Mohamed Mbougar Sarr è uno scrittore francofono. Nato in Senegal nel 1990, ha vinto il premio Goncourt nel 2021, il più importante premio letterario di Francia, all’età di 31 anni, con il romanzo La più recondita memoria degli uomini (Edizioni e/o, 2022). Cronologicamente precedenti sono la novella La Cale, non ancora tradotta in italiano e i romanzi Terra violata (Edizioni e/o, 2019) e Il silenzio del coro (Edizioni e/o, 2023), di recente pubblicazione in Italia, uscito in originale nel 2017 per Présence Africaine Editions. Il francese è la lingua dei suoi studi, svolti in un primo momento a Dakar e in seguito in Francia, a Parigi, dove ha frequentato l’École des hautes études en sciences sociales. Parla, oltre al francese, wolof e serer, la lingua che porta il nome dell’etnia da cui Sarr proviene e la cui cultura si mescola nei suoi romanzi a quella occidentale, in un investimento letterario necessario e politico. Sceglie il francese per la scrittura, la lingua dei colonizzatori. Sceglie di non cancellare il passato, ma di prenderne atto, assumendolo come parte della propria identità, conscio della complessità che soggiace alla sua decisione e che ribolle e fa da padrona in La più recondita memoria degli uomini, romanzo sontuoso sia per l’uso della lingua che per l’architettura del racconto.

Sulla scorta del Bolaño de I detective selvaggi, l’opera che è valsa a Sarr il Prix Goncourt accompagna Diégane Latyr Faye, narratore interno, nell’inseguimento del misterioso scrittore senegalese T.C. Elimane, autore del romanzo Labirinto del disumano, pubblicato in Francia nel 1938, divenuto immediatamente caso editoriale ma poco dopo tolto dal mercato, perché accusato di non essere altro che un collage certosino di citazioni di autori occidentali. Elimane è scomparso insieme al suo libro, lasciando tracce che conducono il giovane Diégane in Francia, in Argentina e in Senegal e tracimano la sua biografia nella sfera di un universo magico.

La colpa di Elimane, secondo l’intelligencija francofona, sarebbe quella di essere «il prodotto più riuscito e tragico della colonizzazione» (p. 390), in quanto scrive come un bianco. Così riporta la recensione (finzionale) del critico Tristan Chérel, per La Revue de Paris:

«Da qualche giorno sentiamo dire che l’ormai famoso Labirinto del disumano del signor Elimane, edizioni Gemini, è un’illustrazione della civiltà africana. Avversari ideologici, le cui rispettive letture del libro contrastano in tutto, si trovano d’accordo almeno su un punto: il libro è africano. La riteniamo una visione erronea: secondo noi il libro è tutto meno che africano.
Ci aspettavamo più colore tropicale, più esotismo, più penetrazione dell’anima puramente africana […] L’autore sa scrivere, ma dov’è la vera Africa in tutto ciò?» (p. 92).

È un estratto che farà sorridere il pubblico italiano, memore della battuta «io non sento l’Africa» di Stanis nella serie tv Boris. Come fa sorridere il testo, selezionato da Chiara Piaggio e Igiaba Scego per la raccolta Africana – Raccontare il Continente al di là degli stereotipi (Feltrinelli, 2021), Come scrivere dell’Africa che lo scrittore kenyota Binyavanga Wainaina inviò per mail nel 2005 a Granta, dopo aver visionato il numero monografico dedicato all’Africa che la rivista inglese aveva predisposto e in cui non compariva tra gli autori nessuno scrittore di provenienza africana.  

L’imprendibilità di T.C. Elimane è la liberazione dalla visione monolitica di un occidente troppo affezionato a vestiti di lino color kaki che riduce una varietà di culture a scialbi stereotipi.

«L’Africa è immensa. Si estende per più di 8.000 chilometri da nord a sud e per 7.500 chilometri da est a ovest, con alcune isole ancora più lontane. Occupa il sei per cento delle terre emerse ed è il terzo continente in ordine di grandezza, se contiamo l’America come blocco unico che va dalla Patagonia alle montagne canadesi. Un quarto delle lingue parlate al mondo è del continente africano. Un continente fatto di cinquantaquattro nazioni grandi e piccole» (Igiaba Scego in Africana, Feltrinelli, Milano 2021, p. 7).

