I rumori di fondo sono sempre più alti e paurosi. Non si possono né devono ignorare, certo, ma ogni tanto è necessario prendersi una pausa e far entrare nelle orecchie qualcosa di meno terribile. Anche quest’estate la Balena Bianca consiglia alcuni tra i dischi più interessanti usciti negli ultimi mesi. Buon ascolto!
Pulp, More (Rough Trade Records, 2025) – Marcello Sessa
«It’s very easy to lose yourself in a situation like this», ribadiva Jarvis Cocker prima di cantare She’s a Lady nel 1994; poi, per razionalizzare l’estasi musicale e fare al contempo uno statement auto-riflesso: «You’re Pulp, you’re in Glastonbury». Questo scambio tra la band e il pubblico è esemplificativo del portato esistenziale che i Pulp non solo si trascinano, ma che sono in grado di trasferire a chi li ama e con loro empatizza; è uno sviluppo verrebbe da dire “pliniano”, organicista, che rispecchia in un album, in una
canzone, in una performance tutte le fasi della crescita: l’infanzia (sono stati, si sa, più di dieci anni nell’incubatrice), l’adolescenza – torbida e protratta fino alla soglia dell’adultità – e infine la vecchiaia, decantata per più di un ventennio e sfociata in More. Il disco di quest’anno ha esposto senza remore lo stesso dispositivo “biologico” di sempre, e si configura, per chi è più giovane, come un esempio di benjaminiana anacronia anti- retromaniaca (nelle venues inglesi, ragazzi e ragazze appena usciti dal liceo cantano a squarciagola tutto il testo di Common People) mentre, per chi vede o ha già visto il tempo scorrere inesorabilmente su di sé, come un manuale per invecchiare; anzi per disporsi, differendo intelligentemente le convenzioni, in una foucaultiana “arte di vivere” con cura.
Tortoise, Oganesson Remixes (International Anthem, 2025) – Giulia Sarli
Fondato nel 1990 a Chicago, il gruppo dei Tortoise ha da poco pubblicato l’EP Oganesson Remixes, che contiene il primo singolo inedito dopo l’album The Catastrophist del 2016. L’album precedente a quest’ultimo, Beacons of Ancestorship, è del 2009. Sempre felici attese. A festeggiare l’evento della nuova uscita, che dovrebbe essere solo un assaggio dell’album previsto per settembre, è la presenza di altre quattro versioni del brano realizzate da collaborazioni importanti: l’egiziana mastering engineer Heba Kadry, Patrick Carney, batterista dei Black Keys, i Broken Social Scene (che bello) e il batterista e compositore jazz Makaya McCraven. Cinque remix diversi accomunati da un groove serrato che si prende tutta l’attenzione di chi ascolta e conferma la caratura di una band che conta 35 anni di attività. Nel singolo dei Tortoise, che prende il nome dall’elemento chimico della tavola periodica cui corrisponde il numero atomico 118, si fondono elementi post-rock, il jazz della chitarra di Jeff Parker, l’elettronica dei sintetizzatori, nel segno di uno sperimentalismo che ama sconfinare tra i generi e rigenerarli. Il viaggio
continua a settembre.
The Bad Plug, Macho Man (Wild Honey Records, 2025) – Alessandro Freschi
Qui la voce urla e gracchia come un fuzz. Il synth è prepotente e non ti suona l’allegro motivetto proprio come in quei fantastici anni ottanta. La batteria è veloce e pestata come si deve. La chitarra è bella distorta, essenziale senza fronzoli. The Bad Plug sono un trio di artisti pazzeschi con base a Milano che sperimentano suoni che oscillano tra il garage rock (o rok) e il synthpunk. The è “il”, bad sta per “cattivo” in sostituzione di butt, plug ovviamente “sextoys per divertirsi da soli o in compagnia”.
Fra, Edo e Spino, già solo osservandoli tutti e tre insieme, sono perfettamente in sintonia con la loro arte, motivo per cui non li chiameremo musicisti ma artisti, il livello successivo di chi fa musica, di cui non tutti possono vantare di vestirne davvero i panni, sia sul palco che nella vita. Hanno già qualche anno di live alle spalle e varie pubblicazioni. Chi li segue fin dall’inizio conosce bene i loro concerti: si respira una certa tensione che il gruppo è bravo a mantenere fino alla fine, esattamente come in una sceneggiatura di Tarantino. Il concerto infatti è una performance non scindibile dalla musica, proprio come un film.
Nel loro terzo lavoro in studio, Macho Man, il cui riferimento ai Village People non è puramente casuale, i temi sono diversi come ad esempio lavoro, sensualità, grottesco, mascolinità, paesaggi onirici che nascondono psicosi – quindi direi si parla di Milano. Tutto descritto in pochi minuti per brano, un minuto e poco più, per i cinque brani contenuti sul bel 45 giri praticamente già sold out (uscito ad aprile con Wild Honey Records), la cui copertina raffigura con un collage un giovane Arnold Schwarzenegger/Plug, ad opera di Saldacani.
Per gli amanti delle vecchie glorie: ti potrebbe piacere se ascolti The Stooges e Suicide e quel garage lo-fi anni ‘90 tipo i Pussy Galore.
Per gli amanti delle nuove leve: ti potrebbe piacere se ascolti Ty Segall, sì però non quello dove sembra Marc Bolan, ma un chitarrista surfista pazzo della west coast.
