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Home Cinema

Disclosure Day di Steven Spielberg è come ritornare a casa

Massimo CotugnodiMassimo Cotugno
17 Giugno 2026
in Cinema
3
disclosure_day_film_spielberg_recensione

In un 2026 affollato di grandi titoli di richiamo, in particolare sul versante blockbuster, il film Disclosure Day era uno di quelli più attesi.

Avevamo lasciato Steven Spielberg nel 2022, con The Fabelmans e la storia più autobiografica della sua carriera. In due ore e mezza il regista dell’Ohio forniva al pubblico una confessione a cuore aperto, malcelata da un sottilissimo velo di finzione narrativa. Quel ritorno alla sua adolescenza e al momento in cui è scoccata la scintilla per la regia e il cinema, risuonava come un bellissimo commiato dalle scene: il mago mostra tutti i trucchi, spegne il microfono e scende dal rutilante palco per ringraziare il suo affezionato pubblico. Eppure chi conosce Spielberg sa che gran parte della sua filmografia è una sola lunghissima glossa alla sua infanzia. Il primo regista fan movie della storia, più vicino al profilo del nerd appassionato di videogiochi e fumetti che a quello del colto regista come i suoi coetanei Coppola e Scorsese, ha generato un intero immaginario a partire da una stanza, quella cameretta della casa nell’America suburbana, da cui ha irradiato un immaginario condiviso con intere generazioni. Le biciclette tra le villette con giardino, le lunghe estati piene di avventure, le alleanze tra outsider contro i prepotenti, ma soprattutto la scoperta dell’ignoto. Cosa si cela sotto la mobile superficie dell’acqua dell’oceano (Jaws), cosa camminava sulla terra prima dell’avvento dell’uomo (Jurassic Park) o cosa succede quando si perde la propria umanità (Schindler’s List)?

Ma la domanda che si è posto con più insistenza di altre è se siamo soli nell’universo.

Il film Disclosure Day riprende questo discorso, aperto nel 1977 con il film Incontri ravvicinati del terzo tipo, opera che ha segnato un nuovo modo di rappresentare il contatto con una possibile razza aliena. Se negli anni Cinquanta e Sessanta gli incontri con popoli dello spazio profondo erano perlopiù rappresentati come minacce e metafore della guerra fredda (vedi L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel), un paio di decenni dopo Spielberg offriva una chiave pacifista, in cui il centro della storia era la ricerca di un dialogo. Close Encounters of the Third Kind può essere così considerato come la quintessenza del cinema spielberghiano, sia per i temi e l’ambientazione (le persone comuni travolte da circostanze straordinarie, l’America di provincia della classe media), sia per i riferimenti cinefili (citazioni da Hitchcock, John Ford, Walt Disney, la presenza di Truffaut), sia per la centralità della mediatizzazione del reale (l’immagine televisiva della Devil’s Tower che innesca la parte finale del racconto)

Gran parte di questi elementi tornano in Disclosure Day, rendendolo in qualche modo – almeno spiritualmente – un sequel.
In un presente in cui soffiano venti di guerre nucleari – ascoltiamo dai telegiornali notizie di minacce da parte della Corea del Nord – un uomo e una donna sono in fuga da un’organizzazione misteriosa che vuole da loro qualcosa.
Spielberg non ci dà spiegazioni, non introduce i personaggi, bensì catapulta il pubblico nell’azione. Assuefatti alla serialità odierna, con i suoi momenti “spiegone” realizzati appositamente per spettatori distratti da altri device, questa scelta sembra in controtendenza, ma ha il pregio di costringere fin da subito l’audience, al pari degli oscuri inseguitori, a mettersi sulle tracce dei protagonisti. Spielberg, come sempre, vuole prima di tutto coinvolgere il pubblico, immergerlo nella storia. Le riflessioni e le chiavi di lettura le lascia ai critici. Man mano che l’azione prosegue, cominciamo a mettere insieme i pezzi: a formare la coppia in fuga sono Daniel, un brillante esperto di cybersecurity, e la sua compagna Jane, una novizia che ha smarrito la fede e che non ha ancora ben chiaro il quadro della situazione. A dar loro la caccia è un’agenzia segreta che collabora con il governo per custodire delle informazioni top-secret. Nel frattempo, nel Missouri, la meteorologa Margareth, dopo l’incontro con un uccellino entrato nel suo salotto (un cardinale rosso), si ritrova a parlare perfettamente russo, coreano e infine a padroneggiare una lingua non terrestre in diretta televisiva. Da questo momento le strade dei personaggi cominceranno a convergere, come attirate da forze più grandi di loro, che le sospingono l’una verso l’altro, tra rocambolesche fughe, inseguimenti e partner increduli.

Spielberg mescola sapientemente una buona dose di action adrenalinico che strizza l’occhio alle spy story con un’opera sci-fi sobria, fatta di effetti speciali essenziali, quasi al limite del cheap. Dimentichiamoci le monumentali scenografie dei colossal a tema alieni degli anni Novanta, qui il massimo della tecnologia extraterrestre è una piccola pietra oblunga stretta tra le mani: quasi una bacchetta che può esprimere qualunque desiderio. La scelta di questo oggetto, considerata da alcuni critici come un semplice MacGuffin, ovvero un espediente a buon mercato per far proseguire l’azione in un film, credo sia invece la traccia stilistica più spielberghiana del film. Quell’oggetto dalle proprietà infinite è una sorta di amplificatore di immaginazione, un mezzo con il quale è possibile romperne i limiti imposti dalla realtà. Tutto ciò che bisogna fare è stringerlo forte e crederci. Come l’alieno di E.T che pensa di chiamare casa da un semplice telefono e come il bambino robot in A.I. che, trovando la statua di una fata turchina, in fondo al mare, crede di poter diventare finalmente un bambino vero. Prima della tecnologia e degli effetti speciali, per Spielberg esistono le emozioni e quell’infantile desiderio che l’impossibile possa avverarsi, tenendo fede alla lezione del suo padre spirituale Frank Capra. Non a caso, la forza del film consiste, più che nell’apparato fantascientifico, nella capacità degli attori di creare un legame emotivo con gli spettatori, tra momenti più drammatici e altri più leggeri; in particolare attraverso una performance superlativa di Emily Blunt, vero e proprio medium della magia spielberghiana, la quale convince il pubblico a fare un atto di fede e ritrovare un contatto non solo con gli alieni, ma anche con i propri ricordi.

Dal punto di vista registico, viene scelto uno stile più vicino al drama che al colossal fantascientifico, con poche scene corali e assenza quasi totale di campi lunghi, optando maggiormente per primi piani stretti – in particolare su Emily Blunt – e movimenti di camera meno pirotecnici che in altre sue pellicole (a parte ovviamente le sequenze degli inseguimenti automobilistici), discostandosi, così, dalla sintassi visiva più monumentale del precedente Close Encounters of the Third Kind, e il suo magnifico finale sulla montagna pieno di luci e suoni. Anche qui avverrà un incontro del terzo tipo, ma l’atmosfera sarà decisamente meno trionfale e più intima.

Qualcuno potrebbe dire che Disclosure Day è un film fuori tempo massimo, con un trattamento sci-fi classico in un’epoca in cui gli autori trendy amano sfoggiare la loro competenza cinefila ibridando i generi più disparati. In un mondo profondamente cinico, Spielberg mantiene intatto il suo idealismo. Mai, come oggi, necessario.

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Tags: Emily bluntJurassik ParkSteven SpielbergThe Fabelmans
Massimo Cotugno

Massimo Cotugno

Laurea magistrale in lettere, una passione per la comunicazione digitale, una fissa per l'illustrazione e un'ossessione per il cinema. Sorrentiniano della prima ora e di fede lynchana, studia il mondo delle serie televisive e tenta da sempre di organizzare un cineforum privato. Ha un podcast che si intitola "Strappare i biglietti" in cui parla di libri sul cinema.

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Comments 3

  1. Claudio says:
    3 settimane ago

    Mah. Il film è veramente brutto. Le scelte sono spesso illogiche, tutto viene fatto succedere perché così poi succede qualcosa d’altro, tuttavia senza nessi precisi, per non parlare poi dei mille abbocchi che lancia senza tuttavia approfondirne manco uno (tipo il concetto che “gli alieni sono creature più vicine a Dio” che viene vergato a caso come uno sputo, e che non viene minimamente sviluppato). Infine, è ridicolo che risolvano ogni questione con quella specie di sigaretta elettronica ad alta potenza.

    Mi vorrei permettere anche un appunto personale:
    ” Qualcuno potrebbe dire che Disclosure Day è un film fuori tempo massimo, con un trattamento sci-fi classico in un’epoca in cui gli autori trendy amano sfoggiare la loro competenza cinefila ibridando i generi più disparati”. Non direi, direi anzi che andavo a vederlo proprio perché avevo voglia di vedere un film con quelle caratteristiche, ma purtroppo ho visto un film davvero brutto e malfatto.

    Altroché idealismo.

    Rispondi
  2. M says:
    3 settimane ago

    Film estremamente noioso, sembra una minestra riscaldata servita a spettatori che mangiano minestre da 40 anni. mi chiedo perché Spielberg debba fare ancora film se non ha nulla da dire.

    Rispondi
  3. Milena Cottove says:
    3 settimane ago

    E stato molto interessante di paura

    Rispondi

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