Per riuscire a “sentire l’Africa” è necessario lasciarle il microfono, ascoltare le voci dei suoi scrittori e partecipare alla decolonizzazione dello sguardo che le viene rivolto. Così, nel romanzo Il silenzio del coro, Giuseppe Fantini, illustre poeta residente nella città immaginaria di Altino, decide di non tramandare ai posteri la sua ultima opera, che racconta la storia di 72 ragazzi giunti dal Mali in Italia in cerca di un futuro. La conservazione della memoria delle loro vicende è compito di Jogoy Sèn, giovane serer che sa parlare dieci lingue e che lavora come mediatore culturale per l’associazione Santa Marta che si occupa dell’accoglienza. Anche se la sua voce non è solitaria; Sarr decide di costruire un romanzo polifonico, in cui si alternano i punti di vista di diversi personaggi: quelli di Giuseppe Fantini, del medico disilluso Pessoto, di Maurizio Mangialepre, avvocato che fa di tutto per ostacolare l’associazione Santa Marta per vendicarsi della sua fondatrice, Sabrina, di cui è stato ed è ancora innamorato, di padre Bonianno, di Matteo Falconi, comandante della stazione dei carabinieri di Altino, di Fabio e Sergio Calcagno, ex leader degli ultras del Catania, scagnozzi picchiatori al soldo di Mangialepre, di Fousseyni Traoré, giovane dal cuore innocente che trova ad Altino l’amore di una ragazza che profuma d’arancia. Grazie a questa frammentarietà di sguardi, Sarr mette in crisi una modalità di narrazione unidirezionale che infesta l’attualità: le barche portano dal mare i figli dell’Africa in fuga dal dolore della loro Terra. Ancora una volta, una riduzione. E rivela un paradosso:

«Eppure, con tutto il loro disprezzo, gli ostili sono gli unici a puntare il dito su quella che è forse la verità della situazione. Sì, benché spesso lo facciano per ragioni ben tristi, sono gli unici a considerare il migrante come un individuo che c’è, che è arrivato, che ha un presente e vuole costruire un futuro. Laddove gli altri due interlocutori (il membro di una commissione e la persona benevola commossa dal rifugiato) cercano di definire l’immigrato solo attraverso il suo passato, laddove appare loro umano solo perché una causa drammatica l’ha obbligato a partire, l’anti-migrante, malgrado la sua fobia, vede l’immigrato come un uomo presente, che è lì con lui (anche se è proprio questa l’idea che non sopporta)» (p. 130).

Il silenzio del coro è strutturato come una tragedia greca e corre verso il deus ex machina di due figure femminili: la statua della dea Atena, «del III secolo avanti Cristo, considerata l’allegoria della memoria del paese» (p. 18), e l’Etna. Ma la chiusa del libro svela il significato di speranza del suo incipit.   

Scrivere, per Sarr, è soprattutto ricordare, tramandare le storie che i luoghi conservano: «tutto lascia una traccia, il luogo non dimentica niente. È la sua disgrazia, ma anche la sua grandezza: diversamente dagli uomini, non può permettersi l’amnesia di fronte alla storia e ad alcune sue tragedie» (p. 81). Nei suoi romanzi due forze si alternano in una lotta costante. Il fallimento, espresso dall’immagine ricorrente del fuoco: in Terra violata, romanzo che narra l’occupazione degli integralisti islamici della Fratellanza del paese immaginario di Sumal, è l’incendio della biblioteca di Timbuctù; in La più recondita memoria degli uomini, il suicidio di denuncia contro il governo senegalese della studentessa Fatima Diop a Dakar; in Il silenzio del coro, il fantoccio raffigurante un uomo nero cosparso di benzina e dato alle fiamme dai manifestanti di Altino contrari all’accoglienza dei ragazzi in città. La speranza, che coincide con la capacità di raccontare che è in fondo il compito del griot, poeta cantastorie che conserva la memoria orale della tradizione. Jogoy Sèn è un griot, la sua voce, che racconta fallimento e speranza, mette a contatto gli uomini:

«Vedeva nella traduzione una metafora della condizione umana, ciò che forse simboleggiava meglio i due moti contrari la cui tensione si trovava al cuore delle loro vite: da un lato l’impossibilità di comunicare una parte dell’essenziale, il fallimento della lingua di fronte all’enigma umano, e dall’altro, nonostante tutto, il tentativo disperato di dare un nome o quanto meno avvicinarsi a quell’enigma attraverso la lingua. Fallimento e speranza, la traduzione non era altro che quello».

E così la letteratura.


Mohamed Mbougar Sarr, Il silenzio del coro, trad. di Alberto Bracci Testasecca, Roma, Edizioni e/o, 2023, pp. 400, 18,50 €.