La Balena Bianca
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
La Balena Bianca
No Result
View All Result
Home Letterature

Il ciclismo autentico di Gianni Brera

Alessandro FabidiAlessandro Fabi
24 Ottobre 2025
in Letterature
0
Il ciclismo autentico di Gianni Brera

Si deve a Umberto Eco – e a un suo giudizio decisamente tranchant – l’aneddoto più conosciuto sul Gianni Brera romanziere: restio a estendere la cerchia dei narratori a chiunque provenisse da ambiti “altri” e ritenuti meno nobili, il Professore invitava i mestieranti dello sport – “Arcimatto” compreso – a rinunciare alle proprie velleità letterarie. Non bastassero l’acclamazione popolare e le molte investiture provenienti dall’universo giornalistico (si pensi al debito riconosciuto a Brera dall’erede designato Gianni Mura, dal sedicente discepolo Federico Buffa e dal sempre fine Gianni Clerici, che da Brera era stato assunto per la «Gazzetta»), e accantonando per necessità la questione della dignità letteraria della produzione breriana (su cui si spesero Garboli, Sereni e Bianciardi), è impossibile non fare i conti con l’effettivo pregio del Brera prosatore, riscontrabile non solo – come è ovvio – negli articoli, ma soprattutto nel mai abbastanza ricordato Coppi e il diavolo. Se di romanzo in senso canonico era e resta a tutt’oggi difficile parlare, si potrà notare come l’autore fosse riuscito a raccontare la vicenda del Campionissimo – malaria e Dama Bianca comprese – sforzandosi di ingabbiare le proprie passioni sportive entro il recinto di una fabula e trovando un apposito flusso per la propria voce.

Un pregio del recente Sul ciclismo (Il Saggiatore 2025), agile volumetto di poco più di cento pagine, risiede nell’aver riproposto proprio questa sfaccettatura di Brera, molto lontana dal calcio e forse, proprio per ciò, più genuina. Quanto alle modalità del servizio reso al reporter, agli anonimi curatori potrà essere rivolto qualche appunto attraverso il provvisorio ricorso alle nozioni tecniche di “frammento” (che qui equivale a “citazione”) e “tradizione indiretta” (ovvero l’uso di fonti secondarie): il libro riunisce pagine di un Brera già epitomato, lacerti tratti sì da articoli e romanzi, ma a loro volta di seconda mano in quanto già inclusi – lo si apprende dalle Fonti a p. 115 – in antologie quali Principe della zolla (anch’essa edita da Il Saggiatore nel 2015, per le cure di Gianni Mura) e L’Anticavallo (Book Time, 2012), nonché  dal già menzionato Coppi e il diavolo (per cui si è adottata l’edizione pubblicata da Book Time nel 2009). Vi sono allora alcuni punti da chiarire, di cui si prova qui a fornire una sintesi: 1) quali articoli citava o riproduceva, a sua volta, il fedelissimo Mura? Non che l’assenza di indicazioni del numero di pagina o della data del singolo quotidiano condizioni irrimediabilmente il lettore, ma non è escluso che possa trattarsi di informazioni di un qualche interesse; 2) Qual è stato il criterio di selezione per il presente volume? Si è trattato di spoglio parziale o si è passato in rassegna tutto Brera?; 3) Perché si è reso necessario il ricorso a una seconda edizione del libro su Coppi, in origine del 1981?; 4) Secondo quale logica si è scelto di alternare brani piuttosto lunghi a brevissimi periodi decontestualizzati e dal sapore aforistico? Su tutto, certo, si può sorvolare, ma al prezzo di tralasciare passaggi o riferimenti talvolta non di poco conto.

