Sei consigli di musica per l’estate. Per rendere onore al nostro animale-guida, che di canti sa qualcosa.
Boards of Canada, Inferno (WARP, 2026) – Michele Turazzi
Cinque album in poco meno di trent’anni, il primo dopo tredici, l’ultimo concerto nel 2001: tutto si può dire sui Boards of Canada, padri dell’IDM, tranne che non rispettino il valore del silenzio. Bisogna partire da qui, dal fatto che il duo scozzese torna in studio solo quando sente di avere qualcosa da dire, per interpretare Inferno, un disco che a un primo ascolto sembra essere fin troppo prossimo agli album precedenti, in particolare a The Campfire Headphase, non il più riuscito della band. Eppure, come sempre con i Boards of Canada, sono necessarie sessioni di ascolto ripetute per entrare davvero in contatto con il loro sound ipnotico, la loro elettronica downtempo – uno stile che di fatto è unico – e comprendere che Inferno è un disco profondamente radicato nel nostro tempo: il trasognato tono nostalgico di Music Has the Right to Children e Geogaddi non ha più senso, questo ci stanno dicendo i BoC, e lascia dunque il posto a una distopia retrofuturista che non sarebbe dispiaciuta a Mark Fisher, un tappeto sonoro in cui il vociare stanco di santoni e millantatori ci racconta che oggi, nel 2026, non è più sufficiente rifugiarsi nel passato, c’è da sporcarsi le mani con l’inferno che stiamo vivendo.
Mitski, Nothing’s About to Happen to Me (Dead Oceans, 2026) – Marco Longo
A distanza di tre anni dal fortunato predecessore, The Land Is Inhospitable and So Are We, Mitski ritorna sulle scene con il nuovo Nothing’s About to Happen to Me e conferma di essere una delle voci più ispirate e autentiche del panorama indie. Gli undici brani ripropongono l’ampia gamma sonora del suo repertorio che qui oscilla tra le chitarre abrasive e ruggenti del singolo Where’s my Phone e i tipici paesaggi della tradizione americana di Instead of Here, passando per l’indolenza di If I leave con le sue rabbiose distorsioni. Che dire poi dell’apparente leggerezza di Rules con la sua sezione di fiati che sembra uscire da qualche big band degli anni Cinquanta? Nonostante la coesistenza di linguaggi lontani, il risultato finale è sorprendentemente coerente e piacevole come se Mitski riuscisse ad indossare con grazia abiti diversi risultando sempre autentica.
BMX Bandits, Duglas Stewart’s Frankenstein (1996; Rough Trade, 2026) – Marcello Sessa
Dopo trent’anni, un disco quasi “perduto” può riaffiorare; è il caso di Duglas Stewart’s Frankenstein, originariamente apparso nel 1996 solo in CD e ora ristampato in vinile in forma espansa: rimasterizzato con l’aggiunta di outtakes di lusso. Si tratta di una fatica creativa costellativa, che vede come perno giusto appunto Duglas Stewart, il fondatore dei BMX Bandits: il “suo” Frankenstein è un assemblaggio collaborativo che ha visto coinvolti i principali musicisti e amici della scena pop-rock indipendente della Glasgow fine anni Ottanta/inizio Novanta del Novecento (tra cui noti componenti dei Teenage Fanclub). Entro la discografia della band, questo “mostro” si configura il prodotto più lo fi – fatto di pezzi originali e cover accrochés – e, contemporaneamente, il loro Pet Sounds. Il carattere occasionale lo rende probabilmente l’album maggiormente eterogeneo dei BMX Bandits, quello che raggruppa influenze musicali multiformi: solida canzone americana Seventies, sapiente pop inglese, il rock disincantato che voleva registrare le atmosfere del periodo, elettronica homemade simil-maccartiana, esotismi persino. Non è un insieme di parti e nemmeno di avanzi; al modo della creatura shelleyana, è un’entità: una scanzonata entità che si aggira per la pop music Nineties cantando la sua «broken fairytale» – e che ora è ritornata tra no.
