Arrivammo a San Pedro de Atacama di sera. Eravamo partiti da Calama il pomeriggio in quel segmento di stagione mite. Dopo aver visto il film del 2004 I Diari della motocicletta e letto Latinoamericana di Ernesto Che Guevara, ci sentivamo in debito verso l’autore nell’andare a vedere la miniera di Chuquicamata. Nel 1952 sembra che Guevara e Alberto Soriano passarono lì e assistettero all’ingiusta selezione dei lavoratori minerari. L’episodio raccontato nel film rende l’idea del luogo: un polverone.
Dal pullman guardavamo un paesaggio di sole rocce che circondava la strada. La distanza fra il Cile rurale e Santiago era immensa ma non eravamo realmente pronti alla differenza sociale che avremmo trovato.

San Pedro de Atacama era una stazione di passaggio, piccola cittadina di circa tremila residenti che diventavano molti di più durante le stagioni del turismo e che di fatto non offriva nulla, se non una base per le escursioni. La particolarità delle case in mattoni e argilla rossi, l’adobe, diventava peculiare e appena scesi dal pullman la sensazione era di vivere sul set di un film di Sergio Leone. Una cittadina scialba, c’era solo il Museo di Gustavo Le Paige, il gesuita belga che negli anni Cinquanta trovò dei resti umani e dedicò la sua vita alla ricerca archeologica in quella parte del Cile, il che gli valse la cittadinanza onoraria, conferitagli da Salvador Allende. La cosa particolare è che il gesuita scoprì le prime tombe per caso, mentre stava dipingendo. Ho immaginato che fosse avvenuto nella Valle della Luna.
La Valle si trovava a pochi chilometri da San Pedro e il primo a chiamarla così fu proprio il religioso, osservando quelli che sembrano crateri lunari. La zona era arida, aspra, sabbiosa e rossa. Una guida turistica ci disse che lì “i Pink Floyd si prendevano acidi”. L’idea era molto suggestiva, anche se al gruppo inglese viene sempre accostata qualunque esperienza mistica, però i paesaggi evocano davvero possibili esperienze psichedeliche.

Tornati in città ci perdemmo volentieri nelle vie di San Pedro accorgendoci con un po’ di malinconia che la gentrificazione era già in atto e che molte strutture con nomi latini erano alberghi a tre, quattro e addirittura cinque stelle, dai quali proveniva musica cacofonica a volume alto, quando invece ci saremmo aspettati del folk cileno o, meglio, silenzio. Tra i banchi di souvenir che cercavano di riprodurre l’artigianato Quechua e Aymara vedemmo per la prima volta caramelle a base di coca e qualche foglia secca. “Por l’altitud” ci dissero a conferma di quanto sapevamo già, ne prendemmo un pacchetto ed il sapore era disgustoso. Sembrava di mangiare tè secco. In un’agenzia di viaggi prenotammo il nostro Tour nella Riserva nazionale dedicata all’eroe boliviano di fine ‘800 che combatté per la resistenza contro il Cile durante la guerra del Pacifico: Eduardo Abaroa.
La Bolivia era a sessanta chilometri e volevamo arrivare li, al Salar de Uyuni e fino a Sucre. Sentivamo l’odore di un paese remoto e diffidente. Ci trovavamo su un pullman pieno di giovani e ciò che ci colpì di più fu che nella violenza e la pericolosità dei luoghi dove eravamo, c’erano molte persone che viaggiavano da sole e per lo più donne.

Aspettammo pazientemente tre ore fermi di fronte alla sbarra che permetteva di proseguire sulla Ruta 27 che avrebbe portato alla frontiera. “El tempo no está bueno”, diceva il conducente. Raccontava un po’ di storia del luogo, intrecciandola con la sua e ovviamente era la storia drammatica dei figli di generazione di soprusi, di schiavismo, di gentrificazione e ricolonizzazione di questa parte del Cile, più volte ci rassicurò del fatto che era tutto vero e che lui, come molti di quella regione, aveva studiato ad Antofagasta e poi era tornato lì, che il richiamo era troppo forte.
