L’estate è riposo; l’estate è preparazione. L’estate è sospensione; l’estate è performance. L’estate è fuga; l’estate è ritorno. Qualunque sia la vostra idea di estate, in questi tempi cupi e afosi, non si può sopravvivere senza un aiuto: la redazione della Balena Bianca, come sempre, viene in vostro soccorso con una serie di consigli di lettura adatti per qualsiasi “prosa costume”.
Ben Lerner. Transcription, Farrar, Straus and Giroux, 2026 (Simona Adinolfi)
Il narratore dell’ultimo romanzo di Ben Lerner fa cadere il suo IPhone nell’acqua prima di cominciare un’intervista potenzialmente storica al suo vecchio mentore, professore in pensione di una prestigiosa università americana. Invece di rimandare l’intervista, decide di fingere la registrazione e di portare a termine il lavoro. Come facciamo a vivere (e a sopravvivere) senza smartphone nel ventunesimo secolo? Quanta verità c’è in un romanzo e quanta finzione c’è in un’intervista? L’ultimo romanzo di Lerner rimescola le carte della narrativa, dell’autofiction, e dell’autobiografia, aggiungendo il jolly della tecnologia. Transcription si legge tutto d’un fiato – o anche, se volete, su un volo di due ore da una città europea a un’altra come ho fatto io – e per il momento solo in inglese. Se volete anticipare il dibattito che sicuramente scatenerà in Italia, portatevi avanti e leggetelo quest’estate.
Jacopo Iannuzzi, Siro, Mercurio Books 2026 (Niccolò Gualandris)
Siro e Bordel crescono insieme in un paesaggio agreste sospeso fuori dal tempo: corse nei campi, imperi immaginari, fucili a piombini puntati alle tortore. È un’infanzia mitica che si allunga fino all’università, dove i due amici – complice la compagna Irina – cercano un assoluto per cui vivere, una causa capace di restituire senso alla noia del presente. Non trovandolo, decidono di arruolarsi: ecco il baratto proposto dal romanzo, dare la vita per sentirsi parte della Storia.
C’è qualcosa di sorprendentemente antico in questo slancio, che ricorda l’entusiasmo interventista dei giovani europei alla vigilia della Prima guerra mondiale, come ha notato Dario Voltolini in una presentazione del romanzo: la stessa fame di appartenenza, la stessa vertigine sacrale davanti a una morte che dia finalmente peso all’esistenza. Siro e Bordel non cercano la guerra per odio del nemico, ma per fede; una fede spuria, orfana di ogni teologia, eppure autentica nel suo bisogno di spiritualità e comunità.
La guerra, però, non restituisce ciò che promette: cancella. Le bombe radono al suolo ogni residuo di modernità, lasciando in piedi una terra devastata, popolata di cani randagi, droga sintetica e bombardieri elevati a divinità che solcano il cielo vuoto, un futuro low-tech in cui l’umanità sembra aver fatto un balzo all’indietro fino al mito. Mantenendo la cifra lirica dell’esordio White People Rape Dogs (Premio Calvino 2023), Iannuzzi trasferisce quello stesso canto febbrile in una quête quasi cavalleresca: Siro, perso Bordel nel caos post-bellico, lo cerca tra le ombre come un cavaliere errante privato.
L’intreccio alterna passato e presente, permettendo al lettore di ricomporre pian piano il mosaico delle scelte dei due protagonisti e dei loro sogni infranti. Un romanzo post-adolescenziale sulla perdita delle illusioni, nel quale la verità rimane una sola: la guerra non cambia mai e resta un inferno.
Primo Levi, Mi interessa la gente perché ne faccio parte. Dialoghi con le scuole, a cura di Fabio Levi, Einaudi, 2026 (Michele Farina)
Con vista sugli ottant’anni dalla pubblicazione di Se questo è un uomo, inaugura la nuova uniform edition einaudiana delle opere di Primo Levi un libro inedito, che raccoglie le corrispondenze fra Levi e le scolaresche che si mettevano in contatto con lui. Curato da Fabio Levi, Mi interessa la gente perché ne faccio parte è un libro eccezionale. È come se l’imprevedibile interazione fra Primo Levi e le richieste di insegnanti, classi e singoli studenti permettesse di apprezzare sotto una nuova luce la concisione e la chiarezza della sua prosa. Gli studenti più piccoli in particolare fungono da straordinario reagente, perché la schiettezza delle loro curiosità, fra simpatiche goffaggini e occasionali illuminazioni, obbliga Levi a trovare parole sempre nuove per raccontare sé stesso e i suoi libri. Da questa contrattazione Levi esce come un didatta straordinario, sempre morale e mai moralistico nelle sue riflessioni. Nel 1979, ad esempio, a una classe terza media della provincia pistoiese che gli chiedeva quali fossero le cose più importanti da insegnare ai giovani, Levi scrisse: «Per rispondere, non basterebbe un volume. In breve: non credere agli idoli; non cedere agli istinti; non servirsi degli altri come di strumenti; non perdere mai il coraggio; cercare di essere utili al prossimo, e perciò prepararsi studiando». Semplice, no?
