Per la sua cerimonia funebre Sebastiano Vassalli (1941-2015) lasciò due richieste: che fosse suonato l’Internazionale, per il significato utopico di inno alla giustizia e alla natura, e che fosse recitato il Padre nostro, «sogno d’amore rappresentato dal dialogo con il padre» (parole dell’autore). Potrebbe sembrare contradditorio e paradossale, specialmente da parte di uno che aveva lasciato presto deluso il Pci e che odiava il padre biologico, da cui era stato abbandonato da bambino. Eppure, a chi abbia un minimo di familiarità con questo scrittore la scelta non potrà che suonare appropriata. Giunto al successo e alla notorietà internazionale con il romanzo storico La chimera (premio Strega 1990), sull’orfana Antonia bruciata come strega nella Novara del Seicento, Sebastiano Vassalli è stato tante cose, prima e dopo: pittore e poeta esordiente con la neoavanguardia degli anni Sessanta, romanziere satirico, autore di biofiction, polemista sui giornali e collaboratore editoriale, oltre che a lungo tempo insegnante di scuola. Ma c’è un unico marchio di fabbrica sulle varie manifestazioni di questa multiforme parabola intellettuale: il suo carattere da inguaribile bastian contrario. Vassalli è stato infatti uno scrittore perennemente contrariato: da sé stesso, innanzitutto, come dimostra il brusco cambio di direzione della sua letteratura all’altezza dei primi anni Ottanta; dagli altri attori del mondo culturale, con cui ebbe furibondi litigi e intrattenne numerose polemiche; dai difetti del carattere nazionale italiano, che ha preso di mira nelle sue forme più diverse in tutti i suoi romanzi; dal generale rumore di fondo da cui, insegna La chimera, bisogna allontanarsi «per cercare le chiavi del presente, e per capirlo». «Bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla», continua la premessa al romanzo: e Vassalli ha cercato di farlo auto-esiliandosi nell’amata pianura novarese, dapprima nella canonica di Pisnengo e poi alla Marangana di Biandrate, che ha lasciato solo per l’Hospice di Casale Monferrato dove ha passato i suoi ultimi giorni.
A dieci anni dalla sua scomparsa, il ritratto da bastian contrario è arricchito da due monografie uscite l’anno scorso, in occasione dell’anniversario. L’idea di ‘contrario’ è evocata innanzitutto, sin dal titolo, da L’Antivassalli di Eugenio Gazzola (Le Lettere, 2025). Il libro ricostruisce, con stile brillante e andamento ondivago, il risvolto della carriera letteraria di Vassalli: cioè le inquietudini multidisciplinari che dagli inizi come artista visuale conducono a quella che Gazzola definisce la Trilogia dell’abbandono, tre romanzi che si prendono gioco dei «folli anni Settanta» (così li chiamava l’autore), accanendosi su personaggi caricaturali di terroristi neri, brigatisti sessuomani e sgangherati militanti da commedia all’italiana (L’arrivo della lozione,1976; Abitare il vento, 1980; Mareblù, 1982). Il prefisso anti-, chiariscono le note di lettura, è da intendersi sia con il valore di precedenza che di opposizione. Quello che incontriamo tra le pagine di Gazzola è in effetti un Vassalli che precede il Vassalli che tutti conoscono, ma anche un Vassalli che a esso si oppone: è noto come l’autore abbia rigettato tutto quanto abbia fatto negli anni Sessanta e Settanta, chiedendo addirittura agli editori di non accennarvi nei paratesti dei suoi libri.
Guardando allora in controluce con Gazzola, chi conoscesse Vassalli solo per i romanzi d’ispirazione storica scoprirebbe che quando, nel 1967, l’autore si laurea in Lettere a Milano discutendo con Cesare Musatti una tesi su La psicanalisi e l’arte contemporanea, ha già all’attivo due mostre in qualità di pittore: una prima personale alla Galleria Il Cavallino di Venezia (1964), e una successiva alla Galleria Il Naviglio di Milano (1965), presentato da Edoardo Sanguineti. E sempre come pittore lo stesso Sanguineti lo introduce nel Gruppo 63 (per gli increduli le prove sono nel cospicuo inserto iconografico, con i suoi quadri in stile Pop art italiana e le sue pietre di fiume dipinte, tra le altre cose). Vassalli ha sempre descritto l’esperienza nel Gruppo come un purgatorio, raccontandosi come un intruso; sorprenderà allora ritrovare le tracce di una sua attiva militanza neoavanguardista all’happening internazionale di poesia visiva Parole sui muri a Fiumalbo del 1967 (l’ala emiliana del gruppo è quella sotto cui si sente più a proprio agio, per quanto temporaneamente); così come nella sperimentazione del romanzo Narcisso (esordio con Einaudi) e delle poesie di Disfaso (1968). Queste per Gazzola gli valgono l’afferenza a una pattuglia di «illeggibili» (Adriano Spatola, Giulia Niccolai, Giorgio Manganelli) per cui l’avanguardia è intesa come «costume di vita contro un qualcosa» (appunto). Menzione particolare merita Teatro Uno – Il Mazzo (con Ugo Locatelli), libro d’artista esposto alla Biennale del 1972, realizzato come un gioco combinatorio di carte che rappresentano situazioni (rituali) e personaggi (archetipici). Vengono in mente Julio Cortàzar e Georges Perec, ma anche Sanguineti; tanto Il Giuoco dell’Oca (1967) che la sua collaborazione con il regista Luca Ronconi – il quale cadde vittima di uno dei primi proverbiali litigi di Vassalli, dopo che la lettura del trattatello Tempo di màssacro (1970) lo aveva spinto a proporgli una collaborazione.
