Nel settembre del 1991 mi trovavo in un bosco della Val D’Ossola con la mia famiglia. Nei giorni precedenti i paesi erano attraversati dalle voci più attese dell’anno: quelle che annunciavano l’arrivo della “buttata”.
Il Grande Momento era arrivato. E i boschi venivano invasi dai cosiddetti fungiat.
Io avevo otto anni, era la prima volta che andavo per funghi: ero spaesato ed eccitato, ma anche un po’ frustrato alla vista dei porcini accumulati nei cestini dei miei famigliari ma non nel mio.
Fino a quando, a una decina di metri di distanza, alla base di un arbusto di ginestra, vidi apparire lui: il porcino.
Esultai a squarciagola e mi avventai su quel boleto con la foga famelica del giaguaro sulla sua preda.
Lo estrassi da terra, emozionato e maldestro, e lo sollevai in aria a due mani verso i miei genitori, come un sacerdote solleva l’ostia nell’eucarestia.
Sono passati 35 anni e io, puntuale ad ogni estate, mi ostino a voler provare ancora quell’emozione. Che, al contrario di me, non invecchia mai.
Se da bambino e ragazzino affrontavo la ricerca nei boschi con spirito agonistico, ora è diventata un irrinunciabile momento trascendentale che somiglia molto a un rituale religioso, condiviso da centinaia di migliaia di adepti in tutta Italia. I quali, però, non hanno mai avuto una Bibbia di riferimento (onore spettato, per intenderci, ai calciofili e ai musicofili con i romanzi Febbre a 90 e Alta Fedeltà di Nick Hornby), un libro capace di rappresentarli in tutta la loro follia, quella che conduce alcuni di loro, ogni estate, addirittura alla morte.
Nonostante i pregevoli precedenti di Sandro Campani con Alzarsi presto – il libro dei funghi (e di mio fratello) (Einaudi, 2023) e l’encomiabile lavoro divulgativo di Nicolò Opicelli, vero Magister della micologia italiana, soltanto Matteo Righetto nel suo Lo Zen e l’arte di andare a funghi è riuscito a intercettare quel mistero mistico (e anche un po’ buffo) che risiede nelle profondità inconsce di ogni appassionato di funghi.
Righetto è ormai riconosciuto all’unanimità, anche all’estero, come uno dei più apprezzati e prolifici romanzieri e “autori montanari” italiani.
A distanza di appena un anno da Il richiamo della montagna l’autore veneto torna a pubblicare per “Scintille”, la collana saggistica di Feltrinelli, un altro saggio snello e intenso che elogia gli aspetti più spirituali della montagna.
Anche in questo caso si è scelto un titolo di richiamo commerciale: se nell’altro si ammiccava a Jack London, in questo a R. M. Pirsig e al suo celebre Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Ma, se il primo soffriva di un generalismo un po’ anacronistico, questo aggiusta il tiro, perimetra gli intenti e incanala nella giusta direzione, con argomentazioni convincenti, il romanticismo e i furori mistici dell’autore già presenti nel saggio precedente. Gli si possono dunque perdonare certi slanci retorici e ridondanze formali.
Righetto riesce in un’impresa non facile: validare una tesi che a molti può suonare improbabile, ovvero che il semplice atto dell’andare a funghi nasconde un universo di complessità. Politiche, storiche, filosofiche, antropologiche, mediche. Imprescindibili.
Partiamo dalla storia e dalla politica. L’autore marca subito un distinguo primario fondamentale: esistono due categorie di cercatori di funghi: i “cercatori – raccoglitori” e i “fungaioli”.
Raccoglitori anche e soprattutto perché «per milioni di anni siamo stati raccoglitori e cacciatori. Da quando l’uomo è comparso sulla Terra, per il 99% circa della sua permanenza nel mondo ha raccolto frutti, erbe, radici e…funghi. Poi, tra le molteplici rivoluzioni, si è verificata quella Neolitica, in cui ci siamo trasformati in coltivatori e allevatori stanziali. Una fetta di tempo che corrisponde all’1% dell’esistenza dell’uomo sul pianeta. Ma è quel 99% che ha lasciato il segno nel nostro istinto e nella nostra biologia» (pp 15-16).
Inoltre, i raccoglitori di oggi non cercano solo funghi ma, si direbbe, epifanie. «Stetti fermo a lungo a osservare una ragnatela intrisa di rugiada, a schiudersi un fior di fragola, ad ascoltare il respiro del bosco. E poi, improvviso, l’incontro con un capriolo maschio» (p. 36).