Guillaume Singelin, Frontier, Bao Publishing 2025 (Rodolfo Dal Canto)
Frontier di Guillaume Singelin sta all’intersezione tra due forme del racconto ancora oggetto di una certa diffidenza: da una parte il graphic novel, che è stato al centro di investimenti forsennati, ma che negli ultimi anni sembra aver esaurito la propria spinta, lasciandoci un’idea di fumetto che fatica a liberarsi da annosi stereotipi; dall’altra la fantascienza, la cui legittimazione sembra rimanere precaria, come dimostrano certi discorsi che continuano a circolare (l’ultimo è uscito su «La Lettura» a firma di Mauro Covacich, suscitando un’accesa polemica). Davanti a quella che potrebbe essere una doppia delegittimazione, Frontier brilla come una stella tranquilla, fieramente fumetto e gioiosamente fantascientifico: la cura della narrazione è precisa, avvincente, mentre il disegno e l’immaginario di riferimento divertono e affascinano. Si tratta di una storia corale, con tre protagonisti che tentano di guadagnarsi una vita dignitosa ed eticamente sostenibile in un universo in cui grandi corporazioni senza scrupoli si contendono le risorse aperte dalla nuova frontiera dei viaggi spaziali. I riferimenti al nostro presente sono stratificati, densi sia per portato etico che emotivo, mentre il disegno raggiunge picchi di coinvolgimento e virtuosismo con personaggi che sembrano pupazzi, cartoni animati a loro modo fragili. Frontier ha tutto quello che cercherei in un fumetto per l’estate: una storia ben scritta, ricca di spunti su cui riflettere, e un disegno capace di stupire. Il formato, grande e cartonato, non è troppo adatto alla lettura sotto l’ombrellone, ma è un valore aggiunto che fa respirare le magnifiche tavole di Singelin.
Laura Nicchiarelli, Marea, 66thand2nd 2026 (Emma Giametta)
Quando la marea arriva, nessuno è al sicuro: nel romanzo d’esordio di Laura Nicchiarelli tutti i personaggi vengono travolti da eventi passati che proprio come le onde del mare continuano a ritornare e scomparire nelle loro vite. La storia si apre su un piccolo Nico e su un evento piuttosto traumatico che finirà per inseguirlo per molto tempo. Nico ha cinque anni, è in spiaggia a Punta Ala, in Maremma, e a un certo punto sparisce: «lo avevano ritrovato in un piccolo fosso disseminato di aghi di pino, di quelli che corrono lungo la pista ciclabile, in un tratto di pineta in semiabbandono. Qualcuno, forse un venditore di borse contraffatte, aveva tirato su un tetto e una parete servendosi di una stuoia di bambù: la capanna si camuffava nella perfezione con i colori del terreno. Per questo gli elicotteri non lo avevano visto. Nessuno sapeva cosa avesse fatto in quelle ore».
Inutili tutti gli anni di terapia, i tentativi di ipnosi e gli svariati specialisti che i genitori proveranno a consultare per sanare un trauma di cui nessuno sa niente, perché il bambino (e poi il ragazzo) continua a non ricordare assolutamente nulla.
Gli anni passano, Nico è ormai grande, si è fatto una vita, finché un giorno arriva l’invito di sua zia proprio a Punta Ala. Assieme ad altri personaggi, che man mano si incastreranno nella storia come scatole cinesi, inizieranno a vedersi le crepe non solo di quel che è successo a Nico, ma risalirà a galla tutto quello che fino ad allora era stato trattenuto sul fondo.
Un romanzo per i giorni assolati in spiaggia, che grazie proprio ai fili che tengono insieme i vari personaggi terrà incollati alle pagine.
Clara Usón, Le belve, Sellerio 2026 (Stella Poli)
Le belve, della romanziera madrileña Clara Usón, potrebbe stare tutto fra dedica e esergo: è un romanzo «a coloro che dubitano» che si apre con un «è dolce e bello morire per la patria», Orazio. Racconta, a più voci, gli anni Ottanta di Euskadi, insaguinata dai morti dell’ETA e dai morti di stato: fra chi, quel territorio, lo voleva liberare da un’occupazione e un’annessione mai riconosciute come lecite e chi, fra coprifuoco e delazioni, cercava i terroristi, non sempre andando troppo per il sottile. È un romanzo che intreccia la rievocazione della Tigresa, militante dalla bellezza e dalla ferocia leggendarie, e storie di esistenze più quotidiane, fra cotte adolescenziali o matrimoni pencolanti. È un romanzo coi colpi di scena, ma anche con un glossario e una bibliografia, perché il lavoro di ricostruzione è minuzioso: ci sono il lessico, i dischi, le ikastolas o le taverne con le foto degli etarras dappertutto.
Zakiya Ajmi, Vulcano, trad. di Eva Valvo, Camelozampa 2025 (Giulia Sarli)
Vulcano, esordio narrativo della scrittrice danese Zakiya Ajmi, ci immerge nella storia di Anna, una ragazza di Copenaghen di quattordici anni da poco uscita da un centro antiviolenza dove si era rifugiata con la madre per salvarsi da un marito e padre violento.