Dopo gli esperimenti esoeditoriali delle riviste «Ant. Ed.» e «Pianura», e gli ultimi sussulti de Il Millennio che muore (1972), ecco il capovolgimento, accompagnato dalla citata Trilogia dell’abbandono dove compaiono trame e personaggi. Vassalli si rivolta definitivamente al Gruppo 63 e al sé stesso giovane con Arkadia, monologo su Carriere, caratteri, confraternite degli impoeti d’Italia (1983), dove ogni avanguardia è ridotta a episodio di un ciclico battibecco tra antichi e (sedicenti) moderni. Anche quando nel 1984, a quarant’anni suonati, diventa finalmente scrittore eleggendo Dino Campana a suo «babbo matto» nella biofiction La notte della cometa (1984), è evidente che l’autore simpatizza per il poeta di Marradi in quanto vittima di quella conventicola di avanguardisti, pur senza neo-, additati come carnefici della sua fatale emarginazione: e cioè i futuristi fiorentini che ritroveremo al centro de L’alcova elettrica (1986), ricostruzione di un processo per oscenità alla rivista «Lacerba». L’astio riversato in Arkadia si spargerà in seguito su tutto il suo ricordo del passato da «illeggibile»; eppure Gazzola propende in fin dei conti per la continuità tra Vassalli e il suo anti- (lo dichiara già nel prologo). E per quanto simili arrovellamenti possano condurre in vicoli ciechi, mi sento di indicare, a mo’ di suggestione, un emblema di questa continuità nel Merlo della pomposa (1984) di Giuliano Della Casa. Vassalli conosce l’artista nei giorni di Fiumalbo, ma negli anni successivi si porta dietro l’immagine a protezione di due soglie: quella della prima edizione del suo grande successo, La chimera, e quella della Marangana di Biandrate, la casa del ritiro definitivo. Il merlo si confonde tra le foglie del tralcio di vite, ma in un attimo potrebbe volare via e non esserci più. Come Vassalli tra i neovanguardisti, e come i personaggi realmente esistiti che andrà inseguendo a partire dal decennio successivo, come tutti noi.
Non stupisce allora ritrovarla anche sulla copertina di Raccontare l’Italia. I libri di una vita di Sebastiano Vassalli di Roberto Cicala (il Mulino, 2025). Se L’Antivassalli cessa nel momento in cui l’autore «si dirige verso la terra della memoria nazionale, cosciente o meno», come si intuisce dal titolo è proprio l’ossessione per il ritratto dell’Italia e degli italiani che Cicala sceglie come filo d’Arianna per orientarsi nella sua parabola creativa. Partendo da una traccia concreta: quelle ultime righe battute alla macchina da scrivere il 1° maggio 2015 – «Ho raccontato l’Italia» – a chiudere il romanzo Io, Partenope consegnato all’editore poco prima di morire (e da candidato al premio Nobel per la letteratura). Piuttosto che uno zoom su un angolo poco esplorato della sua vita, come in Gazzola, qui troviamo un campo lungo, che completa le precedenti sistemazioni critiche: quella intrapresa già con lo scrittore in vita da Cristina Nesi (Sebastiano Vassalli, Cadmo, 2005), e quella destinata a un pubblico internazionale di Meriel Tulante (Italian Chimeras. Narrating Italy through the Writing of Sebastiano Vassalli, Peter Lang, 2020). Con sempre un occhio al ritratto autobiografico sotto forma di intervista di Un nulla pieno di storie. Ricordi e considerazioni di un viaggiatore del tempo (con Giovanni Tesio, Interlinea, 2010),oggi facilmente leggibile come testamento letterario.