I “fungaioli”, invece – e qui arriviamo al piano politico – «vanno nel bosco solo per trarne profitto, razziando tutto ciò che si può depredare e poi vendendo a caro prezzo a facoltosi crapuloni o ristoratori il bottino frutto del loro saccheggio […] Viviamo in un mondo che misura tutto in risultati, utilità, competitività, tecno-economie e sviluppo forsennato della produttività» (p. 33). Il bosco, invece, nella sua semplicità, promuove la forma più pura e primigenia del comunismo, per esempio attraverso le micorrize, che collegano funghi e piante delle foreste, e sono «l’esempio perfetto di relazione mutualistica in natura, di simbiosi e comunicazione. I funghi prendono dagli alberi il carbonio […] mentre gli alberi ottengono dai funghi nutrienti come il fosforo e l’azoto» (p. 62).
Come dicevo all’inizio, per gli innumerevoli appassionati di funghi il rito della raccolta e, aggiungo io, del cammino, ha un carattere fortemente religioso.
Ma Righetto ci ricorda che questa apparente bizzarria ha delle comprovate radici storiche, forse perché «i funghi non sono né animali né piante. Questa natura indefinita è senz’altro uno dei motivi per cui hanno sempre affascinato e spaventato gli esseri umani di tutto il mondo, al punto da trasformarsi in oggetti di culto, simboli paranormali e mistici, apotropaici, rimedi medicinali» (p. 66).
Dai riti sciamanici Aztechi a quelli degli Inuit, che usavano funghi oggi considerati velenosi come ponti per altre dimensioni; dagli Egizi, che ritenevano i funghi «figli degli Dei e quindi esclusivo appannaggio dei faraoni» (p. 67) agli antichi greci, i quali credevano che «i fulmini lanciati da Zeus contro la moglie Era, là dove toccavano terra lasciassero posto a un fungo» (p. 67).
L’aspetto religioso credo sia il più importante e meritevole di un’ulteriore riflessione, che nasce proprio da Il richiamo della montagna e prosegue con Lo Zen e l’arte di andare a funghi, che insieme compongono un dittico sulla spiritualità montana, o sulla sua necessità. Una spiritualità di cui l’Occidente, quanto meno nel nuovo millennio, pare sia rimasto orfano, forse perché la Chiesa, con le sue ambiguità, torbidità, corruzioni e non di rado atrocità (o comunque complice di queste) ha perso appeal e credibilità sul piano spirituale, oltre che terreno rispetto agli impressionanti mutamenti culturali e antropologici dettati dalla tecnologia. Quella tecnologia che ora, coronata dall’avvento dell’IA, è diventata la nostra nuova religione (forse non ci confessiamo a lei? Non ci rivolgiamo a lei come un tempo ci si rivolgeva agli oracoli?) ma legata ai valori disumanizzanti del capitalismo più arrembante che promuove il profitto, la fretta e il “tutto e subito”.
Forse è per questo che negli ultimi dieci/quindici anni giovani generazioni di apostati, orfani di un credo di riferimento, hanno scelto il cammino e la montagna e i boschi come momenti e luoghi d’elezione per ritrovare quell’esperienza sensoriale di purezza, lentezza e silenzio necessari a stimolare il nostro inestirpabile senso del sacro, ma depurato da ogni dogma.
A questo si lega proprio il piano filosofico del libro, che contiene il più prezioso dei molti pungoli (e che mi dispiace non poter riportare integralmente per ragioni di spazio, perché sono davvero innumerevoli gli spunti di riflessione di questo piccolo grande libro) ovvero l’elogio dello smarrimento:
Viviamo in un mondo che esige App, smartphone, GPS, intelligenze artificiali, certezze granitiche […] Ma essere perduti è una condizione di apertura e non di errore: le nostre categorie mentali si sciolgono come nebbia e si mescolano. Resta solo la domanda essenziale: “Dove sono?” E, dietro di essa, la più grande: “Chi sono, quando non so più dove sono?”» (pp 107, 108, 111).
Il più celebre incipit della storia della letteratura, quello della Commedia, ne è infatti la prova: lo smarrimento nella selva oscura come occasione di esplorazione e di ascesi.
«Voglio pensare che a volte non ci si perde per errore», dice Righetto, «Ma per nascere di nuovo» (p. 111).





