«Non temiamo le rovine, erediteremo la terra», dicevano. Ma siamo ufficialmente nel worst case scenario. I profili instagram dei meteorologi dicono tutto quel che c’è da dire sulla nostra vita. La Pianura brucia, e il mondo (qualsiasi cosa significhi) seguita a girare in apparenza senza scarti, quasi ci potessimo permettere di fare come se nulla fosse. Non è ben chiaro dove trovare (o cercare) uno scampolo magari neanche di speranza, ma di vero. Nella lotta, nella comunità, nella poesia? Abbiamo nove consigli e poco altro. Ever tried. Ever failed.
Nikolaj Gumilev, Perle. Con testo originale a fronte, traduzione di Franco Matacotta, a cura di Stefano Fumagalli, Passigli, Firenze, aprile 2026 (Martina Morabito).
Chissà cosa avrebbe pensato Nikolaj Gumilev, per breve tempo marito di (Achmatova), poeta-viaggiatore e soldato medagliato poi nemico del popolo (cospiratore?) fucilato nel 1921 e obliterato dalla memoria sovietica fino al 1986, critico e teorico puntiglioso della traduzione di poesia (nel 1919 ne detta i nove – inattuabili – comandamenti: mantenere il numero di versi, il metro, i piedi, le rime, gli enjambement, il lessico, le similitudini, i procedimenti peculiari, i passaggi di tono), chissà cosa avrebbe dunque pensato Gumilev di questa trasposizione in lingua italiana del suo Perle (1910), orchestrata nel 1945 dal poeta partigiano e comunista Franco Matacotta – celebre anch’egli come compagno di (Aleramo)-, che stravolge l’ordine dei componimenti, non rispetta l’unità del ciclo e la struttura (tripartita, con una coda fiorita dedicata ad Anna A.) e non si preoccupa della forma (purificata, cristallina) ancorandosi e aderendo invece al contenuto (epico e poco lirico, in cui noi, buffi attori nel teatro di Dio incontriamo Odisseo, Adamo, Romolo e Remo, Beatrice, una donna-luna e diventiamo pappagalli parlanti che dicono io); non sappiamo quel che il poeta russo avrebbe pensato, ma siamo certe dell’importanza del recupero effettuato da Stefano Fumagalli, mirabile curatore di questa edizione che finalmente presenta per la prima volta, a distanza di decenni dal tentativo fallito di Matacotta di pubblicarle con Guanda, le traduzioni del poeta partigiano autore di Fisarmonica rossa.
Mariangela Guatteri, Casino Conolly, edizioni del verri, Milano, ottobre 2024 (poet.-).
Casino, inteso come casa piccola; Conolly, come uno psichiatra inglese di metà Ottocento: insieme formano il titolo dell’ultima opera di Mariangela Guatteri. Il libro studia, riscrive e trasfigura la serie degli edifici che costituivano il sistema manicomiale disseminato di Reggio Emilia. Un montaggio testuale che agisce come uno spioncino su spazi di reclusione e silenzio. Accostandovi l’occhio, si avverte un’immediata scomodità: un’opera di ricerca che costringe a guardare dove l’istituzione ha cercato e cerca di sopraffare l’umano.
Fabrizio Miliucci, Genitivo, Marco Saya, Milano, giugno 2026 (Niccolò Bosacchi)
Nel saggio Esperienza e povertà Walter Benjamin cita la favola dei fratelli Grimm in cui un ragazzo non conosce cosa sia la pelle d’oca, e deve partire per scoprirlo. La scrittura di Genitivo di Fabrizio Miliucci compie forse qualcosa di simile. Slogature, disgregamenti e strappi delle parole e delle immagini compongono il viaggio all’interno di un luogo opaco e fantasmatico in cui l’unico uso possibile delle cose sembra quello più incongruo, come il protagonista della favola che cerca di scaldare gli impiccati a un fuoco, taglia le unghie ai gatti mostruosi e gioca a birilli con tibie e teschi. Miliucci cerca di recuperare la realtà provando il più possibile a prolungare la permanenza nel suo punto cieco, ma senza nessun compiacimento monumentale dell’impensato o dell’inappropriabile. Anzi, questa storia di uno che è andato in cerca dell’esperienza fa uscire dal dormiveglia frammenti o scampoli di un territorio in realtà profondamente quotidiano e che quindi è impossibile non sperare di abitare. La scrittura fredda e volontaria si rovescia: nel suo risvolto c’è l’esperienza condivisa (potremmo persino, proprio perché assente, dire politica?)