La Ruta 27 era la strada che collegava la frontiera tra Cile e Bolivia e attraversava le Ande. Per percorrerla era necessario che fosse ben sgombra dalla neve e, dopo circa tre ore di attesa, la sbarra si alzò e iniziammo la salita. Arrivammo al passo Hito Cajón e, dal lato cileno, tutto ci sembrò in linea con un paese moderno, una struttura molto grande con uomini in divisa nera ospitava i pullman o le auto che transitavano controllando i passaporti di tutti meticolosamente, di contro la frontiera boliviana era né più né meno di una fatiscente e mal ridotta struttura che a noi sembrò un rifugio di montagna dismesso, dentro due poliziotti erano seduti su un banco tipo scolastico, facendo timbri e dando il benvenuto in Bolivia. Tutto qui.
Fu la prima volta che vedemmo la differenza netta tra i due paesi e ci sembrarono due società, due mondi divisi da poche centinaia di metri ma così distanti anche solo nel controllo passaporti. Lì conoscemmo il nostro autista che con un meraviglioso sorriso caricò le pesanti valigie sopra la jeep. Stava nevicando, era molto freddo. Ci accolse calorosamente parlando poco in inglese e noi poco spagnolo.
Spiegò che il percorso cominciava da Laguna Verde e lì iniziammo a vedere la magnificenza di queste zone, di questi colori e di questo silenzio, di questo sterminato silenzio, con il solo fischiare forte del vento che ci sembrava entrasse fin dentro le ossa. Proseguimmo fino alle Termas de Polquies dove, a una temperatura sotto zero, passammo dal gelo pungente al calore quasi irreale delle terme e di nuovo al freddo, mentre intorno a noi si innalzavano immense le montagne andine.

Ci fermammo per pranzo in un rifugio realizzando fin da subito di quanto la Bolivia fosse un paese alla disperata ricerca di turismo e che per far questo erano pronti ad accontentarli nella loro richieste di cliché. In un posto come le Termas de Polquies, lontani dal nostro mondo, ma non sperduti, nei rifugi vendevano coca-cola facendo contenti i vari gringos, ma non erano riusciti ancora a trovare una soluzione fognaria nei rifugi: la via d’uscita boliviana era un buco nel terreno dove finivano i liquidi organici.
Passammo per il Desierto de Dalì; nome curioso e lo chiesi alla nostra guida Kusi. “Quando vennero i conquistadores dissero che il paesaggio sembrava un quadro di Dalì”. Lo disse seriamente e non capimmo se ci stesse prendendo in giro, poi sghignazzò qualcosa e noi con lui. Salvador Dalì non ha mai visitato questi luoghi, non ha nemmeno mai messo piede in Bolivia da quello che si sa, i paesaggi da cartolina di questo posto ricordano effettivamente alcuni dei quadri del catalano. Ma Kusi probabilmente intendeva quando i nuovi conquistadores, i turisti di massa, sono venuti qui hanno fatto il paragone con Dalì. Formazioni rocciose isolate completamente tra di loro, aride, a quasi cinquemila metri di altitudine sferzate da un forte vento sembravano, nella loro drammatica solitudine, così surreali da poter essere dipinte su un quadro. Apparentemente eravamo le uniche forme di vita estranee a quest’unico e monotono desolante paesaggio.
Superati questi quadri, ci dirigemmo ai Geisers Sol de la mañana. Io continuavo incessantemente a pensare ai Fratelli Pizarro che per primi arrivarono in questi luoghi e a come devono averli trovati e allo stupore immenso nel vedere queste bocche infernali che sputavano aria calda “No acercarse a las fumaroles” dicevano cartelli ovunque. I cinquemila metri di altitudine premevano sulle nostre teste e completamente esausti arrivammo ad un rifugio dove passammo la notte. Donne andine, con volti ambrati e affaticati, ci diedero da mangiare quinoa secca e carne di lama incredibilmente stoppacciosa. Si raccomandarono di bere molto e che la testa si sarebbe abituata. Effettivamente andò così, ma il primo impatto con l’alta quota fu difficile soprattutto per la velocità tra le tappe. Ci chiedemmo se forse fosse stato meglio fare qualche step in più per far ambientare il fisico, ma i tempi militareschi dell’affitto delle auto non permettevano nessun cambio di organizzazione. Eravamo in un rifugio a cinquemila metri di altezza, abbracciati nel letto con fiato corto e mal di testa. In quei momenti pensavo che avremmo potuto essere ovunque e avremmo fatto l’amore o litigato, avremmo chiarito o chissà e pensavo a Joan Didion e che invece di un’isola nel Pacifico, noi ci trovavamo in Bolivia: siamo qui in mezzo alle Ande invece di divorziare.