Il pregio principale del romanzo è la sua capacità di raccontare senza pathos e con estrema precisione la quotidianità della protagonista che deve affrontare le conseguenze di un vissuto traumatico: Anna non sa spesso gestire il proprio corpo e ha difficoltà nelle relazioni con i suoi coetanei. Estremamente realistico è il rapporto della protagonista con i due genitori, una madre che nasconde malamente nello scroscio d’acqua del lavandino i singulti del suo dolore e un padre che è sì violento, ma anche pieno di affetto e di disperazione per aver perso ciò che aveva di più caro al mondo.
Il libro si struttura su un parallelismo tra l’interiorità in tumulto di Anna e le lezioni di scienze svolte in classe, da cui deriva anche il titolo del romanzo, un young adult intenso e consigliatissimo anche agli adulti: «Anch’io sono in movimento. Almeno dentro di me. Ho uno strato di placche tettoniche sotto la pelle, che si scontrano, formando catene montuose, poi si separano, creando voragini così profonde che ci si potrebbe cadere per sempre».
Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, a cura di Mimmo Cangiano, Nottetempo 2026 (Giacomo Raccis)
La scuola italiana soffre di due problemi, esclusi tutti quelli che riguardano l’organizzazione interna, l’edilizia fatiscente, le discutibili indicazioni nazionali. Il primo consiste nella distanza tra l’immaginario comune sulla scuola e la sua realtà quotidiana: per quanto ognuno creda di conoscere la scuola e si senta titolato a parlarne in virtù della propria esperienza personale di studente, solo chi vive la scuola da docente, da tecnico o, appunto, da studente sa quale sia la realtà ordinaria di una scuola italiana oggi. Il secondo problema riguarda invece la sempre più fragile coscienza professionale e politica della classe docente, annientata dalle riforme che si sono susseguite negli ultimi decenni e dal carico burocratico che queste le hanno inflitto, ma anche sempre più frammentata, incapace di far dialogare i diversi ordini (primaria, secondaria inferiore e superiore) e percorsi (licei, tecnici, professionali) – e lo vediamo oggi che una non discussa riforma degli istituti tecnici sta passando nel silenzio generale, anche di molti professori.
Proprio perché la situazione corrente è quella appena tratteggiata, bisogna accogliere con grande entusiasmo Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, volume che raccoglie una serie di brevi saggi dedicati alla scuola, scritti da alcuni dei docenti che negli ultimi anni hanno dato vita al collettivo “Consigli di classe” (lo si può seguire su Le Parole e Le Cose) e coordinati da Mimmo Cangiano. Tra i tanti meriti di questo volume c’è quello di riuscire a far dialogare un solida consapevolezza ideologica – necessaria per comprendere il quadro politico, sociale e culturale entro cui è incardinata la scuola oggi, in Italia e nel mondo occidentale – con una vocazione pragmatica, alimentata da una serie di interventi che riflettono su aspetti concreti ma vitali dell’organizzazione scolastica (la formazione del personale docente, l’utilizzo dei fondi PNRR, la questione della valutazione, il rapporto con l’istruzione universitaria). Questo doppio binario su cui si muovono i contributi rende Contro la scuola neoliberale uno strumento utilissimo per chi volesse farsi un’idea più chiara di cosa significhi lavorare e vivere in una scuola del 2026, per spendere così parole meno stereotipate nei futuri dibattiti che animeranno i pranzi estivi e le serate in famiglia; ma anche per quei docenti che quotidianamente lottano contro lo sconforto e la solitudine in cui li sta relegando una professione che invece vive nella dimensione democratica dello scambio e della relazione (tra pari e con le studenti). Come ricorda Roberto Contu nel saggio conclusivo: «Forse la vera colpa degli insegnanti è l’avere dimenticato quanto, da questo punto di vista, la scuola di massa rappresenti oggi un’anomalia profonda: si tratta di uno dei pochi consorzi umani rimasti all’interno del quale la collegialità è costitutiva, al netto dei progressivi tentativi di smantellare tale identità».
Dario Ferrari, L’idiota di famiglia, Sellerio 2026 (Claudia Dellacasa)
Mondo editoriale, genitorialità mancate e rese dei conti familiari sono al centro del nuovo romanzo di Dario Ferrari. Come nell’acclamato La ricreazione è finita, il punto di vista sulla provincia e sul provincialismo della cultura italiana (anche quando geograficamente le coordinate prometterebbero altro) è quello di un uomo di mezza età che sembra volersi inetto, ma il cui sguardo ironico sulla realtà e su di sé è invece molto affilato. L’editoria non occupa lo stesso spazio che nel precedente romanzo era assegnato all’accademia, ma Ferrari riesce a riflettere anche stavolta su come i tic di un settore culturale si propaghino nelle esistenze di chi questo settore abita. Torna anche il romanzo nel romanzo, un donchisciottesco racconto di insurrezione viareggina negli anni del biennio rosso. Gli ingredienti insomma ci sono tutti per un altro avvincente discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, non autoindulgente ma nemmeno cinico – semmai bonariamente acuto.
[L’immagine di copertina è di Massimo Cotugno]















