L’immagine di copertina de Gli antropologi (Feltrinelli Gramma) è bella, ma non ha senso: prima che leggessi questo libro, un’amica aveva chiarito. Non si tratta di una storia d’amore, si era giustificata. Adesso, in un certo senso, comprendo. È vero, non si parla dell’innamoramento, dei primi appuntamenti o dell’incertezza di poter essere ricambiati. Non leggiamo di scene appassionate, o dello struggimento dell’amore. Però ci sono tutti gli ingredienti della vita quotidiana, c’è molta tenerezza, ci sono tantissimi «noi» e sono profondamente convinta che questa sia, prima di tutto, una storia di una coppia che cerca di mettere radici nei luoghi.
Asya e Manu, i protagonisti del romanzo, sono due expat trentenni che conducono una vita agiata ma senza eccessi in una città metropolitana. Lei lavora come documentarista, lui nel no-profit. L’autrice, la cosmopolita scrittrice turca Ayşegül Savaş, non ci dice esplicitamente da dove provengano, ma sappiamo bene dove si stanno dirigendo: l’obiettivo è diventare adulti, «farsi una vita» (p. 13). E per farlo, il primo passo fondamentale consiste nel diventare proprietari di un appartamento.
La leggerissima struttura della trama si sviluppa così intorno alla ricerca di una casa che possa finalmente fare sentire Asya e Manu meno stranieri in città. Tutto il processo, e il libro stesso, ruotano intorno al capire esattamente quali siano quei rituali che imprimono carattere all’esistenza, quei dettagli che potrebbero davvero parlare di loro come coppia, comunicare agli altri che sono «persone con quadri veri alle pareti» (p. 13). Sono una coppia da piccolo appartamento in zona centrale? Da campagna? Da periferia riqualificata?
Questa ricerca dei propri punti fissi, di una stabilità che s’incarna in un immobile, ma anche in semplici oggetti di uso quotidiano, sembra riaffacciarsi anche in altri racconti contemporanei nei quali la vita di coppia è la vera protagonista – mi riferisco ad esempio a Gli straordinari di Edoardo Vitale (Mondadori) e a La polvere che respiri era una casa di Eleonora Daniel (Bollati Boringhieri). In entrambi questi libri così come ne Gli antropologi di Savaş, la dimensione della coppia prevale su tutto il resto, con effetti diversi nei tre casi. Mentre nel romanzo di Daniel, la coppia si sta sgretolando dopo essersi costruita un rifugio perfetto, di design, dotato di ogni confort, i Nico ed Elsa di Edoardo Vitale sono quella che definirei una power couple, ossessionata dal mito della performance lavorativa e dalle app di meditazione, ma che comunque si mantiene salda come unico baluardo rimasto contro il mondo esterno che pretende di assorbirli completamente.
Anche il rapporto di Asya e Manu, benché spogliato dall’autrice di ogni tipo di sentimentalismo o intento celebrativo, emerge come una relazione che oltrepassa le regole imposte, gli schemi della produttività e delle tradizioni delle famiglie d’origine che spesso li fanno sentire sbandati perché hanno scelto una strada diversa dalla loro, quella dell’autonomia e della vita all’estero.
«[…] ci sentiamo così estranei agli stranieri – perché infrangiamo di continuo le regole che ci siamo dati. Ci vediamo per bere qualcosa e poi restiamo al bar tutta la notte. Decidiamo di andare a una mostra e poi finiamo per passare tutto il giorno in casa. Non abbiamo nessun passatempo, solo idee da palleggiarci.» (p. 24, 25)
La narrazione ruota poi intorno ad altri perni: gli incontri con gli amici (il misterioso Ravi, la nativa Lena, l’anziana vicina di casa Tereza), le telefonate o le sporadiche ma intense visite delle rispettive famiglie, e il progetto di documentario di Asya, una serie di riprese e interviste spontanee al parco che rievocano lo stile della regista francese Agnès Varda.
