La Balena Bianca
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
La Balena Bianca
No Result
View All Result
Home Interviste

comizi dà more #5 • Giuseppe Nibali

Francesco CiuffoliGiuseppe NibalidiFrancesco CiuffolieGiuseppe Nibali
13 Febbraio 2026
in Interviste, Poesia
0
comizi dà more #4 • Antonio Francesco Perozzi

Se fino al secolo scorso, come dicevamo, il soggetto letterario, produttore o produttrice di versi e/o di prosa, risultava investito di una certa aura sacrale, mistica, quasi divinatoria – in quanto membro di quella società superiore, intellettuale –, oggi ci appare sempre più evidente – salvo casi eccezionali – come questa figura, in particolar modo quella poetica, sia quasi-scomparsa dall’immaginario della persona comune. Persino per i più romantici, questa fantasmatica e nostalgica presenza nel mondo del/della poeta, non rappresenta che un puro e semplice anacronismo, oramai quasi del tutto scaricato anche del suo più antico e regale fascino. È a tal proposito che abbiamo deciso quindi di intervistarti, per ridare corpo e forse speranza alla figura dello/della scrittore o scrittrice di testi poetici.


CAPITOLO I. lavoro e privato

FC: Innanzitutto, in questi ultimi, ultimissimi anni, spulciando varie biografie di giovani poeti/e italiani/e, si nota come sempre più scrittori e scrittrici si trovino a svolgere il ruolo dell’insegnante. Facendo anche tu parte di questo folto gruppo di persone, a cosa attribuisci questa similitudine lavorativa in chi scrive? È un bene o un male? Come mai sembra che i/le poeti/e non possano fare altro?

GN: Ciao caro Francesco, non mi pare una novità degli ultimi anni. Credo anzi che, tornando indietro, pochissimi siano i casi in cui autori italiani non siano mai passati da una cattedra, se poi inseriamo anche quella universitaria allora la lista è ancora più misera. andando indietro di poco ti direi Zanzotto, Mario Benedetti, lo stesso Ungaretti, Quasimodo, ma sappiamo di Carducci e Pascoli, di Parini che ha fatto il precettore tutta la vita. Il punto secondo me è: che mestiere facevano i poeti in precedenza, oltre a quello di docente? E la risposta è molto semplice, anche qui, salvo rarissimi casi, facevano i giornalisti (oggi si parlerebbe di opinionisti, più precisamente); lavoravano nell’editoria; lavoravano in teatro. Credo che queste quattro categorie siano quasi onnicomprensive. E tutte, naturalmente, escluso l’insegnamento, hanno subito la stessa desertificazione che sta interessando oggi i lettori di poesia. «Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa», ti rispondo nel giorno dei cinquant’anni dalla morte di Pasolini, sono negli anni addirittura peggiorati, e quindi pochissimi sono i lettori di giornali o di riviste specializzate, ancora meno persone vanno a teatro, non parliamo poi di editoria (prosa o poesia poco cambia). Queste occupazioni hanno quasi del tutto perso la dignità di lavoro. Cosa rimane alla classe disagiata della parola (intellettuali, dramaturg, poeti, scrittori) se non la cara vecchia scuola pubblica, prima che si desertifichi anche quella? 

FC: Potrebbe secondo te essere problematico per la produzione letteraria, in particolar modo per quanto concerne quella poetica, che la maggior parte di chi scrive e pubblica in Italia si trovi più o meno sfacciatamente dentro quelle stesse istituzioni demandate a produrre la critica della produzione letteraria e/o a giudicarne la cosiddetta qualità, decidendo persino – anche in base a una certa rete di contatti – ciò che merita maggiore esposizione sugli scaffali delle librerie?

GN: È un tema. Certo. Credo però che oggi sia difficile parlare di istituzioni letterarie, o culturali in senso ampio. O meglio ancora che anche quelle abbiano subito nel tempo una progressiva desertificazione (parola del giorno). Pensiamo a Mondadori, a Lo specchio. Cosa propone oggi? Quali sono i loro nomi, quali (gramscianamente) i loro libri? Lo stesso potrebbe poi dirsi delle riviste che nel tempo hanno segnato i passaggi fondamentali all’interno delle varie generazioni, ancora resistono, soprattutto alcune, ma non parlerei di istituzioni. 

