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«Sì, ma di che parlano?»: Falsi amici di Claudia Durastanti

Martina PaladiMartina Pala
14 Ottobre 2026
in Naufragi
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«Sì, ma di che parlano?»: Falsi amici  di Claudia Durastanti

Falsi Amici si apre con un prologo “favoleggiante” la cui protagonista, una Cicogna, «stanca di volare nei cieli della fantasia, un giorno decretò che si sarebbe dedicata ai Saggi». Quella di Claudia Durastanti sembra quindi una dichiarazione di poetica e, insieme, una guida per chi legge. La favola continua con la Cicogna che incontra altri personaggi: la Beccaccia, romanziera del bosco, ormai scontenta della futilità di inventare nidi elaborati e lontana dal «suo primo canto»; la Pavona, celebre per mostrare le proprie ferite in pubblica piazza, ma che non sa più che dolore inventarsi; delle Galline che si azzuffano discutendo di questioni filosofiche; delle Formiche armate e intente a scavare gli scheletri delle antenate dimenticate; infine, proprio le Aquile del passato che, stanche delle vanghe delle Formiche, le invitano a farsi «un po’ la vita vostra».

In questo viaggio allegorico, le cui corrispondenze vengono di volta in volta esplicitate dalla voce narrante, la Cicogna ragiona sulla possibilità di scrivere saggi, sì, ma che siano legati da un filo conduttore, da un «colore» che risponda alla fatidica domanda dei lettori: «sì, ma di che parlano?». Il colore che vorrebbe tenere uniti i saggi di questa raccolta è il rosa, che già troviamo nel titolo in copertina: rosa è il colore della stanza dell’amica d’infanzia povera di Durastanti; rosa sono le opere di Ettore Spalletti o il completo di Gatsby di Fitzgerald, gli occhiali di Lolita o gli interni dei film di David Lynch e Luca Guadagnino, o ancora la stanza di Catherine nel Cime tempestose di Emerald Fennell. Il rosa è anche il colore del maiale, che torna in più saggi: in uno è simbolo della vita contadina e povera dell’amica; altrove è la cotica che la narratrice mangia quando viene lasciata sola in casa; o, ancora, è il pig con cui gli anglofoni apostrofano i fascisti.

E quindi, di che parlano i saggi di Falsi amici? Se a dircelo è il rosa, allora parlano di povertà, classe, fascismo, letteratura, arte. Ma rosa è anche la parabola in cui l’autrice/narratrice si trova catapultata suo malgrado da sempre, almeno da quando il poliziotto che non ha saputo allontanare il padre violento da lei e da sua madre le ha fatto credere di essere lei stessa responsabile del benessere di un uomo. E infatti, nonostante Durastanti mostri una certa insofferenza verso una letteratura di cui lei stessa è stata autrice e che pone l’io di chi scrive al centro della narrazione (un saggio è dedicato all’ascesa del genere dell’autofiction, ad esempio), l’io della narratrice subentra in ogni saggio, raccontandosi in fasi diverse della sua vita: da bambina, da adolescente, da studentessa universitaria, da scrittrice affermata e da donna incinta.

Già dal prologo “favoleggiante” si può intuire che quelli che compongono Falsi Amici non sono saggi puri. E infatti, anche il saggio «Fascio-romance», che si apre con una struttura assolutamente accademica, riassumendo il contenuto e specificando metodologia e fonti, appare “inconcluso” e aperto, come gli altri. Gli spunti offerti dalla raccolta sono molti: vale la pena soffermarsi su due, che corrono paralleli, seppure senza mai incontrarsi esplicitamente. Da una parte è interessante l’analisi del panorama letterario italiano: già il prologo riassume e ripropone una carrellata di fasi diverse della carriera di Durastanti stessa, dal memoir di La straniera ai numerosi romanzi, fino al lavoro di studiosa per «scavare gli scheletri delle antenate» dimenticate (Durastanti, per esempio, ha curato la ristampa per La Tartaruga di Carla Lonzi). Ma è altrettanto evidente una sotterranea insofferenza per le forme attraversate e che ora necessitano di un superamento, che può avvenire attraverso la scrittura saggistica: proprio la Cicogna del prologo spiega infatti che il saggio è il sentiero di mezzo tra la vanità del coinvolgimento, che le narrazioni memorialistiche o le autofiction mettono in scena, e il compiacimento del distacco che invece può caratterizzare una scrittura puramente finzionale. I

Ma i saggi di Durastanti – la quale ha sempre mostrato, anche in opere precedenti e non saggistiche, una certa tendenza al genere – non abbandonano mai del tutto le forme “ripudiate”: come già visto, il prologo è una sorta di favola; uno dei saggi introduce e comprende un racconto breve; e, soprattutto, l’io della scrittrice si inserisce e diventa personaggio vero e proprio. Durastanti spiega che l’autofiction e il memoir sono generi ad alto costo personale ma a basso costo economico, al contrario dei romanzi, che richiedono un dispendio di tempo e di risorse maggiore. Se questa economicità di risorse ha permesso a una certa generazione e classe sociale di trovare gli strumenti di scrivere e far sentire la propria voce, secondo l’autrice oggi sono venute meno le condizioni storiche e politiche di questo percorso di emancipazione, da cui quindi si allontana programmaticamente nonostante sia la forma che genera più reddito.