Leo Middea, Notícias de Puglia (Esfera, 2026) – Giulia Sarli
Nato a Rio de Janeiro nel 1995, Leo Middea decide di cercare la propria fortuna musicale in Europa, scegliendo come propria residenza Barcellona, città in cui vive ormai da nove anni, ma trascorrendo la maggior parte del suo tempo viaggiando in compagnia della sua chitarra. Il suo terzo album, Vicentina (2020) è stato registrato grazie ai ricavati guadagnati suonando per strada e ha ottenuto successivamente successo di pubblico grazie ai canali di musica streaming. Oggi considerato uno dei musicisti più importanti della Musica Popular Brasileira, esce con il suo sesto album, Notícias de Puglia, che si apre con una frase programmatica: «Um salve pra cultura popular», a incipit di una canzone, Atabaque, che rivela fin da subito l’intenzione di radicare la propria musica nella tradizione, con variazioni di samba e bossa nova reinterpretate con sonorità contemporanee.
Musica brasileira scritta e suonata per le strade d’Europa: forse proprio grazie a questa distanza geografica l’album di Middea è così intimo e pieno d’amore per la sua terra d’origine. È ora in corso il suo tour che prevede 17 concerti in 8 stati e diverse date italiane da non perdere.
«Solto | Esse amor que é tão sofrido | Vou pôr o meu melhor sorriso, è | E seja o que Deus quiser».
Nacho Vegas, Vidas semipreciosas (Oso Polita Records 2026) – Claudia Dellacasa
Chi ha amato la serie Dieci capodanni, storia d’amore generazionale ambientata nella Madrid tra gli anni ’10 e ’20 del 2000, conoscerà Nacho Vegas per le atmosfere malinconiche e potenti che i suoi brani hanno regalato ad alcune scene chiave del film. Chi invece non si è ancora innamorata insieme ai protagonisti, Ana e Oscar, è anche nella posizione invidiabile di poter ascoltare per la prima volta uno dei cantautori di riferimento del cantautorato ispanofono. A gennaio di quest’anno Nacho Vegas ha pubblicato Vidas semipreciosas, che propone la semipreciosura, la “semi-preziosità”, come chiave di lettura del mondo circostante, pieno di cose preziose a metà, illuminate poco, quindi facilmente trascurabili. Nei quattordici brani, nati dalla sensibilità di uno degli artisti di spicco della scena asturiana, lo spagnolo si intreccia al catalano e al basco, l’antifascismo militante esalta la coscienza working-class, e le atmosfere gioiose si mescolano a toni lenti. Da questa varietà emerge una celebrazione delle nostre stesse vite come percorsi in cui la perfezione è da rifuggire e il valore si nasconde nelle fessure, nelle crepe, nelle irregolarità che fanno uscire la luce.
Milo J, La Vida Era Más Corta (Sony Music Latin, 2025) – Gianmarco Dellacasa
Se vi siete stancati che di musica latina in Italia arrivino solo Bad Bunny e tormentoni pseudo-reggaeton, Milo J è la vostra risposta. Immaginate un diciannovenne argentino con l’aria da trapper e qualche dente dorato. Poi buttate via qualsiasi possibile preconcetto e ascoltate il suo Tiny Desk su YouTube. Troverete un miscuglio assurdo di sonorità trap e folclore argentino, elettronica e ballate acustiche. A questo aggiungete l’accompagnamento degli Agárrate Catalina, un gruppo uruguaiano di murga – una storica tradizione performativa popolare che mescola colori carnevaleschi, percussioni ritmate e una narrazione satirica e pungente, spesso veicolando commenti sociali e politici.
Milo J ha pubblicato il suo ultimo album La Vida Era Más Corta negli ultimi mesi del 2025, ma questo concerto Tiny Desk dello scorso aprile (che conta quasi 14 milioni di visualizzazioni) lo sta portando alla ribalta internazionale. E c’è una buona ragione, o 17 minuti di buone ragioni.
«Canzoni nere, bianche e marroni, un carnevale di ritmo, di terra e di pelle. Che […] difende in ogni nota l’enorme forza che sgorga dall’America Latina».
[L’immagine di copertina è di Massimo Cotugno]