Nella raccolta, organizzata in sezioni, si ritrova l’essenza di un ciclismo autentico, universale e non soltanto ancorato a tempi che furono. Il discorso prende avvio da una serie di riflessioni su cosa significasse, agli occhi di un bambino nato tra le due guerre, possedere una bicicletta: fu per molti un nuovo status symbol, balocco agognato e sogno di libertà. Così, da subito, il piccolo Brera si sentì paladino di una neonata «cavalleria dei poveri», i cui mezzi (qui, naturalmente, «velocipedi» o «cavalli d’acciaio») vengono ora equiparati a delle Alfa Romeo per ciò che all’epoca rappresentavano in termini di lusso, ora a «ferrati palafreni del tempo eroico» grazie ai quali, «affrancati dalla zappa e dal tornio, abbiamo pedalato anche noi con entusiasmo pari alla fame». È dunque naturale conseguenza di una simile folgorazione che l’autore, già da giovanissimo, frequenti il Ciclodromo di Milano, riuscendo a intrufolarvisi con pretesti sempre diversi, e possa fornire ai lettori puntuali ricostruzioni (talvolta, davvero, “manzoniane”) del complesso viario e paesaggistico che collegava le terre comprese tra Codogno e Milano. Dell’invenzione, ritenuta rivoluzionaria e degna di un Leonardo, è elogiato ogni singolo dettaglio, dall’impareggiabile pathos delle gare fino ai benefici in termini di salute, al pari della sua natura inevitabilmente “democratica” e accessibile a chiunque. Ma è sui corridori, protagonisti di aristìe dal valore paradigmatico, che si ha il meglio del lascito breriano. Tra il tifo mai nascosto per Gimondi (che «ripete in grifagna baldanza il profilo di Toro Seduto») e la rassegnazione dinnanzi al cannibalismo di Merckx («sintesi amara e spietata della corsa più bella del mondo», «fiammingo dal nome simile a una imprecazione rabbiosa» ma anche dotato di «due gambe alle quali si addice un solo attributo: terribili»), emerge con fierezza Roger De Vlaeminck, l’altro grande belga oltre a Van Looy e allo stesso Merckx. Alfredo Binda, appartenente a un’era più lontana, è rappresentato nelle meno celebri vesti di allenatore, uomo del popolo cui sono attribuite massime sapienziali come «importano soprattutto i garòni (le cosce)»; vengono quindi nobilitate le carriere di Antonio “Toni” Bevilacqua, grande pistard e campione alla Roubaix, Arnaldo Pambianco, vincitore al Giro d’Italia del 1961, e Luigi “Luison” Ganna, vincitore del primo Giro nel 1909 e non parente – ma solo più o meno conterraneo – del cronoman Filippo, oggi pilastro della nazionale italiana. E ancora, si dedica spazio a grandi come Gastone Nencini e a colossi come Fiorenzo Magni, come anche a Francesco “Cecchin” Moser. Tra gli altri stranieri – posto un certo evidente nazionalismo del Brera supporter – c’è spazio per un elogio dello svizzero Ferdi Kübler, per digressioni ironiche sulla vicenda dello spagnolo – poi naturalizzato francese – Jesus Mujica e sull’eterno René Vietto, più di trenta volte maglia gialla ma mai vincitore di un Tour de France.

Brillano di luce propria le pagine dedicate ai gregari («in Francia, un po’ spregiosamente, les valets, i servi»), figure che si materializzano in processione come immagini vivide ed esemplari: in due occasioni si racconta del monzese Salvatore Crippa, uomo di Bartali, che dal capitano ricevette l’ordine di riempirgli d’acqua una borraccia e raggiunse Ginettaccio – ma con borraccia piena fino all’orlo – solo a fine tappa e in albergo; si affronta la tragedia di Juan Manuel Santisteban, spagnolo rovinosamente caduto e morto al Giro del ’76 e si empatizza (ma è un dramma collocato su un altro livello, tipico del gregariato) con «il tozzo Jean Diederich», in fuga per ottanta chilometri e poi ripreso dal gruppo. Si sottolinea infine il ruolo essenziale di scudieri senza blasone come Antonio Ausenda, tanto felice per la maglia gialla di Magni che quest’ultimo pareva quasi volergliela cedere, del «ciondolone» Simone Fraccaro, che non si credeva «al mondo per miracol mostrare» e fu comunque capace di vincere qualche tappa, o del prealpino Wladimiro Panizza, «piccolo e tosto», che saltellava sui pedali «come un camoscio».

