Tra gli addetti ai lavori presenti al Lido di Venezia quest’anno si parlava moltissimo di un film in particolare. Si trattava di Primetime, primo lungometraggio cinematografico del giovane e talentuoso documentarista Lance Oppenheim.
La pellicola destava curiosità per una serie di motivi. Il primo è di certo il tema: il film porta in scena la storia vera di un controverso programma televisivo americano sulla caccia a predatori sessuali. Il secondo è che nel ruolo del protagonista è stato scelto uno dei più influenti attori della sua generazione, Robert Pattinson, e infine, il terzo motivo è che dietro al progetto c’è la celeberrima A24. La casa di produzione newyorkese conserva, ormai, anche dopo svariati anni di attività, un certo appeal sulla comunità di cinefili, rappresentando ancora adesso un brand di richiamo, nonostante la carica eversiva dei titoli proposti si sia ridotta col passare del tempo. E questo Primetime, purtroppo, non sembra sfuggire alla recente tendenza.
La storia è quella di Chris Hansen, ideatore e presentatore del programma To Catch a Predator, andato realmente in onda negli Stati Uniti nei primi anni duemila, gli anni successivi all’esplosione della bolla del dot-com, di Messenger e dell’entusiasmo di internet, dove il web non era ancora un territorio diviso in feudi, ma un mondo poroso e pieno di zone d’ombra. Fiorivano ancora le chat e qui milioni di persone passavano le ore a parlare con amici e a incontrare sconosciuti. È in questo scenario che la NBC lancia all’interno dello spazio Dateline un originale programma che unisce news e reality show. Il format ha un meccanismo mai visto prima in TV. In ogni episodio la troupe televisiva adesca un potenziale predatore sessuale attraverso una chat di internet, il quale, una volta invitato dall’esca a un appuntamento in casa, viene smascherato. La scena si svolge quasi come un rituale: l’uomo entra nella zona cucina, incontra la sua vittima che, dopo pochi minuti, si eclissa in un’altra stanza, e al posto suo compare Chris Hansen, con cartelletta in mano piena delle trascrizioni delle chat intercorse tra l’uomo e l’esca.
Ed è così che inizia anche il film Primetime, seguendo alla lettera la liturgia del programma. Da una scala compare un impeccabile Pattinson nei panni di Hansen che mette alle strette il predatore e prepara il terreno alla cattura che avverrà fuori casa, sul portico, ad opera di un manipolo di poliziotti pronti a immobilizzarlo. Il tono della scena oscilla tra il drammatico e il grottesco, suscitando sentimenti contrastanti nel pubblico. Il copione che segue Pattinson/Hansen, da una parte, è eccessivamente teatrale e punta a enfatizzare il momento, dall’altra l’uomo incastrato appare agli antipodi del criminal mastermind: è spaesato, goffo, quasi un personaggio comico. L’effetto quindi è straniante, ma efficace nel riassumere il fenomeno di un programma che all’epoca divenne ben presto un caso televisivo di grande successo, tanto da essere scelto per sfidare, a suon di share, in prima serata – in primetime – l’altro fenomeno tv del momento: Lost.
Ad Hansen viene chiesto dalla rete di portare il materiale della serie a un livello più alto per poter rivaleggiare con la serie tv iconica di inizio nuovo millennio e per farlo, l’anchorman decide di estremizzare i contenuti, fino a portarli al confine del lecito.
Il regista Oppenheim fin qui fa un lavoro notevole, mettendo al servizio le sue abilità di documentarista per infondere una patina di realismo a un materiale che potrebbe sembrare uscito da un episodio di Black Mirror. Il concetto di gogna mediatica è del resto più attuale che mai e si è diramato in innumerevoli sottogeneri che infestano i social con una popolarità allarmante. Basti pensare, ad esempio, al trend dei giustizieri da strada, come il tiktoker Mervin Hunter che marchia con lo spray i presunti borseggiatori a Venezia e ai suoi omologhi nostrani come il famigerato Cicalone e le sue ronde nelle stazioni metro di Roma.
Per non parlare del formidabile successo di podcast True Crime, degli YouTuber che forniscono accalorate opinioni su fatti di cronaca nera popolari, emettendo sentenze e condanne. Attraverso la televisione prima e la rete oggi il pubblico ha modo di dare uno sguardo alla sporcizia morale degli altri, di avere l’opportunità di addentrarsi nel lato oscuro protetto dal proprio schermo e di godere di una prospettiva in POV (Point of View): un’esperienza immersiva e pornografica del male.
Per questo motivo Primetime di Oppenheim è di certo un’opera che, attraverso un fatto di cronaca del recente passato, è in grado di leggere i tempi in cui viviamo, ma la sensazione, guardando il film, è che non ci sia un efficace seguito a delle ottime premesse. Come spesso accade ultimamente con le produzioni A24, al di là di un’idea accattivante e una confezione altrettanto cool (con tanto di effetto videotape su alcune sequenze), il film non sfrutta appieno la potenza del materiale di partenza e sembra quasi procedere con il freno tirato. Robert Pattinson non sfigura nella parte dello squalo televisivo pronto a tutto pur di vincere, ma scivola a tratti nello stereotipo e non porta realmente lo spettatore né ad odiarlo né ad empatizzare con lui; stesso discorso per i suoi comprimari, da Phoebe Bridgers a Skyler Gisondo nel ruolo delle esche, fino a Merritt Wever nel ruolo della spietata producer dello show: interpretazioni sopra la media, ma che lasciano un certo disinteresse nei confronti dell’esito delle loro storie.
Sembra quasi che il film funzioni solo nel momento in cui a essere mostrato è il programma televisivo – la parte più documentaristica – mentre l’impianto di finzione non è all’altezza, in particolare nella seconda parte, dove non si raggiunge il climax desiderato e, nel finale, si resta indifferenti al dramma messo in scena.
Peccato, per una delle opere di Venezia, che, sulla carta, aveva tutti gli ingredienti per far breccia nel cuore dei cinefili e che, invece, si rivela un’opera incompleta.
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