«Mi siedo sempre qui, in cima alla collina. Vedo il lago, la giostra e i cancelli. La fermata della metro, se guardo più in là. Il medico mi ha detto di guardare lontano, mi fa bene agli occhi, ho sempre gli occhi stanchi. Non ho un balcone, a casa, e non c’è niente da vedere dalla finestra, solo il palazzo di fronte. Gli occhi non hanno spazio per vagare. Ho sempre voluto abitare in campagna ma non è mai successo.» (p. 41, 42)
Quello di Ayşegül Savaş è un tipo di testo che non definirei un romanzo nel senso più convenzionale del termine. Non è diviso in capitoli veri e propri ma è costituito da frammenti, ciascuno con il proprio titolo – «lingua madre», «identità future», «modi di vivere» –, ciascuno delimitato dalla linea del presente che continua a fluire. Gli antropologi assomiglia alla vita vera, trasmessa in una forma che potrebbe essere percepita come una raccolta di note o appunti su un diario che ricordano la scrittura sociologica di Annie Ernaux de Gli anni (L’Orma editore) e lo stile asciutto che Deborah Levy adotta nella sua Autobiografia in movimento (NN editore). I piccoli momenti del quotidiano – girovagare per i mercatini delle pulci la domenica, organizzare un pranzo a casa, starsene in un bar a parlare del nulla – sono incastonati su una linea del tempo che trascende l’esperienza individuale della protagonista perché sono semplicemente gesti comuni e condivisibili, che fanno parte del nostro stare al mondo oggi.
Come tutti i testi all’apparenza scorrevoli, Gli antropologi è un libro in verità più complicato di quanto non sembri, e anche Asya ne è ben consapevole: il suo stesso tentativo di filmare la vita com’è, risulta incomprensibile ai suoi parenti, in primis a sua nonna, o di difficile realizzazione.
«La vita quotidiana, dico, è una storia difficile da raccontare. Lascia perdere la vita quotidiana, dice la nonna. Non interessa a nessuno.» (p. 20)
Per chi andrà oltre una prima lettura veloce, questo libro risuonerà a lungo dentro come un delicato osservatorio sulla vita, un percorso fatto di scelte individuali e, ciononostante, anche inevitabilmente mediate dalla cultura di appartenenza, incanalate dalle strutture della società. Anche se è Asya ad aver completato i suoi studi in antropologia, gli antropologi che Savaş rievoca nel titolo del libro potrebbero essere entrambi, gli stessi protagonisti che, forse proprio in virtù del loro sentirsi eterni stranieri in città, sono in grado di vedersi dall’esterno. Asya e Manu sono allo stesso tempo soggetti e oggetti, acuti analisti del loro bisogno di attaccamento ai luoghi che fluttua tra relazioni umane più o meno significative, abitudini vecchie e nuove, alla sensazione di stare continuamente sprecando occasioni preziose.
«Ho l’impressione di perdere tempo, che dovremmo sbrigarci e combinare qualcosa, anche se non abbiamo niente in programma per il resto della giornata.» (p. 121)
Per riprendere Annie Ernaux e ritornare a uno degli argomenti principali del libro, se è vero che «la vita dopo la maturità è una scala in salita che si perde nella nebbia» (p. 70, Gli anni, L’Orma editore), nel testo di Savaş il diventare adulti è concepibile soprattutto nell’unità della coppia. Asya e Manu, pur non condividendo la stessa lingua madre, formano un micro nucleo compatto in cui non si sentono mai strani, ma diventano anzi «patria l’uno per l’altra» (p. 34), si comprendono nella loro diversità pur affrontando il senso di colpa nei confronti delle famiglie lontane, in un’estenuante ricerca di rituali d’appartenenza.

Ayşegül Savaş, Gli antropologi (traduzione italiana di Gioia Guerzoni), Feltrinelli Gramma, 2025, 176 pp., € 18,00.







