Un tempo, neanche troppo lontano, si andava in vacanza per rilassarsi. Ora si va per sopravvivere. Per fuggire da temperature tropicali in un pianeta prossimo al collasso e ritrovare una funzione elementare come il respiro. L’estate appena conclusa ha lanciato segnali più che evidenti: viviamo una lenta e quotidiana apocalisse che sta conducendo la nostra specie al punto letale d’ebollizione, come la famosa metafora delle rane nella pentola. Ogni tanto questa condizione di semi-incoscienza viene turbata dalla notizia di qualche cataclisma e, negli ultimi anni, tra valanghe e incendi e nubifragi, purtroppo c’è solo l’imbarazzo della scelta. Matteo Righetto, nel suo accorato pamphlet Il richiamo della montagna appena uscito per i tipi di Feltrinelli, ne ha scelti due: il disastro della Marmolada (luglio 2022) e la tempesta Vaia (ottobre-novembre 2018) per intonare il lamento romantico di un montanaro sconfortato ma non rassegnato. (Detto per inciso: a distanza di un secolo dalla sua pubblicazione, credo sia giunto il momento di emanciparci, ogni volta che parliamo di montagna o natura, dell’abusato titolo di Jack London).
Già apprezzato e prolifico romanziere, salito alla notorietà con La pelle dell’orso (Guanda, 2013) e il relativo omonimo film di Marco Segato (2016), Righetto non è solo uno scrittore, ma un ostinato custode del patrimonio di valori legati al territorio montano, soprattutto nelle valli ladine bellunesi, dove risiede e, tra i numerosi impegni su questo fronte, dirige una sezione locale del Club Alpino Italiano. Il richiamo della montagna è il manifesto della sua esperienza di intellettuale attivista che tenta di scrollarci dalla nostra condizione di rane in ebollizione e incoraggiarci a saltare fuori dalla pentola. Con argomentazioni non sempre convincenti, ma che meritano ascolto.
Come accennato, il saggio ha come epicentro tematico le catastrofi ambientali del ghiacciaio della Marmolada e la tempesta di Vaia, che occupano la prima sezione del libro e da cui si irradiano le riflessioni di ecosofia applicata alla letteratura. «Io non posso dimenticare quei maledetti dieci secondi della Marmolada» esordisce Righetto, in cui «una valanga devastante di ghiaccio e detriti ha corso a trecento chilometri all’ora per millecinquecento metri di dislivello facendo undici vittime». L’ultimo atto di una sciagura che dura da cento anni, durante i quali, dato impressionante, «è andato fuso il 90% del suo volume glaciale». Righetto ferma e dilata quei dieci secondi e ne fa il perno del suo j’accuse alla «civiltà istantanea», in cui una manciata di secondi scandiscono le nostre vite in quello che lui chiama «paradigma della simultaneità».
«Oggi viviamo così, per singoli istanti. Attimi. È il paradigma della simultaneità celebrata e consacrata dall’avvento e dal trionfo dei social network per cui tutto deve susseguirsi rapidamente, vorticosamente, per venire subito soppiantato da una nuova simultaneità. Nelle relazioni, nel lavoro, nelle lezioni a scuola. Chi si ferma è perduto». Complice il modello di sviluppo economico e stile di vita, viviamo «schiacciati su un perenne presente, sul qui-adesso, inconsapevoli di un prima e un dopo», e abbiamo smarrito quasi del tutto «il senso della circolarità e della ciclicità del tempo», come se «il passato non esistesse più e il futuro non esistesse ancora». Non pensiamo mai che gli imperativi «Fun! Fun! Fun!» e «Money! Money! Money!» possano avere conseguenze dirette sul futuro e possano determinare un disastro come la tempesta di Vaia, «il più grande disastro climatico registrato in Italia» in cui «se si mettessero in fila uno dopo l’altro tutti gli alberi che sono caduti, si arriverebbe alla luna».
Come dargli torto? È sicuramente l’attenzione la più grande vittima della nuova era digitale, e non solo in relazione all’ascolto e alla lettura (quanti si fermeranno al titolo di questo articolo, scrollando le homepage dei social? Quanti arriveranno fino in fondo?). Uno dei pregi di questo libro risiede sicuramente nella volontà dell’autore di rifiutare il cinismo e il conservatorismo stantii tipici dell’età matura (penso al gettonatissimo “meritiamo l’estinzione”), oltrepassare la sterile denuncia dei mali del presente (dalla «concezione consumistica del tempo» al cosiddetto overtourism di cui molto abbiano sentito parlare nell’ultima estate; dall’«ossessione del cibo» che porta a servire il pesce in rifugi a 2500 metri d’altitudine all’«alpicidio» degli impianti sciistici dipendenti dalla neve artificiale) e, armandosi di un idealismo pragmatico, offrire soluzioni.
Come avvisavo all’inizio, alcune di queste, le più concrete, convincono: «Si può cambiare? Sì, si può, e lo si può fare con una transizione in verità meno dolorosa per le economie locali di quanto si possa immaginare. Due esempi virtuosi vengono dalla Svizzera e dall’Austria» che hanno lavorato, dati alla mano dell’autore, con ottimi esiti sulla sperimentazione di un turismo invernale alternativo e meno nocivo per l’ambiente. Oppure, invece di blandire il «pornoturismo», far sì che «la gente scenda dalla montagna con la consapevolezza di dover impegnarsi a riprogettare le proprie città del futuro dove si possa vivere meglio e respirare aria più sana anche senza cercare la wilderness».
