Mi trovavo in libreria e osservavo la recente uscita einaudiana Piccolo manuale di comicità femminista di Luisa Merloni, quando il libraio si è avvicinato a me e con un ghigno ha affermato: «Dovrebbe essere un testo femminista, ma dicono che parla solo di uomini». A quel punto ho pensato mi rimanesse una sola cosa da fare: leggerlo. Luisa Merloni è un’attrice, autrice e insegnante di scrittura comica a Roma. Nel 2001 ha fondato, con la regista Manuela Cherubini, la compagnia teatrale PsicopompoTeatro.
In questo libro Merloni racconta la storia della comicità intrecciandola a episodi della sua vita e a una folla di figure, da grandi studiosi ad amici e familiari. L’autrice attinge alla propria esperienza, raccontata con ironia, e il lettore ha come l’impressione di trovarsi con Merloni a prendere un caffè, mentre lei rievoca la sua infanzia, i suoi studi, le sue delusioni amorose. La sua è una scrittura personale, diaristica, che ci permette di entrare nella sua vita. Il saggio è suddiviso in otto capitoli: il primo esordisce con una riflessione sul concetto di umorismo; i successivi prendono avvio da un episodio di vita dell’autrice per poi aprire a ulteriori ragionamenti. Merloni racconta del suo primo approccio alla filosofia, che le permette di approfondire la storia del teatro classico; delle proprie amicizie e della sua vita amorosa, che invece offrono l’opportunità per un’analisi delle dinamiche di potere all’interno delle relazioni sociali; e infine della sua carriera teatrale. Negli ultimi capitoli la riflessione teorica riguardante la comicità assume maggiore importanza, sostituendosi all’iniziale predominanza di sezioni autobiografiche. Merloni arricchisce il suo racconto con una serie di esempi: di volta in volta un excursus letterario, uno filosofico, cinematografico o teatrale. Il suo viaggio ha come punto di partenza l’antica Grecia di Aristofane e giunge alla contemporaneità, con figure quali Erica Rhodes, una giovane stand-up comedian, mettendo a fuoco la storia della comicità.
Ci si potrebbe a questo punto domandare cosa tutto ciò abbia a che fare col femminismo. Non è una sorpresa il fatto che le donne siano state marginalizzate dalla cultura istituzionale per secoli. Non è neanche una novità il fatto che la figura femminile sia stata spesso resa in modo stereotipato e sottoposta a una serie di vincoli e aspettative sociali a cui ha dovuto aderire. Merloni legge lo stereotipo come punto di riferimento mediante cui orientarsi in un mondo caotico. Inoltre, è lo stereotipo stesso a fungere da fonte principale per la comicità. Tra gli stereotipi vigenti, uno dei più diffusi vuole che le donne non farebbero ridere e non sarebbero depositarie di alcuna forma di umorismo. È sullo sfondo di queste idee che Merloni evidenzia come la dimensione teatrale, in particolare quella satirica, sia un terreno fertile per denunciare le limitazioni imposte alle donne. Quale modo migliore per criticare la società contemporanea del portare sulla scena un capovolgimento ironico dei ruoli di genere, delle convenzioni sociali e degli stereotipi? La donna può effettivamente rivendicare il suo angolo di terra sul palco, dando voce al suo vissuto e alle difficoltà a cui è andata incontro.
Merloni riflette anche sul vincolo indissolubile, attivo nella comicità, tra corpo e mente. E
se quel corpo è causa di marginalizzazione, l’utilizzo dell’umorismo a difesa dei propri diritti e della propria individualità diventa quasi inevitabile. La corporeità necessariamente genera una serie di riflessioni riguardanti il proprio posto nel mondo:
«Le donne non fanno ridere». Anche questo è un luogo comune resistente, strisciante e che per lungo tempo ha coinciso (all’apparenza) con i fatti, ma forse le prove del contrario, ormai evidenti e numerose, lo stanno erodendo. La convinzione che di sicuro è rimasta forte, forse più forte che mai, è che una femminista sia ciò che di più distante possiamo immaginare dalla comicità. (p. 13)
La stessa figura della femminista è estremamente stereotipata: spesso dipinta come una donna trasandata, una guastafeste, è aggressiva e rifiuta il confronto con l’altro – soprattutto se l’altro è un uomo. Ormai è un pensiero comune quel nesso che Merloni semplifica come: «femminismo, oddio che palle» (p. 14). Ma le donne, ahimè (o ahiloro), fanno ridere. La loro non è una risata fine a sé stessa: assume una valenza sociale e politica. È in grado di portare sotto i riflettori una condizione di inferiorità imposta alla parte più numerosa del genere umano (altra ironia della sorte).
Il sarcasmo è un elemento cardine della letteratura femminista: storicamente e letterariamente è stato uno strumento indispensabile. Merloni ricorda che i testi canonici della tradizione femminista trasudano ironia. In particolare ricorre l’esempio di Carla Lonzi, figura chiave del femminismo italiano, e la sua opera Sputiamo su Hegel e altri scritti: «Le frasi di Carla Lonzi spesso arrivano alla coscienza come veri e propri pugni in faccia, punch come viene detto in gergo di stand-up comedy, la battuta finale, quella che ti stende» (p. 137). Spesso, leggendo queste opere si ha l’impressione di essere presenti al momento della composizione dell’opera. D’altronde è proprio questo che si prova leggendo il Piccolo manuale di comicità femminista. La domanda intorno a cui ruota il saggio è: come si può utilizzare la risata non solo per smascherare, ma anche per trasformare i sistemi di potere? La comicità è uno spazio in cui l’essere umano può interrogarsi sulla realtà, permettendone la problematizzazione e, di conseguenza, il rovesciamento. L’autrice rileva che siamo abituati ai nostri privilegi al punto da non mettere più nulla in discussione: non ci rendiamo nemmeno conto delle disuguaglianze e delle violazioni dei diritti ancora in atto in molte parti del mondo.
Le donne sono state a lungo oggetto di battute. La comicità femminista non consiste nella limitazione e selezione del proprio oggetto di scherno, ma nella sua trasformazione in soggetto. La comicità diventa un gioco tra due complici, finché la risata può smettere di essere indice di derisione. Merloni non offre una soluzione univoca e definitiva per innescare una catena di trasformazioni politiche e sociali, ma pone molti spunti di riflessione che inducono chi legge a cercare una risposta a questo enigma.
L’autrice porta alla luce una serie di meccanismi di pensiero apparentemente innocenti, che ancora ostacolano la completa emancipazione femminile. Un esempio è la banalizzazione del movimento femminista associato a qualcosa di fastidioso, un nesso spesso nascosto dietro il dark humour. Oggi ci sono molte discussioni in merito a ciò che è politicamente corretto dire, e il movimento transfemminista (che unisce la lotta femminista a quella transgender, queer e intersessuale) viene spesso dipinto come favorevole a una limitazione alla libertà d’espressione. La comicità si inserisce in questo dibattito, veicolando contenuti mediante la risata. Si è così abituati al proprio privilegio da darlo per scontato, non rendendosi conto che la parola è un diritto fondamentale, ma non assume lo stesso valore per tutti. Quella libertà d’espressione non ha la stessa valenza se esercitata da qualcuno che appartiene a una minoranza oppressa. Difendere la propria parola vuol dire difendere anche una visuale del mondo che è personale e soggettiva, senza però accettare che ne esistono molteplici.
Inoltre, nonostante i progressi dell’ultimo secolo che hanno portato a una maggiore apertura mentale, la società odierna è ancora oggi basata su un sistema binario, per cui esistono due generi, uomo e donna. In questa logica il mondo queer rappresenta una minaccia per l’umanità. Merloni richiama i dibattiti in merito all’educazione dei bambini e la visione conservatrice per cui inserire determinati argomenti all’interno dei programmi scolastici potrebbe influenzare i bambini durante lo sviluppo della loro identità e della loro sessualità. All’interno del testo Judith Butler è una figura essenziale nel dibattito sul gender e sull’orientamento sessuale. Butler da tempo si interroga sui modi in cui il potere agisce e pervade ogni aspetto della realtà; ha definito il genere una performance, un costrutto sociale che consiste in una serie di atti reiterati che rendono l’individuo incasellabile in una delle due categorie esistenti; mostra come ciò che viene percepito come naturale sia in realtà il risultato della normalizzazione di schemi apparentemente innocenti ma nocivi alla libertà del singolo individuo.
Ma, infine, il libro parla effettivamente solo di uomini? Il caro libraio si sbagliava. In primo luogo, bisogna considerare che scrivere un’opera di saggistica femminista citando solo figure femminili è a dir poco limitativa. La cultura è composta, inevitabilmente, anche da figure maschili: censurarle non avrebbe reso più ‘femminista’ l’opera di Merloni, a mio parere – anzi, ne avrebbe forse minato la credibilità. L’excursus culturale condotto dall’autrice include anche autori quali Michail Bachtin o Jacques Lacan. Oltre a questi riferimenti teorici, Merloni menziona figure maschili che hanno in qualche modo sostenuto il pensiero femminista o hanno contribuito alla perpetuazione della logica patriarcale. Nel secondo capitolo vengono introdotti Senofonte e Diogene Laerzio, pensatori greci che hanno creato lo stereotipo della moglie bisbetica in preda alle emozioni. Questa immagine è stata a lungo presente nell’immaginario occidentale, ed è stata presa e rielaborata in chiave innovativa nella sitcom Casa Vianello. In un capovolgimento delle dinamiche di potere, la moglie prende il sopravvento sul marito, che diventa vittima dei suoi maltrattamenti. È proprio il capovolgimento dei ruoli a generare la risata. Nel medesimo capitolo viene evocata Adriana Cavarero che in Nonostante Platone tratta la figura della servetta tracia, che reagisce alla sua condizione di schiava mediante la risata. Merloni sfrutta la cultura passata per costruire un proprio discorso e un proprio pensiero riguardante il ruolo della comicità nel femminismo. All’interno del saggio sono menzionate diverse donne che hanno strutturato il pensiero femminista. In particolare, ricorrono Carla Lonzi, a cui è dedicato l’ottavo e ultimo capitolo del libro, bell hooks e Luce Irigaray. Non mancano poi personalità appartenenti al mondo del cinema e dello spettacolo, come Anna Marchesini, attrice e autrice che costituisce un esempio chiave di comicità delle donne.
Credo che l’opera di Merloni sia un buon punto di partenza per approcciare la questione femminista: mediante un tono scherzoso decodifica questioni complesse, dinamiche e sfuggenti. Utilizza un linguaggio chiaro, uno stile diretto, e fornisce molti esempi che rendono accessibili le tematiche in esame. L’autrice dimostra una cultura eccezionale, una curiosità vorace che attinge a molteplici aree di studio. La sua non è un’opera rivoluzionaria, non pone riflessioni innovative. Tuttavia, Merloni è riuscita a far confluire nel suo saggio, in maniera concisa, una serie di conoscenze e ne ha effettuato una sintesi.
Durante la seconda ondata del movimento femminista, negli anni Sessanta e Settanta, le donne si sono ribellate all’imposizione di essere moderate, concilianti e educate. Hanno sfruttato la rabbia per irrompere sulla scena sociale e politica, trasformandola in strumento di sovversione. Allo stesso tempo, la serietà ha avuto un ruolo fondamentale per contrastare la ridicolizzazione e la banalizzazione della lotta femminista. Merloni analizza un ulteriore registro, quello comico, che non sostituisce i precedenti, ma li affianca. Piccolo manuale di comicità femminista è una lettura scorrevole e interessante. Sotto un tono leggero e una scrittura accessibile, l’autrice induce chi legge a interrogarsi criticamente sulla realtà e sui meccanismi che la regolano, fornendone la chiave di lettura più sorprendente: la risata.