Bartali e Coppi, signori della disciplina e risorse imprescindibili per il Brera articolista, risultano talmente “fuori categoria” che si è reso necessario ragionarne a parte: non è un caso che il libro contenga due capitoli intitolati rispettivamente Bartali, l’acquasanta e Coppi, il diavolo (con lieve ma evidente emendazione), per effetto di una disposizione delle vicende secondo un criterio anagrafico e caratterizzata da una sproporzione tutta a vantaggio di Coppi. Del Campionissimo ci si sofferma lungamente sulla fisicità, propria di «un airone giovane e triste» con «sterno da uccello» e «gambe spropositate»: predestinato fin dalle origini, poté grazie alla bicicletta spiccare il volo fino a diventare principe acclamato. Brera ne celebra la fama pienamente meritata, il palmarès via via sempre più imponente (il record dell’ora è impresa esaltante forse più della conquista delle grandi corse a tappe) e soprattutto il ruolo divisivo in termini di opinione pubblica: l’atleta (e Brera al suo fianco) sembrò quasi voler sfidare il bigottismo di un paese ancora legato alla Sacra Rota, che avrebbe preferito il Coppi “leopardiano” degli esordi e paradossalmente non avrebbe tardato, alla sua morte, a beatificarlo (e Brera, che sembra qui alludere al motivo del «muor giovane colui ch’al cielo è caro», si lascia andare a una sorta di formularità, ripetendo che di fronte alla fragilità del grande Fausto, in più frangenti di nuovo umano tra gli umani, «la tua presunzione non se ne adonta»). Come controparte, Bartali non può essere da meno, ponendosi naturalmente agli antipodi: va detto che il volume permette di sorvolare sui due episodi ad oggi predominanti e forse riduttivi rispetto alla statura del personaggio, ovvero il voto per la monarchia al referendum del ’46 e il soccorso prestato alla famiglia di ebrei. Si dipinge il ritratto di un uomo in grado di farsi ricevere dal papa in maniche di camicia e di distrarre gli italiani nel giorno dell’assassinio di Togliatti, di un mangiatore vorace e di un capitano severo che fu amato nonostante Coppi. Tra le imprese sportive, spicca il dato del Giro vinto a dieci anni di distanza (tra 1936 e 1946), così come accadde per il Tour (1938 e 1948): è una carriera straordinaria e di fatto uno dei più grandi what if della storia dello sport, il cui impedimento fu rappresentato – oltre che dall’ascesa di Coppi – dallo scoppio della seconda guerra mondiale (e nel 1953, trentanovenne, Bartali arrivava ancora quarto al Giro).

Non è tutto: proprio a cavallo tra queste sezioni si ha il piacere di leggere una magistrale descrizione del celebre massaggiatore Biagio Cavanna, per tutti “il cieco”, che è opportuno riproporre per intero:

«Lo si vedeva per Novi, faccia sgherra, fra il gangster e il capitano di ventura. Ha seguito Girardengo e poi Guerra. Dice che fu con Pollastri, l’ammazzaguardie. Ora nasconde gli occhi e a guardarlo si trema. Poiché non vede, il suo cervello pensa. Del ciclismo sa tutto, anche i delitti. Fa scuola a casa, come un antico maestro d’armi. Chi vuole correre gli si presenta e lui con le dita capisce se è matto o se ha ragione. Ma prima di passargli le mani vuol sentire. Chi è, dove è nato, che cosa fa suo padre, che cosa fa lui? Contadini e muratori, quelli li accetta sempre. Impiegati, commessi, bulletti della domenica, non li tasta nemmeno».