Ci svegliammo di buon’ora per proseguire il viaggio. Il rifugio dove avevamo dormito era all’interno di un piccolo villaggio, quattro o cinque case, e capimmo che dove avevamo dormito non era altro che una vecchia abitazione di qualche contadino che piegatosi al dinero del turista aveva cambiato la destinazione della casa e quindi della sua vita, passando da contadino a oste in pochissimo tempo. Trovammo delle analogie con la drammatica situazione degli alloggi nelle città d’Europa. Quante sono le famiglie quechua che beneficiano del turismo? Il villaggio era attraversato da un piccolo ruscello e apprezzammo l’immobilità della situazione rotta solo qua e là da qualche lama o qualche animale che pasturava intorno. Poi c’erano solo il rumore dei nostri passi, lo scricchiolio sulla terra, il sole che già alto asciugava il freddo della notte e della mattina. Il fischio di Kusi ci richiamò alla macchina e ci incamminammo verso la Laguna Colorada.

Nel periodo passato in Sud America avevamo visto molta gente a piedi ai bordi delle strade, c’erano donne andine che con la schiena piena di legname, o alimenti, o bambini o tutte queste cose insieme, camminavano per non so quanti chilometri. Ogni tanto vedevamo qualcuno seduto su dei massi sul ciglio della strada che guardava lontano, si girava al rumore della macchina e ci seguiva con lo sguardo fino a che non fossimo andati via. Inespressivi. Chiesi a Kusi che cosa facessero quelle persone, abbozzò un sorriso, o a me sembrò tale, e disse “luchan por la vida”.
Il nostro viaggio in macchina durò circa due ore o forse di più, eravamo affascinati dall’abilità con cui gli Inca coltivavano ad alta quota. La capacità incredibile di creare degli appezzamenti di terra nei pendii più scoscesi e Kusi ci disse che se alcuni erano rimasti inutilizzati dai tempi degli Inca, altri erano invece lavorati tutt’ora. Era incredibile vedere queste immense montagne e improvvisamente un quadrato, o una forma geometrica che delimitava il campo di coltivazione. Ci accorgemmo che eravamo passati dalla situazione polverosa e desertica di San Pedro gradualmente verso le montagne, verso i colori, e fu un’esplosione incredibile quando verso il tramonto giungemmo alla Laguna Colorada. Eravamo scesi un po’, circa 4.200 metri però sentivo il fiato corto, come se l’aria non mi bastasse. Un vento molto freddo ci tagliava la faccia entrando nelle zone più impensabili del corpo, scalammo una piccola formazione rocciosa che ci avrebbe permesso di guardare la Laguna dall’alto: lo stupore fu immenso. Nella mia vita non ho mai più visto qualcosa di così armonioso e pacifico. C’erano altre persone, turisti, ma erano tutti così estasiati da quello che stavamo vedendo, così attoniti di fronte alla magnificenza del mondo in cui viviamo da restare a bocca chiusa. Complice il fatto che parlare stava diventando faticoso e il freddo non aiutava, ho vissuto questi momenti immerso nel silenzio. Di fronte a me, branchi di alpaca o lama erano tranquillamente seduti a bordo del lago nel quale stormi di fenicotteri di James aprivano le loro ali rosa e bevevano o mangiavano le alghe. L’acqua sembrava una colatura di colore rosso e poi verde, con sfumature bianche e poi di nuovo color rame. Ero seduto su una pietra e voltandomi vidi un ragazzo americano che apri un sorriso commosso e lessi sulle sue labbra congelate “outstanding”.