Ahmad Almallah, Border Wisdom, Winter Editions, New York, 2023 (Elena Niccolai)
Sono rare le voci capaci di dire insieme il lutto privato e la catastrofe collettiva, di tenerli l’uno accanto all’altra senza confonderli né gerarchizzarli, anzi di metterli tensione verso una verità emotiva e politica. Quella di Ahmad Almallah, poeta palestinese cresciuto a Betlemme e oggi a Filadelfia, dove insegna scrittura creativa alla University of Pennsylvania, è una di queste. Border Wisdom, la sua seconda raccolta, nasce dalla morte della madre, ma il lutto si allarga subito a tutto ciò la parola contiene: la lingua madre, la terra madre, la possibilità del ritorno.
La scelta formale più radicale è la compresenza dell’arabo e dell’inglese sulla pagina: non traduzione a fronte, non bilinguismo ornamentale, ma un’unica lingua poetica in cui le due scritture si prestano ritmi e sintassi. Ma quando l’io lirico constata di non possedere alcuna lingua nella terra dei nuovi inizi non sta registrando una perdita: sta sgombrando il campo dall’idea stessa di proprietà linguistica per rivendicare il diritto a esistere, anche nella lingua, anzi a partire dalla lingua, oltre e nonostante i confini e i recinti imposti con la forza. È il senso della translaformation, il neologismo con cui Almallah fonde translation e transformation: un’interlingua che proprio nelle sue presunte malformazioni si scopre più fedele all’esperienza di chi la scrive. Così l’inglese di Almallah accoglie l’ordine delle parole arabo, e il confine del titolo si rivela per quello che è: una linea tracciata da altri, che la poesia attraversa in entrambe le direzioni: tra le lingue, tra i vivi e i morti, tra la presenza e l’assenza. È una lettura esigente ma non ermetica, e straordinariamente attuale: un’educazione sentimentale alla perdita che è anche una riflessione politica su cosa significhi, oggi, essere palestinesi nella lingua degli altri.
Silvia Righi, Ex voto suscepto, pungitopo, Milano, dicembre 2025 (Stella Poli)
Sono poche le chiese dove resistono le pareti degli ex voto. Ne ricordo una, molto buia, a Torino. Sono strane, per altro, le sagome lucide, gambe slogate in posizioni innaturali, cuori con ricami, un solo occhio. Anche nel libro di Righi alcune partizioni hanno nomi singolari e anatomici, cuore, testa, addome, infilzate da spilli fino al centro del testo, la cui sezione titola P.G.R., per grazia ricevuta, poi la sequenza si ripete a ritroso, dopo un odio frapposto, macrotesto palindromo di tessere, fila di amuleti che chiedono, o hanno smesso di sperare in, miracoli. Nel perimetro di questo libro piccolo, quasi scheiwilleriano, Righi convoca il mito e una modernità mondana, più voci, più font, la prosa, l’erotismo e il sacro, in un impasto denso, vivido: «La gente parla di attrazione ma, ecco: | se la realtà fosse una mente collettiva | di reti che non puoi toccare, ma trasparenti e vive | come gusci, allora immaginare | equivarrebbe a renderti sostanza. | Non posso essere più chiara, | lo spazio che si riduce e aspetti e sai | che accadrà, con l’incenso, la risonanza di te | e le grida mentre vieni sotto al corpo di un altro. | Hai chiuso nodi che portassero a me. | E io li ho saggiati».
Fabio Franzin, Opera operaia, Marcos y Marcos, Milano, maggioS 2026 (Riccardo Frolloni).
Non tutta la letteratura estiva può profumare di cieli azzurri, aperitivi, salsedine. Non può, perché la lotta non può permettersi di andare in vacanza, anche se preferiamo crederlo. Franzin con Opera operaia (Marcos y Marcos, 2026) ci ricorda del lavoro manuale e invisibile, dei corpi consumati, secchi, ruvidi, il contrario di quelli lisci e oleosi del bagnasciuga. Ci prende sottobraccio e ci accompagna nella marcia, con la lingua della pietà, della rabbia e del pudore. Queste dimenticate, queste qualità umane troppo umane. Da leggere sotto l’ombrellone? Forse, ma in spiaggia libera, con la sabbia che gratta, incazzati neri, ma col cuore aperto, e la schiscetta piena.
