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L’alluvione zero, sessant’anni dopo

Claudia DellacasadiClaudia Dellacasa
4 Novembre 2026
in Naufragi
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L’alluvione zero, sessant’anni dopo

Prima di leggere L’alluvione di Firenze: 3-4 novembre 1966 (tab edizioni, 2026), non avevo mai pensato a un libro di saggistica che potesse farsi al tempo stesso raccolta di racconti, pièce teatrale e film seriale. Il tutto senza perdere in rigore scientifico, ma piuttosto guadagnando in termini di efficacia e capacità persuasiva. Qualità che il libro stesso individua come necessarie a una comunicazione preventiva del rischio idrogeologico in quanto atto politico, culturale e relazionale.

Ma andiamo per ordine.

Nella notte tra il 3 e il 4 novembre del 1966, l’Arno si prepara a dichiarare guerra al territorio toscano. Sono diversi i momenti di quella notte di piena che il libro evoca con i tratti incisivi della migliore tradizione narrativa breve. Ci sono i gioiellieri di Ponte Vecchio, gli unici avvisati per telefono del pericolo imminente, che arrivano con valigie da riempire mentre il pavimento trema e alle finestre bussano i tronchi trascinati dalla corrente. Ci sono i detenuti di Santa Teresa, che quando l’acqua supera i 4 metri di altezza vengono portati all’ultimo piano del carcere, riescono a scappare sui tetti e da lì si tuffano nella melma, aggrappandosi a tronchi d’albero che di nuovo si fanno simbolo di un insperato livellamento sociale. C’è Firenze al buio, con la luce saltata e la paura di uno scoppio imminente delle condutture del gas. San Giovanni di Dio al buio, San Salvi al buio, Montedomini al buio – con i pazienti, i ricoverati psichiatrici e gli anziani trasportati a spalla. E poi ci sono gli “angeli del fango”, le catene umane per mettere in salvo i crocifissi di legno, i giornali, gli affreschi, i manoscritti, i reperti archeologici. Gli aerei carichi di aiuti provenienti dalla Russia, che alla cultura italiana ha sempre guardato con ammirazione profonda. E c’è un’estate caldissima, quella appena passata, da cui ripensare a quei giorni di sessant’anni fa e vederli così nitidamente premonitori dei tanti altri eventi climatici estremi seguiti all’alluvione zero dell’Italia del dopoguerra – come fa Mario Scagnetti nello spin-off, intitolato Solo chi sta all’asciutto può permettersi di non crederci.

Sì, perché il libro ha uno spin-off, ma anche un trailer (Prima della piena, firmato da Laura Moudarres), una colonna sonora che va da Celentano a Greta Thunberg, passando per De André, Guccini e Sinatra, sei episodi e dei contenuti speciali, curati da Annalisa Maniscalco, in cui si rimanda a una nutrita bibliografia accademica e di testimonianze orali, a una sitografia, a materiale audiovisivo e a fonti normative e istituzionali – prima di passare ai titoli di coda. Insieme a quello di Firenze, nei suggerimenti di approfondimento e nella maggioranza dei capitoli (o episodi) del libro, ricorre il nome del Vajont. Parallelo imprescindibile per individuare i vuoti di sapere e i troppopieni di potere che hanno determinato entrambe le catastrofi.

E con l’apertura al Vajont, e grazie alla maestria affabulatoria di Francesco Niccolini, il libro acquisisce una veste ulteriore. Si fa sceneggiatura di un testo (La guerra dell’Arno) che non si stenterebbe a immaginare letto da Marco Paolini, come quel Racconto del Vajont che ha fatto la storia del teatro e della televisione italiana, su cui i due artisti hanno collaborato. Tra i due episodi a firma Niccolini – quello più incentrato sul disastro veneto e quello a focalizzazione toscana – anche un brano dall’andamento poetico: che cosa sono le nuvole. È in questo testo, dal titolo pasoliniano, che viene posta la domanda delle domande sulla predisposizione di Firenze alle alluvioni, ed emerge anche una risposta – breve, brutale, eppure l’unica possibile:

Cinquanta alluvioni in seicento anni.

Venticinque gravi, venti gravissime.

Sei disastrose, una per secolo.

Ma allora si sapeva?

