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Immotivate estasi: L’era dell’Acquario di Fabio Bacà

Claudio BagnascodiClaudio Bagnasco
16 Gennaio 2026
in Letterature
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Immotivate estasi: L’era dell’Acquario di Fabio Bacà

Il prologo de L’era dell’Acquario, terzo romanzo scritto da Fabio Bacà (dopo Benevolenza cosmica e Nova) e pubblicato da Adelphi nel settembre del 2025, ha le atmosfere di un noir: dopo una valanga, un cane fiuta una giovane coppia sepolta sotto la neve. Il padrone del cane disseppellisce prima il cadavere della donna, completamente nuda; l’uomo, a una ventina di metri da lei, ha «un ramo spezzato del diametro di due dita» (p. 24) che spunta dall’orbita dell’occhio destro; eppure dopo pochi istanti aprirà l’occhio sinistro. L’uomo non solo non è morto, ma si sarebbe risvegliato dal coma profondo il 26 luglio del 1980, diciannove settimane dopo il ritrovamento.

Il padrone del cane riconosce la coppia: l’aveva vista qualche mese prima, e in quell’occasione la donna teneva in braccio una bambina di pochi mesi, evidentemente la loro figlia.

Ritroviamo quella bambina adulta. È una splendida donna con vaghi pensieri suicidari e periodiche «ablazioni di piccole parti di spazio-tempo dalla memoria» (p. 34), dimostra una decina di anni in meno dei suoi trentotto e ha scelto il criptonimo di Chloe Lusher per fuggire a un passato che continua a traumatizzarla, e dal quale – nella sua interpretazione della realtà – il padre Walter vorrebbe eliminarla, dopo aver ucciso sua madre e sua nonna.

Il mestiere di Chloe, seguitissima (e di conseguenza ricchissima) sex influencer su OnlyFans, oltre che un modo curioso di nascondersi dal padre, giustifica il titolo dell’opera: L’era dell’Acquario non è più quella vagheggiata dal movimento hippy, bensì l’epoca presente, governata dall’uso eccessivo e distorto dei social, in cui siamo tutti immersi senza una precisa direzione. E lo sono soprattutto Chloe e le sue colleghe, che si guadagnano da vivere ostentando il proprio corpo per diverse ore al giorno, a beneficio di voyeur disposti a pagare somme anche ingenti. Le sex influencer de L’era dell’Acquario sono ragazze colte, determinate, spiritose, che trascorrono il proprio tempo libero scialacquando denaro nei migliori locali di Milano e perdendosi in interminabili chiacchiere su argomenti frivoli.

Ciò permette a Bacà di esibire, in dialoghi che prendono anche diverse pagine, le sue indubbie qualità stilistiche. Sono scambi nei quali una certa erudizione è al servizio di discorsi fatui o ingenuamente grandiosi, e per lo più autoriferiti. Come quando la collega Claudia, figlia di un analista junghiano e di un’antropologa, racconta al telefono a Chloe di avere iniziato una relazione con un testimone di Geova:

«“Mi ha detto di chiamarsi José. Mi sono seduta accanto a lui. Avevo un bel vestitino corto e strizza tette, ma lui è stato bravissimo e mi ha guardato negli occhi per almeno metà del tempo”.
“Che giornata memorabile per il nostro José. Abbordato dalla turista più bella del Messico, in sandali gioiello René Caovilla e abitino di Hermès, che si siede accanto a lui e gli chiede conforto”.
“A dire il vero indossavo delle semplici Havaianas da quattrocento pesos”.
“E poi? Come ha fatto il nostro ragazzone in camicia candida a convincerti che il senso della vita si sarebbe manifestato nel tuo cuore a patto che lo aprissi a Geova… o come lo chiamano da quelle parti?”
“Jehovah. Con la classica J spagnola. Una fricativa postalveolare sorda”.
“Cosa?”
“Niente, cercavo di dare un senso al mio trenta e lode in fonetica di qualche anno fa”» (p. 82).

A un certo punto Chloe, convinta che due persone assoldate da suo padre la stiano inseguendo per ucciderla, fugge, e da Milano raggiunge Bassano del Grappa, dove vive suo fratello Paolo assieme al figlio Samuele, un diciassettenne diplegico, bello come la zia, e che come lei (anzi, ben più concretamente) sta meditando di suicidarsi.

In realtà Chloe ha interrotto da anni ogni rapporto con il fratello: li divide un’opinione assai differente sulla natura del loro padre Walter. Eppure il legame tra i due è in qualche modo solido: se è a casa di Paolo che Chloe cerca istintivamente rifugio, Paolo ha chiamato il figlio come la sorella, il cui vero nome – scopriamo – è Samuela.

