Quale impatto avrà su di lei — e quali ripercussioni sulla sua famiglia — il ritorno nel paese d’origine dopo trent’anni trascorsi dall’altra parte del mondo? È questo il dilemma centrale sul quale sono chiamate a riflettere Neela, le tre sorelle rimaste in Sri Lanka e sua figlia Ayesha, una fotografa trentenne tormentata da inclementi emicranie e da un senso di sdoppiamento d’identità. La narrazione prende avvio proprio nel momento in cui la sessantenne Neela, arrivata in Italia come badante e diventata proprietaria di un centro bellezza, ha improvvisamente deciso di fare le valigie, lasciare la provincia del Nord Italia in cui è residente e rientrare nella sua terra natia.
Lo Sri Lanka è anche il paese da cui proviene Nadeesha Uyangoda, scrittrice, giornalista e autrice di due saggi dedicati al tema dell’emigrazione, dell’identità e della razza (L’unica persona nera nella stanza e Corpi che contano, pubblicati dalla casa editrice 66thand2nd), che con Acqua sporca (Einaudi Stile Libero) fa il suo ingresso nel mondo della narrativa.
Entro i confini di questa isola a forma di perla incastonata a sud-est dell’India, buddisti, induisti, cristiani, musulmani e laici convivono su un territorio dal clima tropicale che nei secoli è stato attraversato e conquistato da portoghesi, olandesi e britannici fino a raggiungere l’indipendenza completa il 23 maggio 1972, esattamente alle ore 12:54 – secondo l’ora augurale raccomandata dagli astrologi. Un paese che è stato sconquassato da sanguinose guerre civili, rovinose crisi economiche e disastri naturali come il maremoto del 2004 (raccontato tra gli altri da Emmanuel Carrère in Vite che non sono la mia).
Ma, come ha affermato l’autrice in una recente presentazione del suo romanzo, dobbiamo ricordarci che «in Sri Lanka esiste la magia». La Repubblica Democratica Socialista dello Sri Lanka è popolata da spiriti, da stregoni, da sacerdoti delle stelle, e in Acqua sporca le protagoniste, che formano una famiglia dove gli uomini sono praticamente assenti, sono tutte in perenne confronto con i propri demoni, gli yakshaya, e in dialogo con la dimensione spirituale dell’isola.
Il principio fondamentale della cosmogonia srilankese è che le cose siano di questo universo oppure oltre l’universo: per esempio Buddha è dipartito da uno per approdare nell’altro; nel primo abitano gli uomini, gli animali, gli spiriti e gli dèi; gli esseri soprannaturali si trovano in uno spazio diverso da quello umano, eppure tutti i loro mondi si compenetrano e interferiscono nelle reciproche vite (p. 178).
In questo romanzo si alternano diversi punti di vista espressi con la prima e la terza persona singolare, proprio perché le voci di Neela, Ayesha, Himali, Pavitra, Thilini incarnano i sentimenti di un popolo intero: le donne srilankesi o sognano di fuggire per sempre dallo Sri Lanka oppure non possono immaginare di lasciare le proprie terre, neppure per tutto l’oro del mondo. Tutte però cercano di guarire dal permanente senso di malinconia per le occasioni mancate che le affligge. Uno dei temi centrali su cui fa perno il romanzo è difatti il ritorno dell’esule e i suoi effetti su chi è rimasto in madrepatria.
…alla fine si torna sempre a reclamare il proprio pezzo di terra. A che serve altrimenti morire così come si è nati, senza un fine e senza un posto? Si torna per accertarsi che nelle piante, nelle creature, nella gente sia rimasto qualcosa di tuo, una traccia che dimostri che si è esistiti anche quando, altrove, si è stati indaffarati a non esserlo (p. 22).
Da questa prospettiva potremmo dire che la narrazione di Uyangoda si inserisce a pieno titolo, con una lingua ricchissima e ricercata, in quel vasto filone letterario che si interroga sul concetto di patria, di casa identitaria, sulla concretezza dei luoghi che abitiamo e di quelli che sogniamo, spesso idealizzandoli per non essere mai pienamente presenti o considerandoli responsabili dei nostri successi o fallimenti.
«Era questa la mia versione della malattia di famiglia: inseguire i propri sogni per non trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica» (p.102) sostiene Ayesha, figlia di Neela, il personaggio che più degli altri ci mostra la sua fragilità, la sua solitudine linguistica, la sua vita in debito in quanto figlia colta della seconda generazione di immigrati, divisa tra senso di colpa, desiderio di affermarsi come artista e voglia di annullare le proprie peculiarità, di integrarsi nel paese di residenza, l’Italia, a volte fino a dissolversi, rischiando di perdersi completamente.
Dimenticare è una forma di protezione, e io avevo selezionato con minuzia i ricordi per la mia versione italiana: non c’è sempre un preciso confine tra i ricordi belli e quelli brutti, tra la vita qui e la vita dell’altra parte del mondo, ma avevo cercato di fare una partizione il più precisa possibile. Ero frammentata in una maniera chirurgica, rotta lungo margini frastagliati – ricompormi era una misericordia che ormai non chiedevo più a nessuno, dio o uomo che fosse (pp. 166, 167).
In Acqua sporca la dimensione umana, familiare e nazionale, sia srilankese che italiana, si intrecciano strettamente alla questione dell’identità razziale, di classe e di genere. Uyangoda, come giornalista, studiosa e attenta ricercatrice sul tema, è solita padroneggiare e analizzare con minuzia certosina dati statistici, studi sociologici, decreti legislativi e sondaggi, ma per la prima volta, con questa narrazione corale, sembra cucire sulla pagina un’esperienza più intima e introspettiva che invita chi legge ad accarezzare diverse vicende umane di migrazione e finisce per coinvolgere da vicino e in maniera più dirompente di quanto abbiano fatto molte inchieste giornalistiche.
L’orizzonte del romanzo di Uyangoda è universale. Chi emigra, in cerca di una migliore opportunità di vita o di lavoro, attraversa spesso una condizione di scissione fisica e psichica nella quale, in un certo modo, si può immedesimare anche chi non ha navigato per oceani, sopportando una burocrazia lenta e discriminatoria, ma magari ha lasciato la propria città d’origine, cambiato provincia o regione, fatto la valigia con un sogno da realizzare, diverso da quelli dei suoi antenati, e si è ritrovato a sua volta diverso, solo – o diversa, sola.
Quello stesso senso di separazione di cui scrive anche Rosella Postorino nel racconto Nella mente di uno scrittore (e di mio padre) (Lucy, n°1, Legami, Add editore). A questo proposito, vengono in mente anche i romanzi Tangerinn di Emanuela Anechoum, Malbianco di Mario Desiati o Wild Swimming di Giorgia Tolfo, per citare alcuni casi tra i più recenti. In questi testi, la voce narrante esplicita una frammentazione interna derivante da un continuo spostamento dei propri confini geografici che finisce per ridisegnare il senso di sé.
In Acqua sporca, la condizione di Ayesha è segnata da una doppia marginalizzazione: etnica, culturale, linguistica e di genere. Per lei, il processo di integrazione comporta anche un’estenuante sfida personale per conformarsi ai canoni estetici e performativi occidentali.
Quella sera in albergo avrei guardato il mio vestito stirato, i miei tacchi bassi, i miei capelli lisciati fino alle punte, sentendomi un’attrice fallita, una che non è in grado di interpretare bene nemmeno sé stessa. Tutte quelle ore di lavoro per la pettinatura, la presentabilità, per aumentare le proprie possibilità di forza lavoro, che fosse sul mercato retribuito o quello affettivo. Per cosa? (p. 117).
L’acqua sporca a cui fa riferimento il titolo è il sangue della famiglia biologica che non ci rappresenta più, e quello delle famiglie d’adozione che saranno sempre altro. L’acqua sporca è l’acqua con cui Neela sciacqua i pavimenti di una casa che non è la sua, sono le lacrime che le scendono quando scopre di essere incinta («Era incinta, era sola» p. 212). L’acqua sporca è una benedizione, una maledizione, una promessa non mantenuta, è, infine, l’illusione di tornare in uno spazio che non è più.

Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca, Einaudi, Torino 2025, 288 pp. € 18,50€