Più in basso c’erano dei fotografi che alternativamente si avvicinavano alla macchina fotografica montata su un treppiedi, guardavano e poi tornavano indietro alzano lo sguardo verso la Laguna, lo fecero due o tre volte di seguito. Stavano aspettando il momento per la foto perfetta, quel momento in cui il sole sarebbe diventato una palla di fuoco e avrebbe stagliato sulla Laguna una luce paradisiaca, armoniosa come un quadro di William Turner. Quando andammo via erano ancora li.
Tornai in macchina con il fiato corto, mi sforzai di bere e avevo le mani congelate e mentre riprendevo vigore sentivo che anche la mia anima si stava scongelando. Kusi sapeva che avevamo visto qualcosa di incredibile, sapeva che in macchina guardavamo nello specchietto retrovisore per raccogliere ogni goccia di quell’incredibile dipinto così perfetto e preciso; sapeva che in quel momento ci sentivamo amati dal mondo.

Arrivammo ad un altro rifugio completamente storditi dall’altitudine. Trovammo inglesi, irlandesi, qualche ragazza canadese. Giocavano a carte, qualcuno arrischiava anche la bevuta di alcolici. Ci chiedemmo come fosse possibile: noi non ci reggevamo in piedi. Kusi ci disse di sforzarci di bere acqua, di bere tanto. Ci offrirono delle foglie di coca che masticammo a fatica. Eravamo stesi sul letto mentre aspettavamo fosse pronto da mangiare. Il momento del pasto fu molto pesante, alzare la testa era diventato improvvisamente difficile, un signore californiano mi chiese qualcosa sulla situazione politica in Italia e onestamente non sapevo cosa dire, avevo la testa completamente offuscata dall’altitudine.
La cosa più incredibile era la capacità di Kusi di orientarsi nel buio. Come non sapevo di aver mai ascoltato il silenzio, nel nostro peregrinare in Sud America ho scoperto di non aver mai visto il buio. In ogni momento della nostra vita c’è sempre un rumore di sottofondo, un telefono che squilla, dei passi in lontananza, il rumore del frigorifero dentro casa o del ventilatore o dell’ascensore. Nel deserto di Atacama scoprimmo il silenzio, in Bolivia scoprimmo il buio. Kusi guidava verso una direzione che noi non comprendevamo, nell’altipiano non funzionava il GPS e lui non usava mappe di alcun tipo. Puntava dritto su un punto e lo seguiva ininterrottamente, quando scenderà la notte – pensavo – si orienterà con la luna e le stelle. Ma il pomeriggio che tornammo dalla Laguna, forse per via di una foschia, non sembravano esserci stelle e la luna era nella fase gibbosa calante e Kusi guidava nelle pianure dell’altipiano, poi improvvisamente sterzava cambiando direzione, in alcuni tratti invece frenava, si guardava intorno come fosse ad un grande incrocio, destra sinistra poi di nuovo destra, marcia in prima, e via. Noi ci lanciavamo sguardi a metà tra lo stupore e lo sbigottimento e qualcuno successivamente pensò che probabilmente a volte si fosse perso.
Io credo che Kusi abbia sempre seguito la strada giusta, che non si sia mai perso, che abbia sempre scelto la via corretta e mi sentivo come Euriloco che seppur scettico, mette nelle mani di Ulisse la sua vita perché il suo intento è quello di arrivare a Itaca, come il mio era quello di arrivare ad un rifugio. Quando ci stendemmo sentivamo la testa pulsare, il fiato corto, avevamo sete ma non la forza di bere, fame ma non la forza di mangiare. Ci addormentammo abbracciati guardandoci e con la velata paura che potesse succedere qualcosa mentre dormivamo. Non successe nulla, ovviamente, anzi il corpo si adattò senza problemi e prima dell’alba, andammo felici all’appuntamento con Kusi.
