Quanta voglia di assoluto nell’aria. D’altronde in qualche modo bisogna provare a salvarsi e quindi provare a ridurre la complessità, evitare gli ostacoli del senso, togliere di mezzo ogni ingombrante dubbio. Credo siano questi gli stimoli che muovono le persone quando tentano di manifestare il proprio pensiero per esplicitare la propria identità, le proprie idee e sentirsi rassicurati, dentro i confini del giusto, riconosciuti in quanto capiti.
Quando di un’attività o di una situazione si percepisce solo la ripetitività, c’è forse alla radice una povertà di vissuto, che impedisce di cogliere le sfumature o, al contrario, la profondità che smaschera l’identico dietro l’apparenza della varietà: se il primo spirito pecca di superficialità, non è raro che il secondo s’inabissi nello snobismo o nel nichilismo. Entrambi, negandosi alla differenza, non sanno che cosa si perdono.[1]
Nemmeno nel variegato mondo del vino si evita questo intoppo. Anzi. La ripetitività è spesso parola chiave, traghettando discorsi triti e ritriti sul senso e, spesso, banalizzando un mondo complesso, sintetizzandolo attorno ad un vuoto di comunicazione. E non è nemmeno colpa dei corsi da sommelier, dei distributori di vino, dei premi e dei concorsi, dei produttori e del loro provare a vendersi. La ripetitività, nel vino, ruota attorno ad un semplice e vacuo concetto: il vino deve essere buono. Di fatto, un concetto tautologico. L’ovvio che diventa concetto inestricabile proprio perché è un concetto senza fondamenta.
Chiunque sogna o vuole bere un vino buono. E chiunque pensa di sapere cosa voglia dire vino buono. Chiunque pensa poi che ogni vino debba essere buono in una sorta di indefinibile e non trasformabile entità priva di variabili. Soprattutto chiunque crede che la bontà (foss’anche un concetto assoluto e misurabile) debba essere un dovere, una sorta di soluzione migliore, addirittura ciò che ci spetta nel miraggio di una perfezione a cui tendere.
Procediamo per punti.
Più il campo si restringe, più si alza l’attenzione al dettaglio. Più ci si concentra attorno ad una nicchia, maggiore pare l’insistenza nel sapere cosa possa essere l’eccellenza. Questi sono ragionamenti generali e potrebbero, probabilmente, interessare più campi, più argomenti, ma vorrei qui approfondire la ricorrente sentenza di una sorta di imperativo della bontà assoluta nel micromondo del vino ed in particolare del vino cosiddetto naturale.
Questa sottocategoria di vini, denominata, per consuetudine comune, naturale, include vini che derivano da agricoltura il più rispettosa possibile dell’ambiente (niente diserbanti, pesticidi e compagnia cantante, tutt’al più rame e zolfo, anch’essi in minime quantità) e da una vinificazione in cantina il meno interventista possibile (solo lieviti indigeni, nessuna chiarifica né filtrazione, basso o nullo utilizzo di solfiti aggiunti). Insomma, vini che hanno solamente l’uva come ingrediente – un dettaglio non scontato. Questi vini così prodotti necessitano di cure e attenzioni ancora maggiori rispetto ai vini più convenzionali e, a volte, non hanno le stigmate della perfezione stilistica che, nella maggior parte dei casi, corrisponde a banalità, gusto replicabile, poca profondità, emozioni risicate, relativa aderenza a vitigno e territorio. I vini naturali, invece, hanno gusti spesso assai ricchi, colori carichi e inconsueti, acidità più spiccate, molte più sfumature, eventualmente delle torbidità, la volontà di rispecchiare al meglio la natura del suolo, del territorio, del frutto e la variabilità climatica delle annate. In poche parole, tentano di riportare nel bicchiere una sorta di verità nella sua multiforme espressione, con i suoi pro e i suoi contro (non tutto è oro quel che luccica!), evitando di correggere il vino per farlo apparire più accogliente, ineccepibile e immediato. Benché questa categoria di vini cresca anno dopo anno e se ne moltiplichino gli appassionati, la maggior parte dei bevitori di vino è ancora abituata a vini più convenzionali e tende a criticare questa nuova tendenza. L’accusa è di non ricercare la “bontà” o “normalità” del vino, valori sempre anteposti alla genuinità, alla coerenza e alla potenzialità espressiva. Questa richiesta di bontà come banale sintesi del tutto è spesso mossa anche da una parte della critica enogastronomica che tende a difendere quanto ha costruito e perorato per anni.
Nella vacuità della maggior parte dei dibattiti attorno al vino, a mo’ di ghigliottina, compare dunque spesso la frase lapidaria “Il vino deve essere buono”. Una sorta di mantra che toglie di mezzo ogni dubbio, ogni possibilità di ripensamento, di scavo, di laterale comprensione. Una sorta di imbuto dove il senso si riduce a un “dovere” collegato a una fantomatica “bontà”.
Ecco, diciamolo chiaramente. Il vino può essere tante cose, diverse e interpretabili, ammirevoli o difficili, essenziali o dispersive, coinvolgenti o sfidanti, comprensibili oppure oscure. E può anche essere il nulla. Può essere “solo” una bevanda. Può rinfrancare anche senza emergere. Può essere piacevole senza essere illuminante. Può essere ciò di cui si ha bisogno senza pretenderne la completa comprensione.
Forse ha davvero poco senso sottolineare, rimarcare, consigliare che il vino debba essere buono. Forse è più importante comprendere il modo in cui ci poniamo nei suoi confronti, magari modificare il nostro approccio verso un ascolto aperto e senza preconcetti che possano ricondurre ad un uniforme concetto di bontà quasi fosse una sentenza salvifica e omnicomprensiva.
Possiamo dire di tutto sul vino. Descriverlo fino alla fine delle parole. Enfatizzare ogni sua sfumatura, esplorare ogni dettaglio, valorizzare ogni particolare. Già questo sarebbe un surplus. Sarebbe un addobbo natalizio, sarebbero le luci delle giostre, sarebbero i lustrini delle serate di gala. Sarebbero quindi una gran fanfara, l’estasi esposta, il ballo delle emozioni. Nulla a che fare con il vino. Piuttosto qualcosa riferito al proprio ego, alla propria esperienza, alla propria necessità di esserci o voler esserci. Tutto questo bailamme linguistico potrebbe appunto essere ridotto al “vino deve essere buono”, connotandolo di ogni elogio o semplificandolo allo stato minimo ma comunque imprimendogli una targa, uno stigma, una conclusione del suo apparire.
Potremmo tentare di evitare questa sintesi senza privarci delluccichio delle affermazioni. La degustazione può certamente essere un gioco, può essere confronto stimolante e avvincente, può essere un incontro senza bisogno di qualificare un’opinione e potrebbe pure essere superfluo giungere ad una qualsiasi conclusione. Non solo. Potremmo anche spogliarci delle nostre sicurezze, dei nostri orizzonti di attesa, del nostro superficiale sapere e accostarci al vino in modo diverso. Giocare con lui ma senza ansia da prestazione, da giudizio universale, anelito per una comprensione totale. Piuttosto muovendosi con compassione, magari tentando la via dell’empatia per avvalorare l’importanza di un movimento nel sentimento. Scriverlo può essere semplice ma le insidie nascono anche quando si è proiettati positivamente verso un incontro con il vino, come dicono bene le parole seguenti:
Ritrarsi anziché scontrarsi, la sensibilità al posto della durezza, comprensione e non demarcazione: cosa si può obiettare a un tale coinvolgimento empatico? A uno sguardo più attento, però, si rivela il pericolo di una vera e propria perdita di prospettiva: l’osservatore empatico e attento che viene chiamato in causa non ha più una visione propria delle cose, perché è assorbito da quella degli altri.[2]
Potremmo allora accogliere una possibilità di espressione, non per forza essendo pro o contro ma piuttosto focalizzandosi sull’accorciare le distanze tra ciò che si intuisce e ciò che si capisce, lasciando uno spazio consono a ciò che non ci è dato capire e a ciò che non siamo pronti a capire. Sostanzialmente si potrebbe arrivare a parlare del concetto di inclusività, tanto caro alla società moderna. Un’inclusività non di comodo, non arresa, non superficiale, non di moda o legata al perbenismo.
La consueta condiscendenza per ogni cosa e ogni esperienza, l’allegra e schietta ospitalità con cui accoglie tutto ciò in cui si imbatte, la sua specie di irriguardosa benevolenza, di pericolosa indifferenza per il sì e per il no: ah, ci sono molti casi in cui egli deve pagar caro queste sue virtù! – e soprattutto come uomo, fin troppo facilmente egli diventa il “caput mortuum” di queste virtù.[3]
Non sia, dunque, permesso tutto. Che non si accetti tutto. Che sia uno sforzo costruttivo e lungimirante accostarsi ad un vino creandosi un’idea, un pensiero, una visione, e, nel contempo, sia l’occasione per evitare la banalizzazione (il vino deve essere in un certo modo), sia l’opportunità per eludere un moralismo mediocre (il vino deve essere buono) e possa essere, finalmente, il momento per realizzare un incontro (accostandosi e accogliendo il vino prima di denotarlo o rinchiuderlo in un concetto minimale).
Essere inclusivi è però una sfida quotidiana che molto spesso perdiamo. Probabilmente perché ci sfugge quanto non sappiamo, quanto ci manca per capirne il senso, quanto ci serve per andare in profondità. E preferiamo rimanere in superficie, chiudendo le discussioni per la stanchezza di affrontarle, mettendo un punto quando sembra aprirsi una porta.