Sì, eppure nessuno ricorda. (p. 56)

La questione del ricordare occupa un ruolo centrale nel libro, insieme a quella dell’informare e informarsi. Come è inevitabile e anche eticamente indispensabile fare in questi casi, vengono discusse a più riprese le responsabilità istituzionali e politiche della (mancata) previsione e gestione dei disastri, che non sono mai davvero “naturali”. Impariamo così che nel 1963 il ministro Fiorentino Sullo aveva proposto una legge urbanistica che «cercava di intervenire sulla rendita fondiaria e di rafforzare la capacità dello Stato di programmare lo sviluppo urbano» (p. 24). Ma l’opposizione fu violenta, tanto da portare il governo a ritirare una proposta che avrebbe potuto salvare il paesaggio italiano dallo scandalo urbanistico del secondo dopoguerra, dalla speculazione edilizia che Calvino aveva a suo modo denunciato in quegli stessi anni. Seguiamo poi Gianni Silei nella sua ricostruzione della lenta risposta normativa e tecnica alle emergenze, resa necessaria per la prima volta proprio dall’alluvione di Firenze, e poi dal terremoto del Belice e da quello dell’Irpinia in modo sempre più evidente. Legge n. 966 del 1970: primo quadro di norme sul soccorso e sull’assistenza alle popolazioni colpite da eventi “eccezionali”. 1982: creazione del ministero per il coordinamento della Protezione Civile. Legge n. 225 del 1992: istituzione del Servizio Nazionale della Protezione Civile. Decreto legge n. 112 del 1998: gestione della Protezione Civile condivisa tra Stato e amministrazioni locali, con un maggiore peso decisionale affidato agli enti territoriali. Salto al 2024: messa in atto dell’IT-Alert, il primo sistema italiano di allarme pubblico basato sulla tecnologia cell broadcast, capace di comunicare un pericolo a tutti i telefoni cellulari presenti in una determinata area geografica.

Ma, come si diceva, il libro compie un passo ulteriore, altrettanto necessario rispetto all’individuazione delle mancanze e delle evoluzioni strutturali di ieri e di oggi. Una particolare attenzione è infatti rivolta alla responsabilità come fatto anche collettivo. Se da un lato si invita a interpretare il rischio come sistemico e continuo, piuttosto che episodico, da gestire come uno strumento alla base della pianificazione e dell’innovazione, dall’altro lato si sottolinea l’importanza di un controllo democratico costante della gestione del territorio, al di fuori di una logica esclusivamente emergenziale. Il ruolo dei radioamatori in quel giorno di sessant’anni fa, che all’interruzione delle principali infrastrutture comunicative reagirono garantendo alla città collegamenti di emergenza, mette in luce la necessità di un’azione coordinata dal basso, reticolare e policentrica. E il senso di una gestione del territorio alternativa e collettiva ha molto a che fare anche con una rinnovata comunicazione del rischio – durante gli eventi estremi, sì, ma forse soprattutto dopo:

Vale la pena di ribaltare la prospettiva e considerare la comunicazione del dopo-disastro come la prima fase, silenziosa e meno appariscente, della prevenzione del disastro successivo: la memoria collettiva di ciò che è accaduto, se coltivata con cura attraverso anniversari, archivi, testimonianze e racconti pubblici, resta probabilmente lo strumento preventivo più potente ed economico a disposizione di qualunque comunità esposta al richio. (p. 118)

Non servono molte altre parole per comprendere la rilevanza di un’operazione editoriale come quella di tab edizioni, che con la collana Il giorno prima (di cui questo volume fa parte) mira a dare spazio a singoli eventi storici che hanno fatto da spartiacque nello sviluppo di una coscienza collettiva. In contesti diversi, come quello dell’intelligenza artificiale, stiamo vivendo oggi dinamiche parallele, in cui una legislazione lenta e farraginosa stenta ad arginare un’alluvione tecnologica di portata incontrollabile. L’esempio della risposta popolare a quell’altra alluvione che, fuor di metafora, sconvolse Firenze, l’Italia e forse il mondo intero, ha dunque ancora qualcosa da insegnarci.


[L’immagine in copertina è di Piazzale degli Uffizi dopo l’alluvione del 1966, fotografata da Joseph Blaustein – https://florence-flood.com/color-photographs.html]


Aa. Vv., L’alluvione di Firenze: 3-4 novembre 1966, Roma, tab edizioni 2026, € 15, 168 pp.

Tags: alluvioneclimaemergenzaFirenzerischiosaggistica italianatab edizioniteatro
Claudia Dellacasa

Claudia Dellacasa

Nata a Roma, ha ottenuto un dottorato a Durham con un progetto sull'influenza della cultura giapponese sulle opere tarde di Italo Calvino. Ha poi insegnato e fatto ricerca in ambito ecocritico a Tübingen, Augsburg e Dublino. Ora continua a intrecciare foglie e parole all'università di Glasgow.

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