervista. Riprendendo la struttura proposta da Pasolini in Comizi d’amore, sostituiremo al tema del sesso la tematica della poesia. Ti verrà quindi chiesto di rispondere e/o commentare quanto più brevemente alle seguenti affermazioni. [è gradito anche un semplice SI o NO]:
Schifo o pietà?
la poesia come schifo? Sì
la poesia come pietà? Sì
La vera Letteratura?
la poesia come sesso? No
la poesia come hobby? No
la poesia come onore? No
la poesia come successo? No
la poesia come piacere? Sì
la poesia come dovere? Sì