Ma, anche per mia personale idiosincrasia (e lo dico da grande appassionato di montagna e della sua letteratura) l’autore convince meno quando cede alla tentazione della catechesi e ai toni romantico-pastorali di un’omelia laica e onnicomprensiva, volta a una radicale palingenesi:
Quante cose iniziamo e lasciamo lì: relazioni interrotte malamente, atti di ostilità o scortesia, scorrettezze, aggressività, egocentrismi, indifferenza di fronte alle disuguaglianze, alla negazione dei diritti civili, davanti a vere e proprie ingiustizie e crudeltà individuali e collettive. E chissenefrega poi se ieri ho tradito un’amicizia o causato un danno ecologico? Se si è agito per il bene, prima o poi quel bene ritornerà, ma se si è fatto il contrario è il male che presto o tardi busserà alla porta.
Il tutto permeato dall’immancabile nostalgia dei fasti di un fantomatico passato in cui si stava meglio nonostante si stesse peggio: «Una volta gli uomini vivevano con la Montagna, con la natura. Certo, tagliavano i boschi, cacciavano, costruivano gallerie, deviavano torrenti, ma prima di tutto rispettavano i giorni, la pazienza, la sacralità, la maestosità dell’Alpe».
Apprezzo la purezza delle sue buone intenzioni, e so che certi toni messianico-francescani sono nelle corde degli autori inscritti nel solco “mistico” della wilderness, soprattutto perché, abitando in montagna, coltivano inevitabilmente un sentimento panico e simbiotico con il loro ambiente, convinti che la Verità risieda lì («ci siamo ritirati in una dimensione temporale del tutto artificiale e avulsa dalla verità», dice Righetto). Ma qui il messaggio rischia di perdere vigore, perché si declina meglio nella fiction e nella poesia: come quando l’autore cita la protagonista del suo ultimo romanzo Il sentiero selvatico (Feltrinelli, 2024): «Come Tina, per cercare la felicità dovremmo sentire il vento che ci soffia sul naso e non vedere che il cielo sopra di noi». Il famoso adagio show don’t tell direi che si attaglia alla perfezione, per un saggio come questo.
Il tutto, infine, in una sorta di meccanismo a imbuto, sfocia nella tesi portante del libro: la necessità di una fondazione di un “Nuovo Umanesimo” e di una “Rivoluzione Culturale”. Non semplici movimenti, ma nuovi modi di stare al mondo, che mettano al primo posto della gerarchia dei valori dell’uomo la sacralità della Madre Terra e i suoi diritti.
E questo a mio avviso è l’equivoco maggiore del libro (insieme a un mancato accenno alla produzione e consumo massivi di carne, tra i principali responsabili del riscaldamento globale). Perché in realtà questa Rivoluzione tanto auspicata è in atto da almeno quindici anni. Forzando un po’ l’analisi, ma non riconoscendogli l’unico merito, rintraccerei il punto zero nel 2007: anno d’uscita del film Into the Wild. Come sempre gli americani, per dirla con Wim Wenders, hanno contribuito a colonizzarci l’immaginario, e non è sempre un male.
Mai come da allora, in Italia, la montagna e la wilderness da qualsiasi angolazione e in qualsiasi ambito sono state celebrate non solo a parole, ma anche nella pratica quotidiana, a volte con imbarazzanti derive modaiole, post-hippie e “brandnew-age”, diciamolo, non di rado avviando business paralleli (penso alla famosa etica green che ha contaminato ogni nostra dimensione del quotidiano, da quella alimentare a quella sportiva). Sarebbe inoltre impossibile elencare i libri, i romanzi, le collane editoriali nate ad hoc, gli autori specializzati in “letteratura selvaggia” e promotori di una nuova sensibilità etico-ambientale nati negli ultimi 15/20 anni, e che occupano intere sezioni nelle librerie, senza per questo voler togliere alle loro opere qualità e valore. Ricordo i principali, in ordine alfabetico: Irene Borgna, la seconda fase di Enrico Brizzi, Enrico Camanni, Franco Faggiani, Marco Albino Ferrari, Tiziano Fratus, Franco Michieli, Davide Sapienza, Daniele Zovi. Per tacere dei fenomeni Mauro Corona e Paolo Cognetti, quest’ultimo anche con contributi cinematografici (salvo poi ammettere, nel triste momento di crisi esistenziale noto a tutti, che «la montagna non salva»). E se fosse anche “grazie” a loro che la montagna viene presa d’assalto?
Anche dal punto di vista politico l’emergenza climatica e ambientale è stata finalmente messa sotto i riflettori grazie al movimento del Fridays for Future ed è, insieme alle battaglie per i diritti di genere, il perno della nuova ideologia post-partitica dei giovani impegnati politicamente. Giovani che, sempre più spesso, abbandonano le città per avviare attività virtuose in montagna rivitalizzandone i borghi a rischio di spopolamento (altro argomento affrontato con preoccupazione da Righetto). È proprio di questi mesi la notizia che avvalora questo cambiamento portato avanti da persone che hanno capito che esiste una slow life all’insegna della decrescita economica (forse uno dei pochi lasciti positivi della pandemia).
Segnalo, in ultimo, la recente approvazione del Ddl Montagna per il riconoscimento e la promozione delle zone montane. Perché alla fine, purtroppo o per fortuna, è la politica che attua i tanto attesi cambiamenti più incisivi. Alcuni, forse, sono arrivati.

Matteo Righetto, Il richiamo della montagna, Milano, Feltrinelli 2025, € 14, 125 pp.