Se poi parliamo di scuola o di università… credo che sia umano, molto umano, gestire ognuno il proprio piccolo potere, per quanto deprecabile sia questa pratica. L’ho visto fare più o meno a tutti, sotto qualunque bandiera. Non so se questo si spinge fino agli scaffali delle librerie. Credo che quello riguardi (con categorie a noi più comprensibili, non più virtuose) il capitale e la grande editoria che ovviamente ha i mezzi per poter cannibalizzare il mercato.

FC: Passando invece a altre questione, riflettendo sulla tua posizione sociale di insegnante nelle scuole. Come ti vivi il lavoro in rapporto ciò che fai al di fuori delle mura scolastiche?

GN: Questo è sempre un notevole problema. Almeno per me. La scuola italiana è inondata da gente che scrive libri, la maggior parte delle volte sono libri autoprodotti, altre volte sono pubblicazioni di tesi, o libri specialistici, utili, lo sappiamo bene, per una carriera accademica, non letteraria. Ma come dovrebbero fare i ragazzi a capirne la differenza? Non la vedono, ovviamente, e la maggior parte di noi, diciamo la parte intelligente, sa bene che dire ai ragazzi di essere un poeta, magari dopo aver spiegato Leopardi o Montale, equivale a dire loro di essere Napoleone, tanto per distanza quanto per ilarità e idiozia del gesto. 

Lo scoprono sui social, la maggior parte, mentre tentano di frugare quel tanto di vita che si riesce a carpire da Instagram, alcuni poi ti mandano i loro testi, altri ne parlano in famiglia. Ci vuole un po’ di tempo. 

Detto questo: a me interessa davvero poco del ruolo borghese dell’insegnante, cerco anzi di sabotarlo continuamente, sia nei modi che nel linguaggio. Quello che mi interessa è la crescita umana, culturale e sociale di donne e uomini che sono cittadini di uno stato democratico, per quello le parole sono fondamentali, non le mie, grazie a dio. 

FC: Al di là dello stipendio, cosa è importante per te nel lavoro che fai? Reputi che il tuo lavoro sia in qualche modo utile a qualcosa o a qualcuno?

Lo dicevo prima, e ci tornerò brevemente. Ma vorrei dire anche un paio di cose sullo stipendio, prima. 

Lavorando alla stesura di “Una cosa che non parla – intellettuali e studenti contro la scuola”, saggio su questa disgraziata istituzione uscito in primavera per San Paolo Editore, mi sono concentrato molto sulla necessità di ridare la parola a quanti in questi anni l’hanno persa. Intellettuali e studenti, il cuore della scuola negli anni ’70, oggi parlano molto di meno. Parla di scuola la politica, ne parlano i burocrati, ma gli agenti della stessa scuola non vengono ascoltati né interpellati. Questa afonia ha delle radici politiche: quasi tutti i tredici anni di scuola vengono svolti da parte degli studenti durante un periodo di straordinario vigore cognitivo e fisico, eppure la massa di studenti è non votante[1], praticamente per tutto il tempo. Poi ci sono gli insegnanti, piena classe disagiata: una masnada di adulti che hanno passato (o stanno provando a passare) un concorso pubblico di grande difficoltà, reso ancora più ostico dalla disorganizzazione sistemica del ministero di riferimento per poi ritrovarsi, nella più rosea delle ipotesi, con uno stipendio fisso di euro 1.600, che aumenterà di pochissimo una volta ogni dieci anni, come una cometa dall’orbita peculiare. 

È chiaro che in regioni come il Veneto, il Lazio, la Lombardia e l’Emilia, con questi soldi è difficilissimo anche pensare a un affitto, figuriamoci a un investimento immobiliare, in un Paese però che è fondato sulla casa di proprietà.