Era buio e l’alba, l’amanecer, l’Aurora con le dita rosse, l’avremmo vista nel Salar De Uyuni.

Una delle più grandi risorse al mondo di litio, una distesa ricoperta da una patina bianca di 10.582 km2. La grandezza del Salar è paragonabile a due volte il centro di una città come Venezia o a mille volte l’isola di Capri. Per attraversarlo in macchina ci vuole almeno una giornata intera senza soste.
Arrivammo che era ancora totalmente buio. Si vedeva un leggerissimo bagliore dietro i monti e c’era un freddo raggelante, era difficile rimanere fuori dall’auto. A poco a poco iniziammo a vedere la luce del sole che saliva saliva e illuminava tutto il nostro mondo e c’era una linea inizialmente sottile poi via via sempre più luminosa, e a me sembrò di vedere quella che Roberto Bolaño chiama l’arteria del mondo.
Mi voltai verso l’alba, sembrava che ci fosse qualcuno che comandasse il percorso del sole e che decidesse quando e quanto doveva comparire. Alzai gli occhi al cielo e vidi la perfetta divisione del mondo, la fine della notte e l’inizio della vita, il buio e la luce, Caino e Abele, Apollo e Nyx, Inti e Mama Quilla, dietro di me si spegnevano i residui di stelle offuscati dalla potenza incontrollata del Sole. Rimanemmo esterrefatti. Di tanto in tanto salivamo in macchina per riscaldarci poi il richiamo incontrollabile del sole ci invitava ad allontanarci dall’auto. Mi incamminai verso est, come ipnotizzato e sperimentai per qualche lunghissimo minuto tutto quello che avevo scoperto durante il viaggio: il silenzio, il buio, la solitudine, le distese enormi, il Sole davanti, la Notte dietro, la fine degli incubi e l’inizio di una nuova vita.
Il caldo irradiava e scaldava i nostri muscoli intorpiditi da freddo e sonno e mi sentivo così piccolo, come se fossi un ciglio di una palpebra o il polline di un fiore.

Mi ricordai del libro di Hemming La fine degli Incas e di quando spiegava come intorno al nostro 21 giugno iniziavano grandi festeggiamenti per il Dio Inti. Durante il solstizio d’inverno il sole e la terra si trovano ai punti di massima distanza e per circa tre giorni bisognava astenersi dal bere, mangiare e dai rapporti fisici; non si potevano accendere fuochi vivendo nella totale oscurità. Poi l’Imperatore e la sua famiglia si disponevano accovacciati ad aspettare l’alba e quando il sole sorgeva iniziavano canti, balli e banchetti per tutto il giorno seguendo il movimento del sole fino al tramonto.
Dopo qualche doverosa foto di rito sfruttando la prospettiva della landa piatta, arrivammo ad Incahuasi, “isola Casa dell’Inca”.
Un ex-isola su cui aveva proliferato una colonia di giganteschi cactus che puntano al sole. Lo stesso, ormai alto, ci scaldava tanto che potevamo stare senza berretti o guanti. Kusi ci preparò una colazione a base di te e gallette di riso e noi passammo la giornata così, nel Salar de Uyuni nell’unico posto al mondo dove mi sia sentito Icaro, così vicino al Sole da capirlo e condividere la gioia degli Inca, Inti che tutto vede e tutto ascolta.

La sera andammo a dormire in un hotel di sale; creato recentemente era una struttura moderna, niente a che vedere con i rifugi dove eravamo stati fino ad ora. Se da una parte avevamo bisogno di un confort maggiore, dall’altra ci provocò abbondante amarezza per la percezione dell’approssimarsi alla fine di tutto. La sera mangiammo in questa grande tavola con altri escursionisti e ci scambiammo opinioni e qualche storia, tutti molto stanchi.