Nelle pagine conclusive dell’opera i due fratelli, assieme a Samuele e a una sua amica, Benedetta, partono in direzione di Lugano, al capezzale del padre morente.

L’era dell’Acquario si apre e si chiude con questa misteriosa figura, di cui non si saprà mai la verità: ha avuto davvero l’esperienza di premorte che poi avrebbe narrato in un libro intitolato Il frontaliere? È stato solo e soltanto un donnaiolo impenitente, come crede Paolo, o ha ucciso la propria moglie e avrebbe voluto fare lo stesso con la figlia?

Fabio Bacà non fornisce risposte né indizi, a sottolineare come una verità univoca sia al di fuori della pertinenza umana; ma pure a suggerire che ogni vita è un affannoso tentativo di dare senso alla propria presunzione di verità, ossia alla propria personale interpretazione delle cose del mondo. Ed è una posizione che in un certo senso avvalora ulteriormente il titolo del romanzo: siamo tutti dentro un gigantesco acquario in cui siamo costretti a dimenarci. È, il nostro, un fittissimo intersecarsi di azioni e reazioni che seguono traiettorie di senso individuali, ma che osservate dall’esterno (come fanno appunto gli spettatori di un acquario, e come fanno i lettori di questo libro) sono uno spettacolo puramente estetico, che non produce alcun senso complessivo.

E così abbiamo citato un limite del romanzo, che è, se vogliamo, un’esasperazione di una virtù, ossia la vivacità della scrittura di Bacà.

Tutti, ma proprio tutti, i personaggi de L’era dell’Acquario parlano sfoggiando ossessivamente la propria cultura e intelligenza, con un uso pressoché incessante dell’ironia (anche in ragionamenti o battute dialogiche su argomenti tutto fuorché leggeri), rischiando così di apparire come un unico metapersonaggio compiaciuto, blasé e in fondo nemmeno troppo simpatico.

In più di un’intervista Fabio Bacà si è giustificato dicendo che, proprio per mantenere un elevato livello stilistico anche nelle parti mimetiche, preferisce dare voce a persone di buoni studi e spiccata loquacità.

Benissimo. Tuttavia è davvero arduo, per prendere un esempio, non restare perplessi davanti alla lista scritta da Samuele e contenente le «possibili modalità di auto-eliminazione riflettendo su vantaggi e svantaggi di ogni singola opzione» (p. 221). Lista attraversata da un’ironia che, davvero innaturale se appartenente allo stesso Samuele, risulta quanto meno stridente se proviene dall’autore. Si prenda solo il primo punto della lista: «1. Sfracellarsi al suolo da un’altezza considerevole, tipo la Torre Civica; anche se all’estasi di qualche secondo di volo libero su sfondo di panorama mozzafiato (e al vantaggio della morte istantanea) si opponeva l’invalicabile barriera architettonica dei 213 gradini necessari per arrivare in cima, oltre al rischio di piombare addosso a qualche poveraccio che passeggiava per via Garibaldi» (ibid.).

La sensazione è che la verve retorica di Bacà tenda a prendere il sopravvento sulla vicenda, che a lettura ultimata appare quasi un pretesto per liberare questa attitudine all’affabulazione, che pare possesso comune di tutti i personaggi della storia, quasi fossero altrettanti alter ego dell’autore. Se si può restare ammirati di fronte a più di una trovata arguta, non mancano dubbi su alcuni momenti anche fondamentali della storia. Non basta, ad esempio, che nell’aletta sia scomodata La lettera rubata di Edgar Allan Poe per convincerci che il modo migliore per non farsi trovare dal padre sia la scelta di Chloe di diventare una delle donne più cliccate di OnlyFans. Così come l’idea che innerva la vicenda, cioè l’interpretabilità del reale, potrebbe essere un espediente per lasciare irrisolta la vicenda di Walter.

Ecco allora che pure il confronto del lettore con L’era dell’Acquario somiglia a una mera esperienza estetica, in cui è molto più facile riconoscere il talento dell’autore che non rinvenire il senso complessivo dell’opera.


Fabio Bacà, L’era dell’Acquario, Adelphi, Milano 2025, 357 pp. 20,00€

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Tags: affabulazioneBacàesteticaL'era dell'Acquarioromanzo
Claudio Bagnasco

Claudio Bagnasco

Claudio Bagnasco (Genova 1975) è autore e curatore di volumi di narrativa e saggistica. Il suo primo libro, un romanzo, si intitola "Silvia che seppellisce i morti" (Il Maestrale 2010); l’ultimo, una biografia scomposta, "Fare il possibile"(TerraRossa 2025). Corre, gioca a go, invecchia.

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