Festival come la Mostra del Cinema di Venezia sono facilmente criticabili per la loro scintillante superficialità, i loro eventi mondani e le parate di star. Eppure restano termometro della realtà, radunando le più grandi menti creative del pianeta e le loro visioni sul mondo. Così, tra le opere presentate nelle sale, è facile rintracciare delle connessioni, temi che riecheggiano da schermo a schermo, e che costruiscono una mappa del cosiddetto zeitgeitst. Di certo un interrogativo che si sono posti molti registi quest’anno è che che cosa sia l’umano e come e quando perdiamo la nostra umanità. Guillermo Del Toro ha portato il suo contributo rileggendo il capolavoro gotico di Mary Shelley, Frankenstein, soffermandosi, per l’appunto, sull’umanità della creatura contrapposta all’amoralità del suo creatore. Altri registi hanno scelto invece la carta del grottesco per illuminare le storture di una civiltà in crisi.
Bugonia (Yorgos Lanthimos)
Yorgos Lanthimos non è nuovo agli studi antropologici e all’analisi dei confini dell’umano. Si potrebbe dire che la quasi interezza della sua filmografia abbia i caratteri di un disturbante test scientifico. Come in un laboratorio, Il regista greco ricrea nei suoi film l’ambiente adatto alla proliferazione di una deviazione, una patologia, per isolare e rendere manifeste le aberrazioni della società attuale. Basti pensare a Kynodontas e al suo racconto di una famiglia volontariamente isolata dal mondo, dove figli ignari del mondo esterno apprendono ogni cosa attraverso le concessioni di un padre demiurgo. Oppure La Favorita e il suo microcosmo nobiliare del tutto distaccato dalla realtà, dove, per per entrare nelle grazie di una regina infantile ed egoista, due cortigiane sono disposte ad adottare soluzioni estreme. Infine abbiamo Poor Things e la rivisitazione in chiave femminile di Frankenstein, in cui Lanthimos aggiunge un elemento in più al suo test: cosa succederebbe se il soggetto analizzato nel suo ambiente protetto venisse mandato nel mondo esterno? Anche nell’ultimo film presentato a Venezia, Bugonia, assistiamo alla messinscena di una realtà alternativa, frutto delle teorie cospirative di due apicoltori, convinti che la terra sia stata invasa da alieni. Per provare le loro convinzioni, i due redneck sequestrano una donna d’affari a capo di un’azienda farmaceutica, convinti di aver individuato un alto funzionario dell’esercito extraterrestre. Ispirata a una commedia sudcoreana del 2003, Save the Green Planet, quest’opera è una dark comedy che, con il pretesto di ridicolizzare le strampalate fake news di gruppi come QAnon, racconta l’ormai insanabile incomunicabilità tra classi sociali, distanti anni luce tra loro, in un sistema sempre più incomprensibile e, quindi, alieno. Lanthimos, fin da subito, presenta gli antagonisti della storia come se vivessero su due galassie lontane: Michelle Fuller, interpretata efficacemente da Emma Stone, nella sua villa lussuosa tra routine da atleta e supercar, i due apicoltori operai Don e Teddy nella loro stamberga, mentre compiono faticosamente dello stretching e si spostano in bicicletta. Sono come due razze differenti che si preparano a una guerra, quella quotidiana per la sopravvivenza. Il film possiede un ottimo ritmo e l’uso pressoché totale di un unico spazio (la casa degli apicoltori dove Michelle verrà sequestrata) rendono il film opprimente al punto giusto. Jesse Plemons, poi, è ormai una garanzia nell’interpretare quel tipo di americano alienato, l’insospettabile buddy della villetta accanto, con il vizio di sotterrare cadaveri in giardino. Il problema di questa pellicola consiste però nell’essere estremamente schematica nel suo sviluppo e di aver forse osato meno di quanto avrebbe potuto, sia sul versante dell’inquietudine sia di quello comico, finendo per essere non molto di più che un film godibile, ma non spiazzante quanto le opere precedenti del regista greco. Dopo il precedente Kinds of Kindness, film a episodi che aveva l’aria di essere un progetto minore, quest’ultimo lavoro conferma la sensazione che il cineasta si trovi in una fase creativa di transizione, dove a una maggiore disponibilità economica e produttiva non corrisponde un’analoga ambizione.
No Other Choice (Park Chan-wook)
Chi invece sembra essere ancora mosso dal sacro fuoco, nonostante una carriera di tutto rispetto, è il regista sud coreano Park Chan-wook, già autore del film cult Old Boy e più recentemente del bellissimo Decision to leave. A Venezia quest’anno si presenta in concorso anche lui con una dark comedy in cui la lotta di classe ha una maggiore centralità rispetto al film di Lanthimos. Come per Bugonia, inoltre, anche la trama di Decision to Leave – tratta dal romanzo The Ax di Donald Westlake – era stata raccontata in un film di una ventina di anni fa, del regista greco naturalizzato francese Costa-Gavras, autore famoso per Z, L’orgia del potere. La trama è abbastanza essenziale: un uomo che lavora come ingegnere presso una cartiera perde il lavoro, a causa di un taglio del personale. Dopo diverso tempo passato senza un’occupazione, e con il rischio di perdere il suo status di borghese, decide di attuare un piano estremo: eliminare fisicamente i concorrenti diretti per un posto di lavoro che reputa adeguato. Come per Bugonia, il protagonista di quest’opera grottesca reputa legittimo ricorrere alla violenza estrema per riottenere una sorta di distorta giustizia sociale. In un mondo altamente polarizzato, dove ogni rete solidale è perduta, il prossimo è solo potenziale minaccia, rivale per un posto di lavoro, che non ci renderà felici, ma solo integrati. Se il regista Gavras, nella sua versione optava per un tono più cupo e una narrazione più lineare, sottolineando la metodicità di questo ingegnere improvvisatosi killer, Park Chan-wook amplifica la portata comica della vicenda, regalando momenti di estrema ilarità, attraverso la costruzione di personaggi con cui perfino empatizzare. Quello che inizialmente sembra quasi un film a tesi si trasforma in un racconto polifonico di estrema ricchezza e varietà di registri, dal thriller al pulp, passando per la commedia. Con No Other Choice Park Chan-wook dimostra – se ce n’era ancora bisogno – di essere tra i più importanti registi contemporanei e si candida seriamente per qualche premio importante a Venezia.