Eravamo concentrati a guardare la famiglia che gestiva questo posto: una coppia andina con sorrisi smerigliati ed emozionati. Kusi aveva detto che gli era stata affidata da poco la gestione di quest’hotel ed erano particolarmente entusiasti; c’erano dei bambini eccitati e contenti di noi stranieri, nessuno parlava inglese e sembravano colpiti dal sentire una lingua diversa. Euforici e ossequiosi, ci accolsero come se fosse casa loro. Kusi spiegò successivamente che questi hotel sono generalmente fondi privati, per lo più spagnoli, che hanno enormi difficoltà a trovare personale adeguato qui nella riserva e quando venne proposto a questa famiglia, accettarono con entusiasmo; per loro era un cambio radicale di vita da contadini ad albergatori.
Dopo cena uscii ad osservare il cielo per l’ultima volta, camminai verso il buio e quando feci la strada per rientrare verso l’albergo guardai le finestre illuminate e sembrava come se le stesse fossero le uniche cose al mondo esposte allo sguardo dei pianeti, come se stessero giocando a dama con il cielo. Era pieno di stelle, di costellazioni che non sono mai riuscito a riconoscere, si vedeva l’atmosfera e la stessa parte di cosmo che stavamo osservando veniva guardata anche da altri, e la stessa aria che stavamo respirando era la stessa che avevano respirato qualche minuto prima in Cile o nel nord dell’Argentina o forse veniva dal Pacifico, dall’Isola di Pasqua, dalle Galapagos: era un’aria piena di sospiri.
Il giorno dopo partimmo per lasciare la riserva arrivando a Uyuni di buon’ora, tappa obbligata su un percorso in cui si ricongiungono i vari escursionisti. Uyuni, come San Pedro, è un porto, un viavai di persone; non una città ma un agglomerato di case creato inizialmente per scopi minerari, poi rimasto tale. È un punto di arrivo per i pullman e un punto di partenza in direzione di Sucre che da Uyuni dista circa tre ore di auto.
Kusi si offrì di accompagnarci e decidemmo di andare via subito per risparmiare una notte. Ci chiedemmo come facesse dopo aver guidato tutto il giorno e quelli precedenti ad affrontare altre tre ore al volante su strade impervie. Aspettavamo nella Jeep quando si creò un campanello di bambini intorno alla macchina. Sentivamo grida curiose e festose provenire da ogni parte della macchina, poi dei colpetti. Ero seduto davanti e all’improvviso un bambino si aggrappò al parabrezza, si tirò su e aprì la bocca ridendo e mostrando la sua dentatura completamente ingiallita. Scherzammo un po’, diedi loro qualche dolciume che c’era rimasto, qualche soldo fino a che non arrivò Kusi che urlò qualcosa e sparirono ridendo.
Più tardi in auto gli chiesi com’era la vita a Uyuni. Sorrise e disse solo “Dura, però io sono fortunato che lavoro con i turisti e riesco a mantenere mia moglie e i miei figli, è un buon lavoro.” Mi ricordai di queste parole e pensai a lui e alla sua famiglia durante la pandemia di Covid quando il turismo era completamente fermo e la Bolivia impiegò almeno due anni prima di tornare ai regimi a cui si era abituata. Ho pensato alla famiglia di Kusi, alla cassa integrazione che salva noi lavoratori e che loro non sapevano neanche cosa fosse.
Quando ci penso mi ritorna in mente il suo sorriso amaro, “luchar por la vida”. Prima di salutarci gli chiesi un contatto, una mail; gli scrissi più volte, non mi ha mai risposto. Sulla strada per Sucre mentre guardavamo le infinite montagne e l’enormità degli spazi io ripensavo ai denti gialli del ragazzino attaccato alla portiera, al suo sorriso, al cliché che i bambini del terzo mondo sono più felici perché non hanno conosciuto il capitalismo sfrenato: quelli di Uyuni sembravano rivestiti di una tristezza orribile, insopportabile. Guardare noi nelle nostre auto andare via, tornare alla nostra esasperante comodità e loro affrontare quello che sarebbe stato l’isolamento degli anni successivi, non avere più i turisti che regalano mance e caramelle e poi ritornare ancora e ancora a dover sorridere alle jeep che si fermano lì davanti alle case fatiscenti. Tristezza è una parola importante per definire Uyuni, sta alla base del tutto.
Per arrivare a Sucre la strada passava per Potosì e mi tornava in mente la frase che gli spagnoli usavano come sinonimo di ricchezza e bellezza: Vale un Potosì! Non avevamo tempo per fermarci in città, ne sarebbe valsa la pena ma l’unica cosa che vedemmo fu la periferia, una latrina schifosa dove provammo ad andare in bagno e un venditore di foglie di coca da cui Kusi si rifornì. Masticava per tutto il viaggio, ce ne offriva mentre lo riempivo di domande alle quali rispondeva senza troppi problemi. Poi crollammo stanchi morti sui sedili dell’auto. Avevamo prenotato quest’albergo in città e fu una grande soddisfazione: nulla da dire, Sucre era bellissima.

Dalla terrazza dell’albergo osservavamo i tetti spioventi e via via prendevamo consapevolezza che chi esporta le comodità occidentali, quelle di cui abbiamo bisogno quando andiamo all’estero, in Bolivia non era quasi mai del luogo ma, il più delle volte, straniero. Il proprietario dell’albergo era un signore olandese che a me ricordava il protagonista di un romanzo di Rodrigo Hasbún che aveva acquistato il palazzo, non snaturandolo nella sua originalità e cercando di adeguarsi alle tradizioni boliviane. Passeggiammo per Sucre per tutto il giorno, perdendoci nei suoi vicoli ripidi, nel suo mercato e ridendo con i bambini che fermi al semaforo facevano piccoli spettacoli con piroette per poi chiederci cantilenando “una moneda Señor, una moneda por favor”. In un museo scoprimmo un po’ di storia boliviana e ci dissero che l’allora presidente Evo Morales, socialista, aveva istituito il Capodanno Aymara il 21 giugno, il solstizio d’inverno, data che, per noi, aveva molto senso ma che in Bolivia aveva generato agitazioni tra i vari popoli indigeni. L’ ultima sera passeggiando per la città ci fermammo a comprare da un ambulante alcune tovaglie di fattura boliviana e ne approfittammo per scambiare qualche parola.
Aveva un sacco enorme, gigante, pieno di vettovaglie. Lo portava sulle spalle e quando mi disse che abitava in un paesino vicino Sucre, gli chiesi se avesse un mezzo e mi disse no, tutto a piedi. Durante tutto il viaggio non ci siamo mai abituati alla capacità di resistenza dei boliviani e nuovamente ne rimanemmo colpiti come anche dal bozzo sulla guancia che ci accorgemmo essere un’enorme palla di foglie di coca.
Il giorno dopo iniziammo la nostra strada per Santa Cruz, da lì passando via Miami tornammo a casa.
La Bolivia per molto tempo c’è rimasta dentro. La povertà, gli occhi languidi, i sorrisi sdentati: la vita umana è fatta di sofferenza, questa è la vera sostanza del mondo. Sono cose che toccano l’animo umano più duro. Eppure, siamo grati per aver visto cosa la natura è in grado di offrire in un luogo così difficile e il fatto che lo faccia nonostante maltrattiamo questo paradiso e chi lo vive è incredibile. Rispetto all’esperienza cubana, ci siamo resi conto in Bolivia di quanto il capitalismo sfrenato del mondo civilizzato sia a discapito di altri e quanto le parole di Evo Morales abbiamo un senso: il peggior nemico dell’umanità è il capitalismo […] Se il mondo intero non riconosce questa realtà, che gli stati nazionali non si occupano nemmeno in misura minima di provvedere a salute, istruzione e nutrimento, allora ogni giorno i più fondamentali diritti umani sono violati.
Passare del tempo in Bolivia come abbiamo fatto noi è troppo poco, ma può dare comunque un’infarinatura della sensazione di totale mancanza di fiducia verso il genere umano. Come se il progresso tecnologico fosse riservato a noi, solo a noi, a discapito dei più poveri e dei più deboli, a patto di tapparci le orecchie, per non sentire l’urlo di dolore dell’arteria del mondo.






