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Home Letterature

Scintille e differenze. “Alì Babà” e altri discorsi tra Calvino e Celati

Simone GiorgiodiSimone Giorgio
4 Giugno 2026
in Letterature
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È forse superfluo sottolineare l’importanza dei carteggi nella storia della critica letteraria. Certamente la comprensione delle opere passa dalla loro lettura diretta e dal lungo corpo a corpo con la materia testuale; ma le lettere di un autore o di un’autrice ci svelano la quotidianità che sta alla base di un libro, di un’epoca, di un’idea. Così, il primo pregio che viene alla mente leggendo il numero 48 di «Riga» “Alì Babà” e altri discorsi (curato da Marco Belpoliti, Mario Barenghi e Nunzia Palmieri, 2025) è proprio la possibilità di avvicinarci allo scambio (quasi) quotidiano fra gli intellettuali che animarono il progetto su cui è incentrata questa uscita, ossia Gianni Celati e Italo Calvino. I due sono colti alle prese con problemi di natura pratica, indaffarati in viaggi, soggiorni; rincorsi dai debiti o da questioni editoriali; assorbiti però anche dall’entusiasmo intellettuale per le letture che li appassionavano in quel periodo.

Qualche elemento chiarificatore: “Alì Babà” doveva essere il titolo di una rivista letteraria, ideata appunto da Calvino e Celati assieme ad altri intellettuali (tra cui ricordiamo almeno Carlo Ginzburg e Guido Neri). I due si conobbero nella seconda metà degli anni Sessanta; Calvino era attratto dalla dirompenza del suo giovane interlocutore, che stava preparandosi a esordire in narrativa (Comiche sarebbe uscito nel 1971) e scriveva già saggistica, con interventi sparsi su varie riviste. Le tematiche che privilegia affascinavano Calvino: dalla linguistica all’antropologia, dal Settecento inglese (esemplare la traduzione di Swift) al modernismo più istrionico (Joyce e Céline, fino al grande modello beckettiano). Celati rappresenta, come ha ben scritto Marco Belpoliti in Settanta, il «Sessantotto di Calvino», una novità esaltante che arrivò nella carriera dell’autore delle Cosmicomiche nel momento in cui stava cercando di capire come rinnovare la propria scrittura, tenendosi lontano tanto dalla Neoavanguardia quanto dall’esaurito Neorealismo.

Al culmine di questo rapporto, che si consolidò ben presto come una forte amicizia, i due progettarono una rivista su cui dare spazio alle loro riflessioni in ambito letterario. Lo scopo, ambizioso, era quello di riportare alla luce i tesori nascosti della cultura occidentale (da qui il titolo “Alì Babà”, con evidente richiamo alla nota fiaba persiana). Littérature de colportage, testimonianze, diari di marinai e fuorilegge: tutto ciò che sta attorno ai monumenti letterari, che passa sotto silenzio, e che avrebbe permesso però di introdurre nella nostra cultura una concezione antropologica del fare letterario. Quest’ultima asserzione, che riprendo dal saggio introduttivo Congetture su un dissenso firmato da Mario Barenghi, è giustificata dalla lettura che i due scrittori fecero di Michail Bachtin e Northrop Frye, negli anni tra il ’68 e il ’70, in seno all’Einaudi. Sebbene la rivista volesse probabilmente essere troppe cose insieme, cosa che ne spiega in fin dei conti il fallimento, concrete sono state le sue conseguenze sulle traiettorie intellettuali di Celati e Calvino.

Per quanto riguarda il primo, il lavoro alla rivista si inserisce in un percorso di riflessione sul comico e i generi popolari: si tratta di una serie di interventi di natura teorica da cui sarebbe emerso, a metà anni Settanta, Finzioni occidentali, il libro che costituisce la bussola per orientarsi nella produzione narrativa celatiana. E infatti, a integrare queste teorizzazioni, il decennio di Celati fu scandito puntualmente dalla pubblicazione dei romanzi della sua stagione comica, dal già ricordato Comiche a Lunario del paradiso, del 1978. Calvino, da parte sua, inquadrò tutto questo nella fase post-Cosmicomiche: abbandonato temporaneamente il personaggio di Qfwfq, lo scrittore (trasferitosi a Parigi) si avvicinò all’Oulipo, e diede alle stampe prima Il castello dei destini incrociati (1969) e poi Le città invisibili (1972). Quest’ultimo libro, dalla raffinatissima struttura, rappresenta senz’altro il primo importante punto d’approdo del periodo combinatorio (che arriverà al suo culmine nel 1979, con Se una notte d’inverno un viaggiatore), ma può essere letto anche come esito delle riflessioni attorno ad «Alì Babà», in particolare per ciò che concerne il tema della ricerca archeologica.