Che potere ha, dunque, il mondo della scuola? Gli insegnanti vengono sempre schierati a sinistra, in un’Italia fidanzata dal ’48 (tranne qualche scappatella) col centro-destra, per questo motivo un giusto sciopero contro il tremendo di Gaza diventa l’occasione per un’oscena ridicolizzazione di una classe intera da parte della Presidente del Consiglio: il weekend lungo. 

Così i docenti, così gli studenti. 

A chi guarda la politica quando pensa alla scuola? Ai genitori, naturalmente, e quindi giù con il registro elettronico, via i cellulari, al bando l’educazione sessuale. 

Ma al di là di questo, invece, io credo fermamente nel mestiere di insegnante. Credo anzi che gli insegnanti e gli studenti tengano in piedi (con molto sacrificio) la tela del sistema democratico di un paese e ancora di più: credo che sia grazie a loro se la scuola pubblica italiana rimane, malgrado tutto, di livello alto.



CAPITOLO II. educazione e crescita

FC: Quali sono le tue paure più grandi? Come le affronti o non le affronti?

GN: L’errore. Ma l’errore è qualcosa che credo spaventi tutti, soprattutto nella società delle prestazioni che viviamo. Poi, ma anche questa è storia comune, ho passato sette anni da precario, e quella condizione non è mai piacevole. Per il resto credo che per questo lavoro serva una dose di coraggio non indifferente, il coraggio di sbagliare ma soprattutto quello necessario ad affrontare il lavoro scolastico con naturalezza, senza cadere nel buio della depressione burocratica e mantenendo una piccola distanza, un atteggiamento simpatetico e non empatico con gli studenti. 

FC: Quanto di quello che fai fuori dalla dimensione lavorativa emerge in classe? Hai mai parlato di poesia contemporanea? Del tuo percorso poetico o di quello di altri/e amici o amiche e colleghi/e del mondo poetico? Come è andata?

GN: Con gli studenti che sanno quello che faccio sì. Dopo un po’ ci conosciamo, entriamo in rapporto, sanno che se sono assente è perché sono in qualche festival o in giro a portare un libro. Lo sanno e ne parliamo. Cito spesso autori che stimo, poeti e scrittori contemporanei. Ma su questo punto dobbiamo chiarirci: 

Far leggere poesia contemporanea ai ragazzi è un lavoro facile, o meglio: molto più facile di quanto possa sembrarci, bisogna però accompagnarli. La percezione della poesia a scuola è qualcosa di inafferrabile. Alcuni si appassionano, certo, altri ancora si stupiscono dell’esistenza di questa bestia strana, di questo cammello-pardo (Orazio parlava così delle giraffe), questa bestia sconosciuta che è il poeta vivo. 

Di solito è importante fare sintonizzare lo studente sulla nota della passione. Questo è un argomento che loro conoscono bene. Spessissimo mi capita di parlare con dei ragazzi e di scoprire, anche dopo anni, che sono bravissimi in qualcosa, che hanno un punto accessibile, un grande amore. È importante canalizzarli verso quello, guidarli, lacanianamente, al Grande Altro. 

FC: Avverti una stranezza, una quasi-ambivalenza nella tua vita personale? Cerchi di tenere il più possibile divisi questi due piani della tua vita o, al contrario, cerchi di unirli quando ce n’è occasione?

GN: No. Niente del genere. Credo che la scuola sia un luogo burocratizzato e triste. Portare ai ragazzi il colore di una qualche personale passione, dare loro modo di esprimersi in prosa e poesia, renderli partecipi del mistero storto che è la letteratura sia compito di qualunque insegnante. Io, per me, cerco il più possibile di immergermi senza venirne intaccato, come un solido calato nel mercurio e poi subito tirato via, cerco di non portare con me tracce di quel grigiume, illuminato solo dalla presenza dei ragazzi. 

La letteratura, agita o studiata, è il nostro campo di battaglia, ed è giusto giocarci dentro. 