Federico Italiano, Godzilla e altre poesie, Guanda, Parma, febbraio 2026 (Roberto Batisti)
La poetica di Federico Italiano ha radici a cui mi sento vicino – quelle di un poeta-studioso, conscio di non essere versificatore brado e istintivo, ma che sa colpire e spesso commuovere con una poesia ‘di secondo grado’, in cui memoria personale e letteraria sono un tutt’uno. Il nuovo libro dà gradita conferma del suo alto artigianato metrico-linguistico. Certo, l’autore col tempo ha un po’ messo la sordina a quella modalità impersonale e geopolitica, frequente agli esordi, quando si scatenava a rintracciare sulla mappa le migrazioni dei granchi giganti o dei proto-indoeuropei, e trasfigurava giovani ricercatori cosmopoliti nei Mirmidoni di una parodia insieme goliardica e affettuosa dell’epos. Insomma, quella capacità di allestire vivide, grandiose scenografie storiche o cosmiche che gli valse persino il paragone con Kubrick. Il poeta ora si volge a temi intimistici o generazionali, e piega la sua scrittura colta, brillante e molto ‘internazionale’ (a dispetto del cognome) a riflettere la cupezza di tempi distopici: il mostro del titolo è emblema pop della Chernobyl che ha segnato la sua generazione, come di tutte le apocalissi passate e future. Ma a Italiano, maturato senza tradirsi, resta una felice immaginazione poetica che si accende quando può fissare il quotidiano in fantasie cartografiche («la schiuma del dentifricio | a forma di Antartide»), leggere la natura con la cultura («il Kaddish sotterraneo dei miceli»), esplorare le stratificazioni geostoriche («l’immemore oceano padano») e linguistiche («Ti scrivo in una lingua | estinta, tramandataci || sugli ossi oracolari | gusci di tartaruga») – e che in fondo ancora non resiste alla tentazione di «percorrere tutti i fiumi di Francia | sulla carta limnologica a colazione».
Poesia russa 1990-2023, edizione bilingue, a cura di Daniela Rizzi e Elena Pachomova, Molesini, Venezia, gennaio 2026 (Pietro Mochi).
Gli anni Novanta, in Russia, furono una soglia e uno sfacelo strani. I testi dei sedici poeti antologizzati in Poesia russa 1990-2023 (Molesini, 2026) partono da quell’irruzione del XXI secolo, quello strano momento di rinegoziazione di senso. Sono cento poesie circa, tutte mai tradotte prima in italiano, le cui poetiche dialogano con il superamento e il collasso di fine secolo: si va dall’ironia, alla militanza femminista, a un ritorno alla tradizione pre- o anti-avanguardista. Seguiamo queste voci fino ai primi decenni degli anni Duemila, in un clima definito dai critici “periodo di remissione creativa”, a constatare un affievolimento progressivo anche della fede nella funzione poetica, quasi in scacco rispetto al reale. Un’operazione coraggiosa, dunque, necessaria, non si dicesse troppo spesso a sproposito.
Daniele Bellomi, un cerchio, un quadrato, Prufrock spa, 2025 (Massimiliano Cappello)
Dev’esserci qualche residuo dell’epos, nell’idea che un mondo possa darsi per intero e compiutamente entro le quattro mura di un palazzetto; un epos degradato e confortante insieme, soprattutto se in quel luogo riemerge (sotto forma di spettacolo) l’arcaico. Ma il wrestling è anche e forse soprattutto il solo sport davvero romanzesco, perché si basa – almeno dal 1989, quando è stato pubblicamente ammesso dal presidente della WWE Vince McMahon al Senato del New Jersey – sulla sospensione volontaria dell’incredulità, o kayfabe. A questa musa falsovera ha dedicato il suo ultimo libro Daniele Bellomi, Un cerchio, un quadrato: problema classico della geometria, che qui si fa metafora della sovrapponibilità di esperienza empirica e finzione. Cosa succede dopo che «l’heat della disputa, la legittimità di un odio a due direzioni, ha travalicato il piano dell’esperienza simulata e si è trasferita in residenza al reale»? Per congegnare un linguaggio adeguato allo scopo, Bellomi ha premesso un glossario essenziale al suo libro, risolvendo così la vexata quaestio della fruibilità del testo poetico. Un linguaggio insieme sgranato e nitido, metà super 8, metà ringside camera. A perimetrare questa superficie testuale, ottantacinque “quadrati” di prosa (più uno) suddivisi in sei sezioni: a voler fare i conti, un totale di 14,3 periodico. Una perturbante inversione degli interi e dei decimali di π che, sensata o meno, volontaria o meno, si fa figura anche del capovolgimento tra l’immersività del ring e quella schermica, tra l’esperienza dell’intrattenimento e quella empirica, tra un’infanzia che si ostina a non voler finire e il corpo del presente che tiene in ostaggio. «Ti chiedi se è così necessaria questa guerra, che allontana dalla guerra vera, e che però è anch’essa così vera per effetti e conseguenze». Sia come sia – e il wrestling lo dimostra –, chi reprime ogni forma di conflitto non avrà altro in cambio che violenza. E prima o poi attraverserà lo schermo, se non l’ha già fatto.
L’immagine di copertina è realizzata dal nostro Massimo Cotugno.














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