È proficuo, in questo senso, raffrontare i due saggi in cui Calvino e Celati si misurano con questa tematica, ossia Lo sguardo dell’archeologo e Il bazar archeologico, puntualmente presenti nel numero di «Riga». A illuminare questa relazione è il saggio introduttivo di Belpoliti, Calvino, Celati e “Alì Babà”, che sottolinea come «Calvino, positivo come sempre, davanti alle rovine del presente, si identifica con l’archeologo che per mestiere raccoglie e interpreta i frammenti del passato»; viceversa, per Celati, «non c’è più un punto di vista privilegiato nella lettura delle rovine» (p. 44). Così, se il lavoro dei due scrittori (e degli intellettuali che li hanno accompagnati) verteva attorno alla necessità di riesaminare le possibilità della letteratura dopo la fine del Neorealismo e il terremoto della Neoavanguardia, è a un’idea propriamente interdisciplinare che hanno dovuto rivolgersi: e in questo senso vanno riletti gli esperimenti coi tarocchi di Calvino, così come la passione cinematografica e teatrale di Celati, che nel corso degli anni Settanta si cimentò anche con la scrittura fototestuale (pubblica infatti Il chiodo in testa e La bottega dei mimi, corredati da immagini del fotografo Carlo Gajani).

In ogni caso, come argomentano con precisione Barenghi e Belpoliti, l’amichevole dissenso fra Celati e Calvino aumentò col passare degli anni. Ad esempio, Celati non apprezzò mai la quarta di copertina di Comiche firmata da Calvino; quest’ultimo da par suo tacciava Celati di «irrazionalismo». A ben vedere, i punti di distanza fra i due sono molti: come si legge soprattutto negli scambi risalenti al 1970, Calvino giudicava con sfavore il gusto popolaresco, farsesco e quasi folklorico delle iniziative celatiane; Celati, viceversa, non condivideva la notissima tendenza calviniana alla linearità, alla riduzione, alla ricerca della scrittura cristallina attraverso cui ridurre l’universo a uno schema interpretabile. Barenghi sostiene, a ragione, che «i canoni estetici dei due scrittori non sembrano facilmente conciliabili» (p. 24); Belpoliti scrive che Calvino «manca dell’atteggiamento effusivo verso cui tende invece la prosa dello scrittore emiliano» (p. 54). Al di là di queste divergenze estetiche, il progetto sembra naufragare anche perché Celati e Calvino avevano in mente un pubblico diverso: se Calvino puntava a costituire una rivista rivolta a non specialisti, in grado di coniugare leggibilità e dense riflessioni teoriche, Celati pareva invece disinteressarsi della necessità di individuare un gruppo di lettori destinatari della rivista, «mosso», dice ancora Barenghi, «da intenti “espressivi” […] piuttosto che conativi» (p. 26).

Fin qui, il contenuto appena riassunto riprende, con aggiornamenti, il numero 14 di «Riga», Alì Babà. Progetto di una rivista 1968-1972, uscito nel 1998, che è stata la prima pubblicazione su questo progetto. Tuttavia, il nuovo numero dedicato a questo segmento delle traiettorie intellettuali di Calvino e Celati è parso necessario non solo per rendere nuovamente disponibile al pubblico quel primo lavoro, ma anche perché nel frattempo è stato ritrovato nuovo materiale celatiano nell’ambito del progetto di ricerca di Camilla Pinto, dottoranda all’Università di Bologna. Come spiegato nella postfazione del numero Il baule ritrovato, curata da Pinto e da Filippo Milani, la studiosa è riuscita a reperire un fondo epistolario di scambi fra Calvino e Celati nei documenti appartenuti a Lidia Licari (sorella della prima moglie di Celati, Anita), attualmente conservati all’Alliance Française di Bologna. Da queste carte è emerso un nuovo pezzo della storia di “Alì Babà”, ma soprattutto della relazione Calvino-Celati: contrariamente a quanto si pensava, infatti, i due rimasero in contatto fino a poco tempo prima della morte del primo, nel 1985, continuando a scambiarsi opinioni e informandosi a vicenda sui rispettivi lavori.

