Come ha scritto Massimo, nel predente dispaccio dal Lido, la Mostra del cinema di Venezia non perde il suo fascino, ma non perde tantomeno i suoi problemi atavici, irrisolvibili: vaporetti troppo piccoli, caldo sahariano, zanzare elefantiache, code chilometriche. Tant’è che negli ultimi anni, anche a guardare i vecchi speciali dedicati alla Mostra, i nostri incipit sono sicuramente ripetitivi. Per fortuna, però, a cambiare sono i film, e quest’anno, il concorso – al di là dell’assenza del duopolio Netflix-Hollywood – sembra più dolce, più innamorato del solito. Penso alla storia d’amore di Succederà questa notte di Moretti, oppure alla dimensione quasi romantica (utopistica) della vicenda delle sorelle Holbrooke in Bucking Fastards di Herzog, o ancora alla scelta (sicuramente discutibile) di raccontare l’omicidio Varani ne La città dei vivi con un tono quasi dimesso, che sostituisce al true-crime una messa in scena paradossalmente tenera. E poi c’è Look Back, l’ultimo film di Hirokazu Kore-eda, che ha conquistato proprio per la sua vulnerabilità, per la dolcezza quasi debordante con cui porta sul grande schermo l’omonimo manga cult di Fujimoto Tatsuki, la storia di due aspiranti mangaka che diventano amiche per la pelle. Se non sarà Leone d’Oro, ci andrà comunque vicino.
Look Back fa venire in mente moltissime altre storie perché è una storia universale, nel senso che, un po’ come l’infanzia/adolescenza di cui parla, tutti abbiamo avuto quell’età. Però (per fortuna) non a tutti succede quello che accade alle due protagoniste – perdersi. Per questa ragione, tra le tante storie di cui dicevo, ce n’è una a cui mi ha fatto pensare in particolare, ed è quella de L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio (Einaudi, 2013). La ragione è che anche nel romanzo di Murakami, tra Tsukuru, il protagonista, e i suoi amici succede qualcosa per cui non si parlano più. La storia poi, come in Look back, letteralmente guarda all’indietro, a come sarebbe andata se. Ed eccoci all’universalità dell’indagine controfattuale.
Mi sembra che la mise en scéne di Kore-eda si dedichi proprio a questo, cioè non ad espandere i confini della trama (fedelissima a Tatsuki), bensì a restituire l’universalità della formazione, o, per meglio dire, dell’errore. In questo senso, Look back mescola un montaggio lineare fino a tre quarti della pellicola per poi incepparsi, a causa di quel what if, e diventare ellittico, a colpi di analessi controfattuali, immaginarie, che provano a riscrivere la storia dal di-dentro. L’espansione è forse resa altresì evidente dall’unico elemento che Kore-eda aggiunge rispetto a Tatsuki, ossia un’attenzione carveriana per il quotidiano, che a livello visivo esplode paradossalmente nei campi lunghissimi della campagna giapponese in continua trasformazione (autunno, inverno, …), un po’ come le due protagoniste e i loro disegni.
Il motore della narrazione è, infatti, proprio materico, fisico, sonoro. La maggior parte delle sequenze ritrae quasi in close up le mani delle due protagoniste sul foglio di carta, intente a disegnare il loro sogno, ossia un manga da poter pubblicare. Da ciò scaturisce un’indagine quasi metanarrativa: le storie che Fujino e Kyomoto creano non restano tali, valicano i confini del fittizio, entrano in scena, si materializzano, come dimostra ciò che accade a Kyomoto.
Un’altra storia che Look Back mi ha fatto venire in mente è di un altro autore asiatico e si intitola Non lasciarmi (Einaudi, 2005). Le atmosfere sono diverse, ma c’è un elemento che lega in modo evidente le due storie, entrambe incentrate sul racconto di un’amicizia, ovvero quella sensazione che ci porta indietro ai legami dell’adolescenza, a quanto ci hanno forgiato e alla velocità con cui molto spesso sono svaniti, evaporati. Forse è anche questo il senso della domanda di Kyomoto: posso disegnare il mare senza saper nuotare? In altre parole, sono ancora in grado di dare forma a qualcosa che non so più fare, qualcosa di cui non ho più esperienza?
Kore-eda sembra aver tenuto fede alla lezione del suo precedente film, L’innocenza, e aver dato un carattere così corporeo alla dolcezza e alla malinconia che porta in scena. Non si tratta di sentimenti dichiarati, ma tattili, a matita, nella distanza che separa Kyomoto e Fujino nella camera in cui disegnano. È qui forse che Look Back si avvicina maggiormente a Non lasciarmi. Come Kathy, la protagonista di Ishiguro, prova a tornare indietro e ricostruire la propria adolescenza che non conosce, anche Fujino, in modo quasi repentino, bulimico, prova a trasformare i ricordi di un passato che però invece conosce benissimo. A questo punto, la perdita non sfuma nell’assenza, ma genera una deformazione dello sguardo, che a sua volta plasma la natura del passato in racconto del passato.
Insomma, Kore-eda dà corpo al controfattuale, che in modo quasi inevitabile si mischia al dato fantastico. Se strofini forte le mani e le appoggi sulle orecchie, poi si sente il mare, dice sempre Kyomoto. Forse è un simbolo, il mare appunto, di questa miscela, tra ipotesi e invenzione, tra speranza e realtà, che grida a gran voce non lasciarmi, non lasciarci.







