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Le scatole cinesi di Carlo Ginzburg

Giacomo MichelettidiGiacomo Micheletti
3 Giugno 2026
in Naufragi
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Le scatole cinesi di Carlo Ginzburg

Negli ultimi decenni, nella scrittura storiografica di Carlo Ginzburg la metafora cognitiva delle scatole cinesi (almeno da L’aspra verità, saggio del 2006 dedicato a Stendhal e Erich Auerbach, in Il filo e le tracce; ma un’occorrenza è già nel pamphlet indiziario Il giudice e lo storico, del 1991) ha finito per assumere il rilievo di una sorta di emblema concettuale, come testimoniano i sedici saggi (quasi tutti risalenti agli ultimi quindici anni, e già apparsi in varie sedi) ora raccolti in Il vincolo della vergogna. Letture oblique (Adelphi): una selezione di casi-studio la cui esuberante varietà tematica (es. i rapporti tra cristianesimo ed ebraismo, le dinamiche della secolarizzazione, le forme striscianti della propaganda),  in pendant con il precedente La lettera uccide, trova un comune denominatore nella predilezione per l’esplorazione tanto di fonti, riferimenti e suggestioni sconosciute o poco considerate, quanto, specularmente, delle dinamiche di ricezione arrise nel tempo a determinate opere, figure, questioni – oltreché, è evidente, nella costante autoriflessione sulle ipotesi e gli azzardi, i dilemmi e le gioie della ricerca intellettuale.

Storico dall’erudizione sconfinata e non di rado disorientante, radicato nella tradizione di “Les Annales” ma da sempre in dialogo con la critica stilistica, l’antropologia, la psicoanalisi freudiana e l’iconografia (donde l’attrazione per i dettagli e la loro qualità “diabolica”), in queste pagine Ginzburg continua a dirigere “obliquamente”, per digressioni e deviazioni dal tracciato maestro della Storia, la sua prospettiva di indagine micro, attraversando la storia delle idee alla ricerca di un’anomalia, una traccia apparentemente marginale – sia essa un volume dimenticato, un’espressione sospetta, un’immagine, addirittura un’emozione (come la vergogna e il suo vincolo, da cui il saggio che intitola il volume) – interpretata alla luce di letture, e riletture, che si incrociano e si richiamano tra loro, disegnando impreviste genealogie ermeneutiche (anche “familiari”: esemplare in questo il saggio Lettori di Proust, che a livello metodologico fa il paio con Letture di Mauss).

D’altra parte è stato lo stesso Ginzburg, nella postfazione alla nuova edizione Adelphi dei Benandanti (2020), a chiarire il significato e, soprattutto, la portata dell’immagine convocata in apertura:

La lettura si configura sempre come una serie di scatole cinesi. Chi ha imparato a leggere non legge mai un libro solo; attraverso un libro ne legge contemporaneamente molti altri, riecheggiati o riferiti, direttamente o indirettamente, nelle pagine che ha di fronte. Non solo: mentre legge un libro ne ricorda contemporaneamente, in maniera consapevole o inconsapevole, molti altri”.

.A partire da questo fondamentale assunto intertestuale si spiegano le congetture, minuziose e sorprendenti, su cui si basano diversi studi di Il vincolo della vergogna: per esempio in Piccole differenze, sullo sfondo della sempre dibattuta questione del rapporto tra immagini e parole, la trafila di fonti all’origine di una nota metafora ecfrastica (o “equivalenza verbale”) formulata da Roberto Longhi a proposito del pittore ferrarese Bastianino, poi ispiratrice di una acuta attribuzione da parte del connoisseur inglese Philip Pouncey; o ancora, in Il convolvolo e il giglio, l’influsso su The Origin of Species di Charles Darwin, e in particolare su un suo curioso paragone tra organi rudimentali e grafia conservativa, di un dizionario etimologico della lingua inglese forse già noto al nonno del grande naturalista, a sua volta botanico.

E merita anche segnalare, in questa ultima raccolta ginzburghiana, la presenza di un altro tema altrettanto determinante nella riflessione recente dello studioso, e potenzialmente inesauribile; vale a dire il riconoscimento e l’interpretazione di quelle spie (il riferimento è all’importante saggio di metodo indiziario del 1979) in grado di rischiarare le fatali intersezioni tra i più occulti risvolti biografici e la ricerca intellettuale: segnatamente, qui, i saggi L’ambigua eredità di Mircea Eliade e Leggere tra le righe/scrivere tra le righe (sul maestro Delio Cantimori, cultore di nicodemismo e altre eresie religiose negli anni in cui, in piena dittatura fascista, segretamente si avvicinava al comunismo).

Ai rischi di questa caccia intellettuale a cripto-fonti e somiglianze sospette – sempre intrigante sì, ma potenzialmente pericolosa se spinta oltre i limiti della verifica documentaria –, l’argine indicato dallo stesso Ginzburg resta, ancora una volta, il richiamo all’arte di leggere lentamente, che è poi il modo in cui Friedrich Nietzsche definiva la filologia, e che come l’archeologia si propone di “cercare frammenti incrostati nel presente, trasformandoli in indizi in grado di accedere al passato”.

Conforta, e anche un po’ commuove, l’ostinata fiducia dimostrata da un intellettuale della levatura di Ginzburg nella pratica dello scavo testuale, nelle sue qualità intimamente indiziarie (lo spoglio e il confronto sistematico delle fonti; la loro lettura “a contropelo”, alla ricerca di anomalie, lapsus e strani silenzi) e nelle sue implicazioni politiche (vedi il saggio conclusivo Fake News?), in anni di frammentazione dell’attenzione e sovraccarico cognitivo in cui assistiamo smarriti, per tacere d’altro, ai continui, inquietanti “progressi” dell’intelligenza artificiale generativa nei campi dell’informazione, della comunicazione, della produzione scientifica.

Quella di Ginzburg non vuole essere, è chiaro, una professione di ingenuo ottimismo libresco di fronte alle sfide poste da un mondo in vertiginoso divenire. In essa, in sintonia con la riapertura dell’orizzonte immaginativo costantemente riproposta da un itinerario di ricerca ormai più che sessantennale, mi piace piuttosto riconoscere, soprattutto, una generosa manifestazione di amore nei confronti delle parole (la filologia, etimologicamente, come “amore della parola”, nel suo intreccio di voci e visioni del mondo), e in particolare delle parole della letteratura: strumento capace di orientare sperimentalmente, insieme alla narrazione del passato, anche la lettura del presente e delle tracce di futuro in esso contenute, “nella misura in cui [le parole della letteratura] costruiscono un modello di realtà – ivi comprese le realtà ancora da sperimentare”.


Carlo Ginzburg, Il vincolo della vergogna. Letture oblique, Adelphi, Milano 2016, 275 pp., € 28,00.

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Tags: carlo ginzburgfake newsfilologiasaggio
Giacomo Micheletti

Giacomo Micheletti

Giacomo Micheletti (1991) è nato a Firenze, è cresciuto in provincia di Bergamo, ha studiato a Pavia, vive a Torino, collabora con la cattedra di Linguistica italiana presso l’Università di Milano-Bicocca. Le sue ultime ricerche riguardano soprattutto la stilistica delle traduzioni ("L’anarchia della ribellione permanente. Gianni Celati e Lino Gabellone traduttori di Céline", Quodlibet 2025) e la storia di parole tra scienza e letteratura contemporanea. Nel suo piccolo si considera un cultore di apparenze e scarti del quotidiano. "Panterica" (in uscita per Italo Svevo) è il suo primo saggio narrativo.

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