Forse manca la voglia di essere inclusivi anche con sé stessi. Comprensivi verso le proprie debolezze, le proprie asperità, le proprie difficoltà, le proprie cadute, le proprie oscurità. Immersi nel vortice quotidiano che preme per farci apparire infallibili, incrollabili, onnipresenti, sempre connessi, sul pezzo, performanti, avvincenti. Salvo poi rivelare l’impossibilità di essere compatibili con il cosiddetto progresso. Finendo per (s)parlare tra esseri solamente con messaggi sul cellulare, vocali a distanza controllata, social allucinati, intelligenze artificiali, app di incontri, video tutorial, programmi di calcolo. Siamo questo cumulo di detriti, questo ammasso di potenziali umanità che spesso preferiscono lamentarsi piuttosto che agire, scontrarsi piuttosto che capirsi, uccidere piuttosto che perdonare. Siamo sotto attacco, da ogni punto di vista, e spesso accettiamo, più o meno consciamente, la banalità come forma di sussistenza, evitando la fatica anche in questa forma di resa.
Noi così sotto assedio e incapaci di trovare un equilibrio costante ma, nel contempo, così attenti alla assoluta bontà di un vino (ovviamente al posto del vino ci potrebbe essere dell’altro ma qui è traccia e filo rosso per denotare la comunicazione e la modalità d’incontro con il calice e con noi stessi).
L’uomo obiettivo è uno strumento, uno strumento di misura e uno specchio artisticamente lavorato, prezioso, delicato e facilmente offuscabile, che si deve trattare con cura e con ogni onore; ma non è una meta, un risultato e un’ascesa, un uomo complementare, in cui si giustifica la “restante” esistenza, un epilogo e ancor meno un cominciamento, una generazione e una causa prima, non è nulla di compatto, di possente, di riposante sopra se medesimo, che voglia signoreggiare: è piuttosto soltanto un vaso dalle forme delicatamente soffiate, sottili e volubili, il quale deve soprattutto attendere una qualche specie di contenuto per prender «forma» secondo quest’ultimo – egli è di solito un uomo senza alcun contenuto di nessuna sorta, un uomo «senza se stesso».[4]
Verrebbe da domandarsi cosa chiedere a sé stessi.
Questione marzulliana, per certi versi.
Perché noi, in fondo, siamo buoni. Potenzialmente. O “sufficientemente buoni” come direbbe Winnicot, quindi di una bontà che esula dalla perfezione. Siamo buoni figli, buoni genitori, buoni amici, buoni coniugi, buoni lavoratori, buone persone. Sono gli altri che ci rovinano. È il mondo che va a rotoli e noi con esso. È la società che ci opprime e noi soccombiamo. È l’evoluzione che fa scordare le buone abitudini. Pare una condanna in cui l’uomo sia solamente una vittima nell’impossibilità di qualsivoglia salvezza.
“Si, basta verità.
Giù le armi.
Eccomi: sono
un graffio sul sedile,
l’eco dell’eco di un boato,
appena un’impressione.
Ma voi
non mi lasciate, vi prego,
continuate a sembrarmi.[5]
Eppure il vino deve essere buono!
O forse noi dovremmo essere buoni con lui.
Per come possiamo esserlo.
Comprendendo quando è rilassato, compatendolo quando è affaticato, esaltandolo quando ne ha bisogno, gioendo quando è radioso ma comunque rimanendogli accanto. Come un amico che sa togliere dall’imbarazzo, sa capire le necessità e aiuta a camminare nel percorso di una vita.
A maggior ragione quando il nostro alleato, il nostro confidente, il nostro “specchio” è un vino che nasce dalla volontà di aderire al luogo in cui è nato, spera di diventare la migliore espressione del suo frutto senza l’aiuto di sostanze industriali, preferisce mostrarsi senza eccessivi stravolgimenti delle sue caratteristiche primigenie, accetta l’impossibilità della riproducibilità esatta, esplicita forme che mirano all’unicità piuttosto che alla inalienabile perfezione.
Allora, forse, potremmo finalmente dire: il vino deve essere buono. Come noi!
Abbastanza buono, quindi. Né più né meno. Nell’impossibilità di rappresentare una certezza. Nell’impossibilità di assolutizzare concetto e virtù di perfezione e imperfezione. Nella sola possibilità di manifestare la variabilità naturale e ondivaga della vita.
[1] Remo Bassetti, Quanto siamo ripetitivi!, Torino, Bollati Boringhieri, 2023.
[2] Svenja Flasspöhler, Sensibili, la suscettibilità moderna e i limiti dell’accettabile, Milano, nottetempo, 2023.
[3] Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Milano, Adelphi, 1968.
[4] Ivi.
[5] Umberto Fiori, Voi, Milano, Mondadori, 2009.