Altri elementi meritevoli di attenzione sono, rispetto a Brera, alcuni topoi ricorrenti, come il generale attaccamento al nord Italia, per rivendicare il quale ogni occasione è buona, e il conseguente utilizzo di dialettismi di area lombarda; c’è poi, ma qui solo occasionalmente, qualche elogio dei piaceri della tavola, mentre abbondano soprannomi e nozioni di carattere storico-letterario. Quanto al libro in sé, va rilevato come i titoli dei singoli capitoli siano riconducibili a motivi molto noti, quando non a canzoni: oltre al già citato ricorso all’espressione “il diavolo e l’acquasanta”, va ricordata la sezione Quando si correva per rabbia o per amore, che ci rimanda direttamente a Il bandito e il campione di De Gregori, ode a Girardengo che precedette di appena un anno il vecchio Alex di Enrico Brizzi; c’è poi il titolo Una vita da gregario, palese riuso del nesso che Luciano Ligabue utilizzò per esaltare la figura del mediano, Lele Oriali su tutti.

Benché passibile di qualche osservazione, l’opera è senza dubbio utile per chi intenda accostarsi per la prima volta a un peso massimo della letteratura italiana, la cui appartenenza al giornalismo non deve – o non dovrebbe più – fungere da pretesto per un qualche tipo di ridimensionamento. Il lavoro sarà d’interesse anche per i breriani più oltranzisti, a patto che se ne accetti il carattere compendiario e non si pretenda, da un prodotto nato già come breviario, una visione d’insieme che si può rintracciare altrove: nulla vieta, ancora oggi, di spulciare archivi o, ancora meglio, i volumi de L’Arcimatto.


G. Brera, Sul ciclismo, Milano, il Saggiatore, 2025, 128 pp., € 10.

Scarica articolo in PDF
Tags: ciclismoGianni BreraIl Saggiatoreletteratura sportivasport
Alessandro Fabi

Alessandro Fabi

Alessandro Fabi (Urbino, 1985) ha un PhD in filologia classica e insegna al liceo. Da qualche anno scrive di sport e cultura, crede nelle rabone di Sebastiano Timpanaro e nei placcaggi di Don Gately. Vive a Bologna.

Post Correlati

Il «territorio della matita» e le sue regole: sui Microgrammi di Robert Walser

Il «territorio della matita» e le sue regole: sui Microgrammi di Robert Walser

diTomas Benevento
15 Maggio 2026
0

Non sono i testi della sua follia né la testimonianza della sua indigenza di scrittore: l'edizione italiana di una selezione dei "Microgrammi" di Robert Walser è...

Stanza con sconosciuti – Intervista a Valentina Maini

Stanza con sconosciuti – Intervista a Valentina Maini

diGiulia Sarli
11 Maggio 2026
0

A febbraio di quest’anno è uscito Alaska (Bollati Boringhieri, 2026), secondo romanzo di Valentina Maini che nel 2020 ha esordito con La Mischia, edito sempre per...

Next Post
«Liste che mi diano la misura». Ugo Coppari e la Guida all’installazione di un futuro me

«Liste che mi diano la misura». Ugo Coppari e la Guida all’installazione di un futuro me

Giulia Massini, Idoli

Giulia Massini, Idoli

#Mappe. En el País de la Furia. Un viaggio letterario in due movimenti

#Mappe. En el País de la Furia. Un viaggio letterario in due movimenti

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CATEGORIE

  • Blastare
  • Cinema
  • Da Zero a Dieci
  • DIDOc
  • Dieci per Dieci
  • Fumetti
  • Fuori dagli schemi
  • Interviste
  • L'occhio della madre
  • La baleRa bianca
  • Le storie
  • Letterature
  • Mappe
  • Naufragi
  • Nella pancia del vino
  • Plancton
  • Poesia
  • Premio Bergamo
  • Senza categoria
  • Senza impegno
  • Visit Palestine

IN EVIDENZA

Il passo lento dell’epica. “I passi nel bosco” di Sandro Campani
Letterature

Il passo lento dell’epica. “I passi nel bosco” di Sandro Campani

28 Settembre 2020
Da Zero a Dieci: i libri del decennio passato/3
Da Zero a Dieci

Da Zero a Dieci: i libri del decennio passato/3

12 Luglio 2018
La Balena Bianca

La Balena Bianca – rivista di cultura militante
è un progetto dell’Associazione culturale La Balena Bianca.

info@labalenabianca.com

Privacy Policy Cookie Policy

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante

No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante