Il romanzo d’esordio di Chloe Dalton, finalista al Women’s Prize for Non-Fiction e ai British Book Awards 2025, nonché vincitore del Wainwright Prize come miglior libro dell’anno, è una piccola perla nel panorama editoriale di quest’anno. Aprendo la traduzione italiana, curata da Marinella Magrì per Neri Pozza, non ci si trova immersi subito nella parola, ma si ha davanti una mappa che segna il percorso della lepre che dà il titolo al romanzo in un ambiente fatto di fiori selvatici, un campo di frumento, il bosco, un sentiero, un ruscello e uno stagno. La parola viene ritardata per far parlare l’immagine, così come avviene all’inizio di ogni capitolo: sembra quasi di ritornare ai libri che abitano la memoria dell’infanzia, e l’immaginazione ne risulta ravvivata anche in età adulta.
Rigoniano fin dall’esordio che mescola il paesaggio montano innevato con la presenza animale, una lepre che fa capolino – si vedano, in particolare, i racconti sul lepre contenuti in Uomini, boschi e api (1980) e in Aspettando l’alba e altri racconti (2004) – il romanzo della britannica Dalton è una tessitura di parole all’insegna del soggetto non umano, senza alcuna sbavatura antropica a disturbarlo. Lo sguardo femminile della protagonista, che si ritrova isolata durante il lockdown, si posa con calma su una natura largamente intesa quale portatrice di vita: «Durante quelle settimane di gelo, una lepre si spingeva a balzi tra i campi, i movimenti rallentati dalla nuova vita che le cresceva dentro» (p. 12). È questa nuova vita, nata «nel silenzio, sotto la luce della luna» (p. 12), che costituisce ciò che si intreccia all’esistenza invece tutta umana della protagonista. Dalla sua casa isolata, ella esce all’udire il latrato di un cane e trova un leprotto che «giaceva a pancia in giù, con gli occhi spalancati e le piccole orecchie setose ripiegate all’indietro» (p. 19). La figura schiva della lepre si offre così, per la prima volta, alla donna che mai aveva visto una simile creatura così da vicino.
Tra i due si stabilisce un legame materno e filiale: la donna, ormai compromesso il leprotto con il proprio odore dopo averlo portato a casa, si trova a doversene occupare perché non muoia. Come un cucciolo di essere umano, lo allatta con il biberon: «All’ora della poppata, sollevavo il suo corpicino tiepido dal nido e gli infilavo la tettarella in bocca» (p. 33). Il lessico utilizzato è lo stesso dell’accudimento materno nei confronti di un cucciolo umano: l’intreccio tra i due mondi apparentemente distanti rende, con ritmo lento e lessico della dolcezza, il legame ecosistemico tra i due esseri. Il selvatico e l’umano si ritrovano accostati in una narrazione inedita, che si oppone alle altre esistenti che la stessa protagonista legge per formarsi: «In quei libri trovai un’infinità di descrizioni su come cacciare, uccidere o cucinare una lepre, ma non una sola parola su come allevarla» (p. 45). La tensione conoscitiva della protagonista la spinge, al contrario, ad una descrizione minuziosa dell’animale, in un’ottica di accoglienza del diverso che, ancora una volta, ai lettori italiani non può che ricordare la precisione di Mario Rigoni Stern (pp. 49-52).
La curiosità conoscitiva si colloca, tuttavia, sempre entro i limiti del riconoscimento di un’alterità: la protagonista non vuole addomesticare l’animale, ma accoglierne la specificità. Lo stesso rifiuto a dargli un nome si inscrive nella consapevolezza che nominare qualcosa corrisponda a «sottrargli qualcosa» (p. 55). Conoscerlo è, invece, non solo farne esperienza empirica, ma ricercare tutto ciò che è stato detto prima da scrittori, filosofi, poeti, storici e altri: l’intero capitolo intitolato Giorni di maggio: lepre-strega è dedicato a questo, con una particolare attenzione presente fin dal titolo al connubio storico tra la selvaticità sfuggente della lepre e la figura extra-ordinaria della strega: «Era credenza comune che le streghe si aggirassero camuffate da lepri, o che le tenessero come famigli» (p. 70). Ecco che il femminile, dall’esordio del romanzo fin qui e oltre, delinea un percorso di particolare connubio tra l’essere selvatico e non addomesticabile della lepre, e l’insondabilità paurosa della donna da parte dello sguardo occidentale patriarcale.
La protagonista spiega in termini molto semplici la luce negativa che storicamente ha accompagnato la lepre: «Forse, riflettevo, la loro dubbia reputazione ha più a che fare con noi che con le lepri stesse, con la nostra tendenza a perseguitare ciò che non comprendiamo, proiettandovi le nostre contraddizioni» (p. 75). La soluzione che la protagonista adotta, pratica ed etica insieme, assume i contorni di un’indicazione al lettore rispetto al ‘diverso’: «Decisi di accettarlo per quello che era» (p. 75). Il rapporto che si instaura tra i due esseri è comunque reciproco: «Constatare la sua fiducia nei miei confronti era come ricevere una tacita approvazione da parte del più selvatico dei selvatici, e mi faceva sentire accolta nel mio ambiente, in armonia con la natura» (p. 83). Questo aspetto non incide, tuttavia, sulla profonda libertà che la vita selvatica comporta: un giorno, infatti, il leprotto sparisce e le preoccupazioni della voce narrante vengono presentate come sciocche e ridicole: «Cosa poteva esserci di più naturale del ritorno di un leprotto alla vita selvatica?» (p. 91).
La fatica antropica dell’accettazione di aver perso qualcuno/qualcosa che si sente come propria appartenenza si scontra con la totale indipendenza del selvatico: il leprotto torna, infatti, nel luogo e nel momento in cui meno la protagonista se lo aspetta (p. 102). La pretesa antropica di ‘possedere’ ciò che non ci appartiene è, del resto, evidente dalla scena in cui la donna porta il leprotto in un ambulatorio veterinario per una forte zoppia: qui le viene consegnata una scatola con scritto «PAZIENTE: LEPRE», seguito dal nome e dall’indirizzo della donna indicata come «PROPRIETARIO» (p. 108). È proprio in questo frangente che la voce narrante riflesse sull’uso improprio del verbo ‘possedere’ quando applicato ad un essere vivente altro da noi:
La relazione con gli animali nutre le parti più amorevoli, empatiche e compassionevoli della natura umana. […] Eppure, allo stesso tempo, persiste un enorme squilibrio di potere: troppo spesso pieghiamo gli animali alla nostra volontà, limitandoli o confinandoli per adattarli ai nostri scopi, ai nostri bisogni, ai nostri stili di vita (p. 108).
La riflessione suona come una condanna dell’addomesticamento, a favore di una convivenza tra uomo e animale all’insegna del rispetto della libertà reciproca. Lo stesso inquinamento acustico e luminoso diviene oggetto di feroce critica per le conseguenze che ha sul mondo degli animali: «Raramente […] ci soffermiamo a pensare al sonno degli animali o a come le creature notturne riescano a orientarsi in un mondo che non conosce più il buio» (p. 112). Un episodio è, a tal proposito, indicativo: la narratrice trova, una mattina, una lepre «polverizzata, sventrata» (p. 175), un’altra più giovane ferita, «le anche e la coda macchiate di sangue» (p. 175), e una poiana con «due gravi fratture all’ala» (p. 176). I responsabili sono i mietitori robotizzati che hanno il compito di «raccogliere il maggior numero di patate integre nel minor tempo possibile» (p. 177). Come coniugare le esigenze del selvatico non umano con le necessità stringenti dell’efficienza capitalistica? La narratrice invoca al proposito un cambio di paradigma tramite l’accoglienza del messaggio di Thoreau: «“Questa è l’unica via, diciamo” scriveva Henry David Thoreau, “ma vi sono tante vie quanti sono i raggi che si possono tracciare da un unico centro”» (p. 179).
Quel che la narrazione mette maggiormente in luce è quanto l’animale selvatico, per eccellenza altro da noi, il non addomesticato e non addomesticabile, sia autosufficiente, togliendo ogni senso alle pretese antropiche di possesso o controllo: l’animale selvatico «[n]on aveva bisogno di nulla […]. È un principio che vale per tutti gli animali selvatici: non chiedono che un po’ di spazio, una macchia di sole in cui distendersi e pace» (p. 126).
La stessa morte di una dei cuccioli della lepre, evento estremamente doloroso per la narratrice che se n’è presa cura fin dalla nascita, avviene in un modo del tutto naturale, estraneo al controllo umano: «Morì come era vissuta: in silenzio» (p. 171); e ancora: «Rimase comunque un triste promemoria della fragilità dei leprotti e del loro basso tasso di sopravvivenza» (p. 173).
La convivenza con la lepre induce, al contrario, la narratrice a considerarsi parte, e non tutto, della vita altrui: «Non ero in grado di vedere con gli occhi di una lepre, né di mutare forma per diventare una di loro» (p. 185). La considerazione va intesa in senso reale e narrativo insieme: la parola che, provenendo da mente umana, voglia essere attribuita ad un animale può svolgersi soltanto nel campo del fantastico o del favolistico; uno sguardo che invece voglia essere davvero ecologico anche nella parola deve abdicare alla pretesa di attribuire antropomorficamente una voce umana ad esseri che possiedono altri, diversi modi di comunicare ed esprimersi. In questo senso si muove anche l’impegno della narratrice contro ogni forma di antropomorfizzazione dell’animale: «Non le ho dato un nome, non la tratto come un animale domestico e di rado la tocco. È lei a stabilire i termini della nostra relazione» (p. 190); «Questa lepre ha trovato un’intesa con me, ma alle sue condizioni. Non sarà mai addomesticata» (p. 191). Proprio da tale consapevolezza deriva un’attenzione maggiore al tutto, senza alcuna preferenza per ciò che è umano, come se lo sguardo potesse finalmente ampliarsi: «È stato come acquisire nuovi sensi, una maggiore sensibilità verso l’ambiente […]. Mi è stato ricordato che, come la lepre, siamo creature legate al ritmo delle stagioni e soggette ai capricci della natura, anche se non ce ne rendiamo conto» (p. 198).
La lepre, vera protagonista di questo romanzo estremamente delicato, diviene così «il simbolo di ciò che del selvatico ancora resiste, l’emblema di quella misteriosa e inesauribile bellezza nascosta in piena vista, in attesa di essere riscoperta» (p. 209).