La Niña, Furèsta (BMG, 2025) – Stella Poli
Viene dalle sonorità elettroniche, La Niña, dai testi in inglese, da un periodo di sperimentazione a Milano. Ma poi torna al suo Sud, Carola Moccia, alle tammurriate e alle cadenze di un dialetto usato per denunciare, e non legittimare, le storture delle appartenenze. Guapparìa è un manifesto antivittimista, contro lo sguardo che cerca il disagio, per fare scandalo, derisione o like, ha anticipato Furèsta, secondo album dell’artista, recentemente premiato dal Premio Tenco.
Ma è stata soprattutto Figlia d’‘a tempesta a catturarmi: questa femmena ‘e niente, che viene dal niente ma vuole tutt’e cos’, ha una rabbia e una forza d’urto palpabili. A chi, in apertura, si rammarica che, peccato, è nata femmina, a chi la vuole incastrare, vestita da puttana o da sposa, come sempre, risponde che, lei, è figlia della tempesta, che la facciano passare, non la incateneranno. L’ho ascoltata tutte le volte che un maschio voleva spiegarmi la vita, quindi un discreto loop, e, certo, non basta, ma a volte dare ritmo allo sfinimento aiuta, se non altro, a dance it out.
Studio Murena, Notturno (Island-Universal, 2025) – Michele Turazzi
Fin dall’omonimo album d’esordio pubblicato nei mesi pandemici, e che ben riflette lo spaesamento claustrofobico di quei giorni, lo Studio Murena è stato salutato come the next big thing dell’underground italiano. Le basi, in effetti, c’erano tutte: non si vede comparire spesso alle nostre latitudini un sestetto (giovanissimo) che unisce musicisti freschi di conservatorio, un frontman credibile nelle sue barre rap e contaminazioni elettroniche. Il risultato è uno dei pochi progetti jazz-hop italiani (per intenderci, siamo dalle parti dei Comet is Coming). Al suo terzo album, lo Studio Murena è arrivato a padroneggiare un sound riconoscibilissimo e peculiare: cupo, lisergico, eppure capace di improvvisi scoppi di energia. In Notturno, le barre di un Lorenzo Carminati sempre più a suo agio (anche sul palco) ci portano tra le strade di una Milano sporca, buia, che nasconde però inaspettati squarci di poesia («siamo cresciuti nell’acciaio / cercavamo un baricentro / una pianta che fiorisce / su una scala d’emergenza»), tra «sogni lucidi», amori chiaroscurali, evasioni chimiche («ho le pupille a spillo / vedo tutto un poco appiccicato») e velenose sferzate politiche («odiamo quei porci maiali / vogliamo giustizia per Ramy»). È un grido arrabbiato e allo stesso tempo malinconico, Notturno, quello di una generazione abbandonata a sé stessa che con la musica cerca di prendersi, pezzo dopo pezzo, tutto ciò che le è stato rubato.
Alan Sparhawk with Trampled by Turtles, Alan Sparhawk with Trampled by Turtles (Sub Pop Records, 2025) – Francesco Tosi
Dal 2022, anno della scomparsa della moglie Mimì Parker, Alan Sparhawk ha intrapreso un viaggio di rielaborazione del dolore attraverso ciò che gli riesce meglio: fare musica insieme alle persone che ama. È successo prima con un album apotropaico, White roses, my God, in cui ha annegato la sua stessa voce – per lui in quel momento insopportabile – in autotune e arpeggiatori elettronici, portandolo poi sul palco con il figlio Cyrus al basso. Alan Sparhawk with Trumpled By Turtles, composto insieme all’omonima ensemble folk di Duluth, Minnesota, prosegue ora sulla strada della redenzione come solo i più grandi sanno fare, nel suo caso insieme ai suoi concittadini e amici. Abbandonate le sacre distorsioni degli ultimi dischi dei Low, Double Negative e HEY WHAT, Sparhawk riabbraccia gli inni solenni del suo duo d’origine con la grazia luminosa di chi vive la naturalezza di un senso nel presente, nonostante tutto. Tre dei brani che compongono il disco vengono da bozze composte insieme alla compagna quando ancora era tra noi; la decisione di far cantare il ritornello di Not Broken alla figlia Hollis dev’essere venuta da sé. Se lo si ascolta attentamente però, si sente affiorare anche la voce di Mimì.
Squid, Cowards (Warp, 2025) – Marco Longo
A due anni dal precedente O Monolith, album che aveva già impresso una decisa sterzata rispetto al disco d’esordio, i britannici Squid sono tornati a febbraio con Cowards, consolidando ulteriormente la loro tendenza verso una musica amorfa nella quale le chitarre lasciano posto alle tastiere e a orchestrazioni dal gusto sperimentale. Incentrato sul tema del male e della crudeltà umana, il disco si sviluppa su otto canzoni con l’iniziale Crispy Skin che riassume bene gli arrangiamenti sofisticati che si susseguono nel climax vorticoso che porta alla finale Well Met, forse uno dei loro brani più complessi, passando per il funky poliritmico di Showtime! e per il basso acido di Cro- Magnon Man. In definitiva, Cowards è un disco coraggioso ma poco immediato, che cresce via via che lo si ascolta, così come cresce di disco in disco l’ambizione degli Squid.