CAPITOLO III. cattivi e buoni maestri

FC: Ti reputi un/una buon/a insegnante? Che differenze trovi tra fare l’insegnante e fare il/la maestro/a, inteso qui nel senso più largo del termine in ambito scolastico?

GN: Qui la falsa modestia imporrebbe una risposta più moderata. 

In realtà mi reputo un insegnante fedele, ma di una fedeltà tutta originale. Sono fedele agli studenti, non mento mai loro, li tratto col rispetto con cui voglio essere trattato io, da adulti, se vuoi. Ci confidiamo, anche, loro mi dicono della loro vita e io della mia. È uno scambio. Siamo fedeli d’amore, come il gruppo che si attribuisce a Dante e Cavalcanti, e quindi ci riconosciamo, ci ritroviamo e pronunciamo parole che si dicono tra chi si fida. 

Non so se questo significa essere un buon insegnante. Sono indisciplinato, spesso più dei miei studenti, estremista e politicamente impegnato, spesso più dei miei studenti. Insegno in preda alla mia iperattività cognitiva e fisica, e quindi furriando per l’aula, prendendo oggetti che gli alunni hanno sul banco. 

Questo distrugge alcune delle barriere presenti, i ragazzi si sentono avvicinati, riconoscono nel corpo dell’insegnante il loro corpo, nella mente dell’insegnante la mente loro. Questo spesso li stimola. Credo che sia importante dire loro che il modello positivo dell’adulto non sta nella compostezza e nel grigiore, ma nel colore della mente, nell’ironia, nelle conoscenze, che sempre più vengono espunte dallo scolastico, come se si volesse, per i ragazzi, una vita di competenze e incasellamenti, cinghiali diplomati geometri, tutti regole, istinti e compitini. 

Credo che il maestro questo faccia, ma io con i maestri mai ho avuto vita facile. 

FC: Esistono invece, secondo te, i/le maestri/e in ambito poetico? Ti è capito di incontrarli/le e/o di porti tu in quest’ottica con qualcuno/a?

Certo, esistono. 

Io ho sempre avuto rapporti contrastanti con i maestri, forse perché il primo vero grande maestro è stato mio padre e, avendolo perso molto presto, ed essendo provvisto di un cervello, ho accumulato, nella mia vita, una grande quantità di figure paterne. Pietro Barcellona, cattocuminista e difensore dell’onore culturale della mia Sicilia, Fabrizio Frasnedi in Università, Ermanno Cavazzoni, Davide Rondoni, che mi ha immesso in questo ambiente, quando avevo diciannove anni. Ecco, su quest’ultimo: io e Davide siamo autori diversi, abbiamo idee diverse in politica, e spesso venivano fuori degli scontri dialettici, eppure mi sembra che sia stata quella sua prima lettura a darmi voce, ha preso un ragazzo di diciannove anni e gli ha dato dei nomi, delle pratiche, gli ha fatto conoscere delle persone che frequentavano quel determinato ambiente. Questo fanno i maestri. Stessa cosa dicasi per Milo De Angelis, col quale chiacchierare è sempre un piacere grande, chiacchierare, camminare, il maestro credo sia chi ti cammina accanto. O meglio ancora qualcuno a cui puoi legarti per un tratto. Io con i maestri ho sempre camminato. 

Ma mi spingo in là. Crescendo, raggiungendo la piccola maturità dei 27-30 anni, ho cominciato a frequentare maestri muti. Mario Benedetti, per primo, reso silente dall’infarto del 2013 e da me frequentato e visto e vissuto come fosse una reliquia; Alessandro Ceni, poi. Questi sono i due autori che io come maestri ho scelto, poeticamente, mettendomi dietro di loro. Con entrambi ho avuto umanamente rapporti brevissimi, ma poeticamente sono lì, sempre sui loro testi, a suggere, a imparare, a camminare accanto. 