Nonostante queste riflessioni, nonostante le intenzioni dichiarate e pur ammettendo la varietà di declinazioni possibili della forma saggistica che non deve eliminare il personale sempre e per forza, le incursioni dell’io narrante in questi saggi rischiano spesso di sparigliare le carte e confondere, prima che di ampliare, il discorso. D’altra parte, proprio i passaggi più personali, in cui l’io narrante si racconta, nel passato, nel presente e anche quando si proietta nel futuro attraverso la bambina che aspetta, sono quelli che meglio funzionano nel libro. Durastanti, inoltre, si interroga sia sulla necessità spasmodica della letteratura contemporanea di denunciare e insegnare, sia sull’incapacità, oggi, di raccontare il mondo attraverso il romanzo, e quindi della creazione ex novo, che prescinda dal trauma personale. Viene quindi da pensare che sia a causa di questo cortocircuito che la scrittrice stessa non si affida mai alla lacuna (per usare la definizione di Nicola Gardini), al non detto della letteratura: invece, ogni possibile allegoria o simbolismo viene presto spiegato e reso esplicito, senza lasciare nessuna ambiguità interpretativa a chi legge.

Parallelamente, Durastanti cerca il superamento anche della parabola del rosa di cui sopra: si avverte un conflitto tra la necessità politica di rivendicare un certo tipo di lotta e di etichette e la prigione dorata (o rosa?) in cui questa la costringe. Se infatti il personale è stato strumento di molte scrittrici per imporre la propria voce in un sistema che le escludeva e all’interno di una concezione dell’universalità che non poteva rappresentarle, Durastanti prova a superare quella fase della sua letteratura e sospira malinconica al ricordo di ciò che la lotta alla parabola rosa ha sacrificato: l’amicizia con gli uomini, per esempio («Anche se io e loro non facevamo più parte della stessa banda e non ci parlavamo più come un tempo, ne ero circondata. Eppure mi mancavano; […] mi mancava l’amicizia e il lasciar correre; […] e soprattutto, volevo riflettere sui loro comportamenti senza ricorrere automaticamente al concetto di tossicità»). Durastanti, assumendosi il rischio di sembrare reazionaria, si interroga sul concetto di patriarcato e su quanto e come la lotta contro di esso non stia avendo lo stesso effetto collaterale registrato per la letteratura: laddove il personale, la memorialistica, l’autofiction, hanno perso la loro funzione di percorso di emancipazione, svuotandosi di originalità e carica eversiva, così l’uso indiscriminato di un certo linguaggio politicizzato ha contribuito a «opacizzare il significato»: «[…] Spero di non usare più la parola patriarcato senza cognizione di causa e di invocarla solo quando serve. Mi terrorizza l’uso indiscriminato del linguaggio per portarsi un punto a favore, prendere la scorciatoia emotiva […]». È sicuramente uno spunto interessantissimo, ma la provocazione non sfida mai un certo binarismo, che forse è il vero ostacolo della lotta femminista italiana contemporanea, e una concezione novecentesca del concetto di femminile, tanto che anche nelle posizioni provocatorie di Durastanti si sente l’eco propria delle scrittrici (anti-femministe) di quel tempo: anche Durastanti ammette, come Ginzburg, di aver sognato di scrivere come un uomo. E d’altra parte a Ginzburg fanno pensare l’invito di Teresa Ciabatti – nella sua recensione del libro uscita sul Corriere della Sera – a leggere questi saggi come un romanzo (si ricorderà lo stesso invito di Ginzburg a leggere come tale Lessico famigliare, che pure era a tutti gli effetti un memoir), e la forma ibrida dei saggi di Durastanti può ricordare anche i saggi, talvolta intrisi dell’io narrativo dell’autrice, de Le piccole virtù. Se però in questi ultimi è sempre chiaro di che cosa parlano, non sono convinta che la scia rosa a cui la Cicogna sperava di dare ordine e significato abbia sortito sempre il suo effetto.


Claudia Durastanti, Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere, Milano, La nave di Teseo 2026, €16, 192 pp.

Tags: amoreclaudia durastantifemminismoLa nave di TeseoPoteresaggistica italianaviolenza
Martina Pala

Martina Pala

Nata a L’Aquila, collabora con la casa editrice Textus ma vive in Inghilterra dove è dottoranda all’università di Durham con un progetto sul(l’anti)femminismo di Anna Banti, Natalia Ginzburg e Elsa Morante. Quando non scrive di autrici italiane spesso dimenticate, legge lunghe saghe familiari che attraversano il Novecento italiano, guarda musical o film inquietanti, ascolta musica non sempre di qualità, guarda programmi televisivi che le fanno perdere credibilità e sente nostalgia dell’Abruzzo.

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