Leggendo le lettere che Celati ha inviato a Calvino nella seconda metà degli anni Settanta si distinguono con chiarezza almeno due questioni. Innanzitutto, come ben sottolineano Milani e Pinto, Bologna si staglia come uno dei centri culturali più vivaci di quel decennio: i confronti fra Celati e gli altri intellettuali che abitavano in città, così come le iniziative culturali nate in seno alla facoltà del DAMS che avrebbero poi generato il Movimento del Settantasette, restituiscono l’idea di una città viva, capace ancora di attrarre capitale simbolico e culturale nel suo tessuto urbano. Dopo la repressione del movimento giovanile queste dinamiche andarono spegnendosi, e dalla corrispondenza di Celati si intuisce come la sua crisi personale vada riletta anche alla luce del precipitare degli eventi a livello politico e sociale a Bologna.

L’altra questione è invece legata agli slanci intellettuali di Celati. In queste lettere, annunciava a Calvino non solo la lavorazione di libri che poi effettivamente avrebbero visto la luce, come La banda dei sospiri, Finzioni occidentali o Alice disambientata, ma anche opere che sarebbero rimasti solo abbozzati, tra cui il saggio sui fratelli Marx. Più in generale, le lettere di Celati paiono come dei microsaggi, dal tono colloquiale, legati alla sua concezione della letteratura: dai suoi giudizi su quanto facevano altri autori contemporanei, su tutti Nanni Balestrini, esce ulteriormente rafforzata l’idea che Celati fosse interessato a una pratica letteraria che puntasse sull’oralità e la perfomatività del discorso, più che sulla riproposizione della forza intellettuale della parola scritta. Finzioni occidentali appare nitidamente in questo quadro come la punta di un iceberg di riflessioni laboriose e tormentate che occuparono Celati per tutto il decennio degli anni Settanta.

Sebbene le missive degli anni Ottanta diventino effettivamente più rade e meno lunghe, è qui che si colloca quella che, per chi si avvicina all’opera di Celati da critico letterario, rappresenta la maggiore novità di “Alì Babà” e altri discorsi. Infatti, in queste lettere Celati comunicava a Calvino di aver completato una parte dei racconti che appariranno in Narratori delle pianure, affermando però di volerli utilizzare in Verso la foce: come recentemente scoperto da Cecilia Monina, altra talentuosa studiosa di Celati, l’autore concepiva infatti i due libri come un’unica opera, ricalcando in modo più evidente la struttura tipica degli antichi novellieri.

Le riflessioni sull’oralità di Celati, partite dalla parola comica e dalla ripresa dello straniamento legato al modernismo più esuberante, acquisiscono finalmente in questo modo una loro continuità a dispetto dell’improvviso cambio di direzione stilistico. Così, la lettera di Celati ai curatori che accompagnava la prima edizione del numero di «Riga» trova, in un certo senso, la sua conferma, applicabile al percorso di Celati stesso, in quella sensazione celatiana che mescolava nostalgia e distacco; accerta inoltre l’importanza di esaminare questo materiale parallelo, dato che, come scriveva Celati, «forse chi li legge a distanza può vederci delle scintille comuni, insieme alle differenze di stile e di pensiero». Tali scintille (e tali differenze) hanno prodotto quella che è stata una stagione importante della nostra cultura, e la trasformazione del campo letterario, pur avendo messo in minoranza questo genere di posizioni e interessi intellettuali, non è riuscita a toglierle la vitalità che aveva in quegli anni a cavallo fra anni Sessanta e Settanta.


Mario Barenghi, Marco Belpoliti, Nunzia Palmieri (a cura di), “Alì Babà” e altri discorsi, Riga 48, Quodlibet, 2025, 424 pp., € 26.

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Tags: anni settantaBolognaGianni CelatiItalo Calvinoletteraratura italiana contemporaneaQuodlibetRigariviste letterarie
Simone Giorgio

Simone Giorgio

Simone Giorgio ha conseguito il dottorato di ricerca in letteratura presso l’Università di Trento. Collabora con le Università di Bologna e del Salento, dove si occupa di letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato la monografia "L’ascolto di una tradizione. Gianni Celati e l’Ulisse di Joyce" (Quodlibet, 2025).

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