Però credo che questi maestri muti rispondano soprattutto a un bisogno di orizzontalità, non di verticalità. Io sono cresciuto in mezzo a fratelli maggiori: Di Dio, Gallo, Borio, Grutt, De Luca, Tipaldi e coetanei o semi-coetanei: Mozzachiodi, Pacini, Mazzotta, Scaramella, Santese, Milleri, Sinisi, Brancati, Franceschetti, Mantovani. Ho letto loro, sono cresciuto con loro e dal dialogo con questi autori ho imparato una quantità di cose grande. Sulla visione del maestro credo serva una risemantizzazione. 

FC: Per quanto ti riguarda invece ti è capitato più spesso di incontrare buoni o cattivi maestri/e? E come ha influenzato la tua vita questa cosa?

Credo di aver già risposto nella domanda precedente. Ma aggiungo ancora questo: non credo esistano cattivi maestri, credo esistano cattivi “discepoli”, ma è una cosa che si limita al campo delle arti. Il maestro non deve creare epigoni, ma la creazione di epigoni non è responsabilità del maestro quanto piuttosto di chi non riesce a trovare una via personale e dunque imita. Ci sono tantissimi esempi e quasi tutti ne sono inconsapevoli, naturalmente. 



CAPITOLO IV. pubblico e politico

FC. Che valore ha per te il politico (orientamento)? Che differenza poni rispetto alla politica (posizionamento)? Ritieni di essere trasparente nella tua appartenenza a entrambi questi aspetti in classe come nella vita?

GN: Vengo da uno scontro, esattamente su questo tema. Questa la scena: durante un consiglio di classe una parte del corpo docente (incluso me) propone di far vedere un famoso e pluripremiato documentario sulla colonizzazione della Cisgiordania. L’altra metà (che quel film non lo ha visto ndr) si oppone strenuamente. Lo spannung si raggiunge nel momento in cui il collega Y ha dichiarato: “La scuola non è un luogo politico”. 

La scuola è ovviamente un luogo politico, lo è fino al midollo, motivo per cui non si andava diffusamente a scuola fino a duecento anni fa, in Europa. Andare a scuola è una scelta politica, andare a lavorare è una scelta politica, poi è chiaro che gli agenti di queste scelte non sono sempre consapevoli di questo. 

Quello che voleva goffamente esprimere il mio collega era però molto diverso: a scuola non si deve essere indeologizzanti. Non si deve dunque provare a trasmettere la propria ideologia ai ragazzi. Ma su questo dobbiamo essere molto fermi: le cose si dicono, si parla del conflitto in Ucraina, si parla della situazione palestinese. Si dice tutto, ma tutto deve essere spiegato nel modo più imparziale possibile, seguendo un processo storico chiaro. Corretto. 

FC: Concludendo, ci tornano ora in mente alcuni versi del poeta che recitano: «Io non dico il privato è politico / dicoanche il privato è politico». Ecco, da questo punto di vista, è mai emerso nel tuo lavoro o in altre sedi un certo indirizzo politico? Senti che il tuo privato sia in qualche modo anche politico?

Chiaro è che un ragazzo preparato di 17/18 anni abbia un’idea di chi sia il suo insegnante. Non credo ci sia troppo bisogno di guidarla ulteriormente, quella idea. È una questione di fedeltà. Ma mi ripeto. 

FC: Pensi altresì che il privato debba assumere o assume già per te una posizione sul piano politico? Ritieni che l’esposizione politica debba trapelare maggiormente nel pubblico (qui inteso come il poetare e tutto ciò che ne ruota intorno) piuttosto che nel privato (qui inteso come il lavoro di insegnante, poiché mediaticamente meno esposto)?

Credo siano due campi profondamente diversi. 

Il mio ruolo come insegnante è quello di sviluppare il libero pensiero dei miei studenti, facendoli muovere entro i campi della verità storica e della critica letteraria e sociale, qui l’esposizione politica delle mie idee, fuori da una prospettiva narcisistica ed egoriferita, non ha nessun senso. Che gliene frega a Greta, Lara o Natalie, mie ottime studentesse di quinta, se il suo insegnante è marxista? A loro bisogna spiegare Karl Marx, semmai, come Montale o Joyce, le mie preferenze personali hanno un impatto nullo, sono assolutamente poco interessanti.