Nelle tre parti del saggio Cicala riavvolge tre volte il nastro della vita e dell’opera di Vassalli. Dapprima seguendo una traccia biografica, riconducendo precisamente i momenti di svolta al contesto storico e tratteggiando il ritratto del bastian contrario, appunto, a cui guarda con esplicito affetto (si dichiara «l’amico che qui scrive»). Le vicende di Vassalli sono infatti punteggiate dalle acuminate reazioni alle polemiche suscitate dai libri: sulle interpretazioni campaniane de La notte della cometa, sulla delicata questione altoatesina dopo l’uscita dell’inchiesta Sangue e suolo (1985), sulla Sicilia e la mafia, contro intellettuali del calibro di Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo, per Il cigno (1993). Per non parlare della fantascienza pessimistica di 3012. L’anno del Profeta (1995), dove si scopre l’odio solo motore del mondo, o del cinico disincanto di Archeologia del presente (2001), conte philosophique sui fallimenti del Sessantotto; romanzi che lo fecero bollare come scrittore di destra e gli fecero perdere degli amici. Ma emergono anche travagliati quanto avvincenti rapporti personali: quello con Giulio Einaudi, innanzitutto, che insistette per la pubblicazione de L’oro del mondo nel 1987 e rinnegò stizzito quella di Cuore di pietra, 1996 («sembra di De Amicis», disse, suscitando una reazione scomposta dello scrittore). E poi con l’altro Giulio, Bollati; quest’ultimo fondamentale, rivela Cicala, per orientare non solo la ricerca di Vassalli sul carattere nazionale (e dunque per la raccolta di saggi Gli italiani sono gli altri, 1999) ma anche la svolta narrativa dei primi anni Ottanta.
Nella seconda parte si ricomincia, ma procedendo libro per libro, ricomponendo il ritratto del carattere nazionale tratteggiato con piglio da moralista; e con un piede nell’archivio dello scrittore, tra epistolari che consentono di aggiustare lo stato dell’arte e materiali preparatori di ogni genere che raccontano la maniacalità di Vassalli nella documentazione preliminare ai suoi romanzi (impressionanti gli elenchi alfabetici rintracciati tra gli avantesti). A caratterizzare questa sezione vi è inoltre l’attenzione speciale per gli aspetti editoriali che caratterizza le ricerche di Cicala, uso interpretare la letteratura alla luce delle dinamiche dell’industria del libro. Sono analizzate minuziosamente le proposte fatte alle case editrici, le logiche produttive, le vendite e la ricezione – notevole la lunga fortuna scolastica de La chimera –, non senza considerare illustrazioni e paratesti. Chiudono il volume una nutrita Appendice di cento pagine in cui parlano direttamente i testi – di e su Vassalli – e le immagini (foto personali, autografi, lettere, copertine), seguita da una ricca bibliografia finale. Un simile assemblaggio fa di questa monografia, al prezzo di qualche ripetizione, la più completa trattazione su Vassalli, da cui ogni futura ricerca – e ce ne saranno, poiché l’Archivio presso il Centro Novarese di Studi Letterari sta venendo ordinato – non potrà prescindere.
Pittore pop e narratore manzoniano; poeta sperimentale e scrittore commerciale; editore di nicchia ed einaudiano di ferro; militante comunista e intellettuale di destra: a dar retta a quello che si dice di lui, Vassalli sembra essere stato davvero tutto e il contrario di tutto. E proprio con il contrario di ‘tutto’ che, a rigore, è il ‘nulla’, lui stesso si identificava: «Io sono un nulla che ha sognato molto: un nulla pieno di storie». Sono solo le storie a dare un senso al nulla che ci attanaglia, di cui consistiamo e a cui torneremo, diceva in sostanza. Ciò che i suoi libri insegnano è allora un culto della parola come argine al nulla che, pur da una prospettiva laica, trova le sue fondamenta nelle religioni delle Scritture, citate con costanza nelle sue pagine. Poche cose erano odiate da Vassalli come il disprezzo per le parole mostrato da un uso banale, impreciso o mistificante (si veda lo spassoso vocabolario del Neoitaliano, 1989). E anche il disamore per la contestazione neoavanguardista forse va letto come la delusione di chi davvero aveva creduto di cambiare il mondo (le cose) cambiando il linguaggio (le parole). Ciò che hanno di unico, i suoi libri, è che da nessun’altra parte questo culto è così strettamente legato a una concezione del narrare come impegno civile, solo apparentemente a dispetto del carattere da misantropo. Quando Vassalli riporta alla luce gli invisibili – che siano gli italiani del Sudtirolo, outsider come Dino Campana, dimenticati della Storia come la ‘strega’ Antonia e i camminanti della piana novarese o casi clinici come il profeta auto-crocifisso Mattio Lovat (Marco e Mattio, 1992) – si potrà avere forse l’impressione che non sia tanto per rendere loro giustizia, quanto per dare fastidio a chi si ostina a non vederli; ma proprio quel fastidio è concepito come una forma di giustizia, seppur giunta troppo tardi, dopo che il Merlo della Pomposa è volato via dal suo ramo. «La storia è merda», insomma, come insegna lo zio Alvaro de L’oro del mondo; ma vale comunque la pena di starci, se non altro per inseguire i bagliori di «quelle poche pagliuzze di felicità che rimangono in fondo alla memoria come l’oro sul fondo della bàtea». Quelle pagliuzze sono qualcosa di diverso per ciascuno e ciascuna di noi; per Vassalli sono state le storie che s’intravedono brillare sul fondo limaccioso della Storia, aspettando solo di essere raccontate.

E. Gazzola, L’Antivassalli, Firenze, Le Lettere, 2025, 170 pp., € 14.

R. Cicala, Raccontare l’Italia. I libri di una vita di Sebastiano Vassalli, Bologna, il Mulino, 2025, 423 pp., € 25.








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