Ci sono stati nella storia della letteratura italiana del Novecento una serie di scrittori che hanno scelto di esplorare la forma del saggio forzandone i confini e cercando di unire alla rigorosa analisi critica un andamento affabulatorio, narrativo e coinvolgente. Nelle opere di questi autori la scrittura saggistica non è semplicemente un genere alle cui premesse teoriche prestar fede, né una forma di pensiero meccanico fine a se stesso: la saggistica invece viene intesa come un’esperienza totale di scrittura, l’incontro fisico del critico con un’opera e con un autore, la ricerca libera, ma puntuale, di significati latenti da scovare sotto quelli manifesti. Quando si pensa a questo gruppo di scrittori, capaci di dare al genere una forma nuova e compiuta, si può certamente fare riferimento, in Italia, a Roberto Longhi (1890-1970) e Cesare Garboli (1928-2004), legati anche dall’attenzione che il secondo ha sempre mostrato nei confronti del lavoro del critico d’arte, sottolineando il carattere puramente letterario della sua esperienza. Garboli infatti, in una pagina di Falbalas, ha evidenziato come il Longhi storico potesse iscriversi «agevolmente nella narratologia, per l’ovvia ragione che risalire da alcuni dati sperimentabili a ricostruzioni di fatti e a serie di ipotesi è sempre dare spago a sistemi narrativi»: si tratta di una definizione a specchio, perché anche il lavoro di Garboli assume un carattere simile e tutti i suoi scritti dedicati agli autori che lo hanno accompagnato nel corso della vita, da Molière ad Antonio Delfini, da Sandro Penna a Elsa Morante e appunto Roberto Longhi, obbediscono a questo paradigma teorico. Nell’Avvertenza a Scritti servili, crocevia fondamentale per una lettura compiuta della sua opera, Garboli definisce la sua scrittura come operazione di «servizio», che si concretizza nel mestiere di «scrittore-lettore»: «Esistono, secondo me, gli scrittori-scrittori e gli scrittori-lettori. Lo scrittore-scrittore lancia le sue parole nello spazio, e queste parole cadono in un luogo sconosciuto. Lo scrittore-lettore va a prendere quelle parole e le riporta a casa, come Vespero le capre, facendole riappartenere al mondo che conosciamo».

Una di queste particolari forme di studio di un’opera altrui è certamente dedicata alla poesia di Giovanni Pascoli, di cui Garboli ha curato i due Meridiani Mondadori: ma oltre a quel lavoro ce n’è un altro, forse ancor più prezioso perché dalla forma più libera, quello dedicato alle poesie famigliari dello scrittore di San Mauro di Romagna, Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli, in questi giorni ripubblicato da Quodlibet (e da cui si spera possano nascere delle iniziative editoriali volte alla ripubblicazione di molti suoi scritti oggi colpevolmente introvabili). Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1985 nella prestigiosa collana Nuova Universale Einaudi e nel frontespizio recava come autore “Giovanni Pascoli”, come titolo Poesie famigliari, mentre Garboli figurava semplicemente come curatore. Nelle edizioni successive invece intervenne un cambiamento importante, in quanto Garboli diventava l’autore del libro e il titolo si trasformava in quello che conosciamo oggi: Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli. Questa vicenda paratestuale è indicativa e interessante: a cosa era dovuto il cambiamento? Una conquista del narcisismo del critico? Un commento che finisce per dare al critico una posizione preminente rispetto all’autore?

Per fare una valutazione è necessario conoscere la struttura eccezionale di questo lavoro: delle circa cinquecento pagine che lo compongono solo una trentina sono occupate dalle poesie di Pascoli, mentre il resto è composto dai commenti e dalla Cronologia di Garboli. Ma non basta neanche il dato puramente quantitativo per spiegare le motivazioni di questa scelta, che però illumina uno dei luoghi centrali della sua attività critica, come dimostrano per esempio i paratesti sproporzionati e godibilissimi di La famosa attrice o del Journal di Matilde Manzoni, entrambi pubblicati Adelphi. Certo è che il suo lavoro copioso su Pascoli, e anche sugli altri “suoi” autori, non può essere in alcun modo ridotto all’invadenza del suo io: Emanuele Trevi, che firma il saggio introduttivo di questa nuova edizione, scrive che la «fagocitazione di Pascoli non era un fine da perseguire, ma un metodo integralmente, e in totale buona fede, messo a servizio dello scrittore indagato, della sua visibilità, della sua leggibilità, e in ultima istanza del suo futuro». Una questione di metodo dunque che, come sottolinea Trevi, ha molto a che fare con la posizione «servile» di cui si parlava poco sopra. Si tratta infatti di un’inclinazione quanto più onesta e innocente, e anche questo libro è un tentativo di «riportare a casa» le parole del poeta, provare a inserirle nell’universo a cui appartengono mantenendole in vita e non leggendole come parole morte da trasmettere e ripetere in chiave scolastica: per fare questo Garboli non tratta Pascoli solo come un poeta, ma, soprattutto, come un personaggio e come un uomo.

Questo aspetto è particolarmente evidente nella lunghissima Cronologia, che occupa circa un terzo del libro, dove a emergere, attraverso un lavoro poderoso di scavo e analisi di memorie, lettere, poesie e appunti, è il ritratto di un uomo «infelice della più immedicabile infelicità». Garboli non cancella dal suo lavoro le notizie su Pascoli che la scuola ha trasformato in quadretti di una commovente e semplificata agiografia, ma le analizza con sguardo acuto e onesto per inserirle in un ritratto complesso, più grande e certamente più fresco. Il fine di Garboli è appunto quello di restituire Pascoli in carne e ossa al lettore, e la lunga cronologia, che procede con un andamento quasi romanzesco ed è certamente tra i risultati più alti della sua opera e della letteratura italiana novecentesca,  va proprio in questa direzione. Il nucleo centrale dell’interpretazione di Garboli porta a mettere in dubbio il trito luogo comune che vede l’innesco della poesia di Pascoli nel tragico assassinio senza colpevoli del padre, suggerendo invece come a contribuire alla formazione della sua poetica siano state più le complesse conseguenze di quel gesto e quindi lo smantellamento del «nido», il processo di inesorabile sottrazione famigliare, il tradimento di Ida che sceglierà di sposarsi e quindi di abbandonarlo («Egli ha sofferto tanto / e tanto e’ vi cercò, / che presso a voi soltanto / viver egli può» scrive Pascoli in Il pellegrino del 1882 in occasione della prima visita alle sorelle dopo la laurea). Il commento sovrabbondante ai pochi versi delle poesie di Pascoli, impressionante per la sua precisione e portato avanti con le più affilate armi analitiche, fa di questo libro un oggetto unico, complicato e, forse, inclassificabile: ma sicuramente, una volta finita l’ultima pagina, potremmo dire di conoscere, almeno un poco, l’uomo Pascoli e avremo compreso un po’ di più dove è nata la sua esigenza di scrivere: «Ha preso corpo, in questa antologia – scrive Garboli –, la più osée e insieme la più legittima delle mie infrazioni. Io ho deciso di leggere qualcuna di queste poesie come frammenti superstiti di un disegno irrealizzato, relitti di un’autobiografia non voluta: poesie “di un altro”, schegge cadute da un racconto virtuale dove i vuoti e le lacune si stendono come in un puzzle di cui la stragrande maggioranza dei pezzetti colorati sia andata perduta».

Trenta poesie famigliari di Pascoli è una glossa infinita che nel suo avanzare apre continuamente inediti spiragli ma, soprattutto, è la dimostrazione di quell’arte della seduzione che ha caratterizzato ogni lavoro di Cesare Garboli, un critico la cui limpidezza espressiva e grazia letteraria non mancano di impressionare anche il lettore di oggi, anzi forse soprattutto oggi, quando le armi e gli atteggiamenti della critica sono ormai un po’ troppo arrugginiti.

 

 


Garboli_MocaCesare Garboli, Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli, Macerata, Quodlibet, 2020, 512 pp., 19 euro