Diversissima è la questione del mio ruolo come intellettuale, come scrittore di parole. Lì sono io a esercitare la mia libertà individuale. Sono io, cercando anche una sintesi a queste tue belle domande, che esercito la libertà di pensiero e di parola donatami da tutti i miei maestri, da tutti i miei fratelli e da me stesso. 


CAPITOLO V. sì o no

Ulteriori domande rappresenteranno il 5° e ultimo capitolo di quest’intervista. Riprendendo la struttura proposta da Pasolini in Comizi d’amore, sostituiremo al tema del sesso la tematica della poesia. Ti verrà quindi chiesto di rispondere e/o commentare quanto più brevemente alle seguenti affermazioni. [è gradito anche un semplice SI o NO]:

Schifo o pietà?

la poesia come schifo? [Sì]

la poesia come pietà? [Sì]

La vera Letteratura?

la poesia come sesso? [Assolutamente sì]

la poesia come hobby? [Mai]

la poesia come onore? [Mai]

la poesia come successo? [Non c’è]

la poesia come piacere? [Sì]

la poesia come dovere? [Sì]



[1] Rimandiamo, a questo proposito, al lavoro del sociologo David Runciman “Facciamo votare i bambini” apparso in Italia nel numero 1440 di Internazionale: https://www.internazionale.it/magazine/david-runciman/2021/12/16/facciamo-votare-i-bambini

Scarica articolo in PDF
Tags: critica di poesiaFrancesco ciuffoligiuseppe nibaliMarcos y Marcospoesiapoesia contemporaneaquaderno di poesia
Francesco Ciuffoli

Francesco Ciuffoli

Giuseppe Nibali

Giuseppe Nibali

Post Correlati

Da Bergamo alla Global Sumud Flotilla: intervista a Dario Crippa, attivista

Da Bergamo alla Global Sumud Flotilla: intervista a Dario Crippa, attivista

diNiccolò Gualandris
5 Febbraio 2026
0

Una lunga intervista a Dario Crippa, il ritratto di un attivista della generazione Z, dallo scoutismo alla Global Sumud Flotilla.

Devozione al visibile: Linea di Mira di Cristina Simoncini

Devozione al visibile: Linea di Mira di Cristina Simoncini

diDavide Castiglione
2 Febbraio 2026
0

«Mi divertivano gli stimmi da acconciare, | la devozione fiduciosa al visibile». Sono i versi conclusivi di Linea di Mira, l’esordio in poesia di Cristina Simoncini,...

Next Post
Berlinale 2026: povera, ma sexy… E ancora politica

Berlinale 2026: povera, ma sexy... E ancora politica

Romanzi a orologeria. Su I convitati di pietra di Michele Mari

Romanzi a orologeria. Su I convitati di pietra di Michele Mari

Elizabeth Strout: racconti del quotidiano

Elizabeth Strout: racconti del quotidiano

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CATEGORIE

  • Blastare
  • Cinema
  • Da Zero a Dieci
  • DIDOc
  • Dieci per Dieci
  • Fumetti
  • Fuori dagli schemi
  • Interviste
  • L'occhio della madre
  • La baleRa bianca
  • Le storie
  • Letterature
  • Mappe
  • Naufragi
  • Nella pancia del vino
  • Plancton
  • Poesia
  • Premio Bergamo
  • Senza categoria
  • Senza impegno
  • Visit Palestine

IN EVIDENZA

Shirley: oltre il biopic, l’incubo domestico di Shirley Jackson
Cinema

Shirley: oltre il biopic, l’incubo domestico di Shirley Jackson

3 Luglio 2020
Cinema

A Roma, con amore?

9 Giugno 2012
La Balena Bianca

La Balena Bianca – rivista di cultura militante
è un progetto dell’Associazione culturale La Balena Bianca.

info@labalenabianca.com

Privacy Policy Cookie Policy

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante

No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante