Il vino è molte cose. Oggi più di ieri. Al di là del liquido, oggi il vino è associato alla bottiglia. Nella maggior parte dei casi la bottiglia non è soltanto un umile contenitore, ma diviene anche la cornice che accoglie l’etichetta. Dettaglio irrilevante o spesso banale, nei vini da pochi euro che ingolfano i supermercati. Ma pure dettaglio assai rilevante per la maggior parte dei vini di un certo spessore. Non a caso il mondo del vino, soprattutto quello legato all’apparenza, si caratterizza per i cosiddetti “bevitori di etichette”, appassionati che si interessano ad alcuni vini per l’hype che si crea attorno ad essi. Da rilevare però che anche nel mercato crescente delle wine box di cartone, dal prezzo ovviamente più morigerato, l’etichetta o la grafica sono sempre più spesso elementi centrali e caratterizzanti. Questo piccolo pezzo di carta scritta e/o disegnata è dunque, ogni giorno di più, crocevia di spunti e illuminazioni. Nel campo della storia degli alimenti non ci sono altri macroscopici esempi di come un sintetico riassunto di dati, caratteristiche, immagini e pensiero svolga un ruolo di epicentro e pretesto. Nata con una funzione prettamente pratica, l’etichetta ha subito evoluzioni nel suo concept fino ai nostri giorni, divenendo visione programmatica di quanto accade nel mondo, vero e proprio ricettacolo che travalica il suo mero impiego.

Partiamo dalle basi. Il vino non è che l’interpretazione del vignaiolo di quanto l’uva raccolta possa generare e l’etichetta è, prima di tutto, il ponte che connette quel modo di intendere la vigna, la natura, la cantina, l’anima del vignaiolo insomma con il mondo esterno. Dalla teoria alla pratica poi le variazioni sul tema non si contano e, come vedremo, si aprono abissi quando si ha a che fare con l’industria enologica, o anche con un più semplice artigiano del vino. Così, un’etichetta a volte è un haiku, a volte una sintesi epigrammatica, a volte un’immagine artistica (o un insieme di tutti questi elementi). Sembra sovrastimato il suo portato eppure, nel tempo, è diventata sede di opere d’arte, di motti, di invettive politiche, di messaggi sociali, di denunce e resistenza, di marketing sopraffino o becero, di fantasia e furbizia, di innovazioni grafiche e sguardi verso il futuro. In poche parole, l’etichetta è divenuta una sorta di social network su carta in grado di accorpare plurime visioni e trasmettere un’idea vasta del mondo, non solo del vino.

Questa complessità dei messaggi veicolati attraverso una bottiglia si è nutrita anche delle nuove ricerche inerenti la psiche umana. Tra i nuovi campi che analizzano al microscopio i nostri comportamenti, uno da attenzionare è legato al neuromarketing, che sta influenzando parecchio l’evoluzione dell’estetica delle etichette.

Il neuromarketing è una disciplina che combina le neuroscienze e la psicofisiologia con l’economia, il marketing e la psicologia comportamentale, avente l’obiettivo di analizzare in modo oggettivo e scientifico le motivazioni inconsce che spingono l’essere umano a fare una scelta. […] Il primo senso, che deve essere stimolato durante il viaggio tra gli scaffali è la vista, da cui si origina circa il 90% degli stimoli che arrivano al cervello, motivo per cui le persone sono definite visually oriented. […] L’etichetta deve essere ben visibile, indipendentemente dalla posizione e il design deve subito attirare l’attenzione visiva del consumatore, suscitando sensazioni positive, tra cui fiducia e curiosità.
[…] È importante adottare layout, grafiche, cromie e carte originali, che rappresentino l’identità del brand e la relativa promessa di valore e posizionamento[1]

Ora, l’etichetta non “spoilera” solo il contenuto ma cerca di toccare il cuore, stimolare la mente, creare un contatto, divenire qualcosa di più di un inerte sommario di notizie tecniche.

Potrebbero esserci utili alcune notizie storiche: il vino ha storia lunga e variopinta. Se ne ha notizia da circa seimila anni, e fin dai primordi si apponevano dei sigilli per contraddistinguere le anfore usate per la sua conservazione. Babilonesi, Fenici, Greci, Romani hanno continuato per millenni a identificare il vino con pochi dettagli, più che altro legati ad un semplice disegno di un grappolo d’uva o a marchi per risalire alla provenienza. Si trattava più che altro di incisioni. Una tra le più antiche tracce rinvenute proviene dall’Egitto.

la prima etichetta risale infatti agli antichi Egizi, che sulla chiusura delle anfore incidevano i dati relativi al contenuto, anno di produzione, provenienza e nome del produttore del vino.
Di questa sorta di etichettatura sono testimonianza le numerose anfore ritrovate nella tomba di Tutankhamon, deceduto nel 1323 a.C.[2]

Fonte: https://blog.vino.com/2018/08/14/la-storia-delletichetta-del-vino/

Nei secoli il contenitore del vino ha cambiato svariate forme, passando appunto da anfore e vasi di terracotta a caraffe e otri, arrivando al formato bottiglia, che diventa via via sempre più liscia e regolare e dunque idonea ad accogliere un elemento cartaceo.

Se l’evoluzione che porta alla bottiglia contemporanea è piuttosto lineare, ben più incerto è il percorso etimologico che porta all’impiego del termine “etichetta”. Un filone teorico lo fa derivare dal francese étiquette, connesso con un antico verbo apparso nelle forme di estechier, estichier e estiquier, estiquer, con il senso di piantare, conficcare, trafiggere e attaccare, fissare. In merito all’adozione del termine nella lingua italiana, il dizionario di Salvatore Battaglia ricorda che la voce “etichetta” deriva «dal francese étiquette (nel 1387) con il senso originario di “dicitura, cartiglio” con cui s’indicava sulle buste e sui fascicoli il contenuto specifico, specie nell’uso burocratico e giuridico  (pratiche, processi, relazioni, liste, ecc.): e poiché nelle segreterie di corte l’etichetta veniva a disporre un certo ordine o successione, la voce assunse il significato di “cerimoniale” (che osserva le precedenze)» […] Per quanto riguarda il vino in particolare, la nascita dell’etichetta cartacea è quindi indissolubilmente legata, da un lato, all’evoluzione del contenitore ovvero della bottiglia di vetro a cui poterla attaccare; dall’altro, all’incessante sviluppo di tecniche di stampa con le quali riprodurre le informazioni sul prodotto ed eventualmente l’illustrazione.[3]

Probabilmente fu Dom Pierre Pérignon, il monaco benedettino che introdusse il metodo di vinificazione noto come Champenoise, il primo ad apporre una sorta di etichetta con l’intento di avere maggiormente sotto «controllo tutte le fasi di produzione fino alla messa in bottiglia. Un’etichetta, legata con un laccio al collo della bottiglia e costituita da un piccolo foglio di carta o di pergamena, riporta il nome del vino, della vigna d’origine e l’anno di vinificazione.»[4]

Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata e l’etichetta di un vino è diventata praticamente obbligatoria. Di pari passo si sono definite le leggi attorno a cosa sia legalmente necessario indicare per iscritto. Le riassumo brevemente per non cadere in tecnicismi qui non essenziali. Innanzitutto, bisogna definire la tipologia di un vino, ovvero con o senza denominazione (DOC, DOCG, IGT). Per i vini fermi con denominazione bisogna indicare l’annata della vendemmia. A seguire il tenore alcolico, il paese di produzione, il nome o la ragione sociale dell’imbottigliatore, il lotto di imbottigliamento, l’indicazione degli allergeni (solitamente si indica “contiene solfiti” se un vino ne contiene una quota maggiore a 10 mg/l). Infine, bisogna aggiungere la quota del liquido espressa in litri, cl o ml, il residuo zuccherino per i vini spumanti e l’indicazione dell’importatore, se il vino è importato.

Tutto quanto si decida di aggiungere a quanto sopra esula dagli obblighi di legge. Qui si aprono importanti questioni dove davvero lo spazio di un’etichetta diventa a volte un campo di battaglia o un labirinto in cui divincolarsi. I dettagli che maggiormente danno adito a incomprensioni, scontri e furberie sono le denominazioni e la mancanza dell’obbligo di segnalare tutti gli “ingredienti”, come invece è necessario per la maggior parte degli alimenti in commercio.

Sostanzialmente le denominazioni vengono assegnate ad alcuni vini da commissioni che ne giudicano l’idoneità, secondo parametri assai vincolanti e, in parte, discutibili. Una denominazione di origine controllata (DOC) può essere foriera di un controllo qualitativo e spesso, per i meno edotti, essere sinonimo di garanzia e bontà. Non è però tutto oro quel che luccica e si innescano logiche commerciali che esulano dalla valorizzazione di un territorio o dalla massima espressione di un vino. Avere la possibilità di scrivere la denominazione in etichetta è, in primis, un valore aggiunto in termini economici per la vendita della bottiglia. Il paradosso che si è creato in più casi riguarda il fatto che alcune aziende storiche – con vigne in zone altamente vocate – che non utilizzano ulteriori ingredienti oltre l’uva, hanno visto i loro vini bocciati da queste commissioni. Ne sono nate parecchie dispute che hanno trovato voce proprio nell’etichetta. Alcuni singolari esempi sono la Bandita di Nadia Verrua di Cascina Tavjin (barbera bocciata dalla commissione), le Bolle Bandite di Carolina Gatti (vino con uve Glera rifermentato con il fondo, che non può beneficiare del nome Prosecco), L’Escluso di Ca’ del Vent (Franciacorta declassificato), le Terre Silvate de La Distesa (Verdicchio non rientrante nella DOC), i vini de il Podere Le Boncie di Giovanna Morganti e Pacina di Giovanna Tiezzi, entrambe in zona Chianti e uscite dalle logiche dei disciplinari per incompatibilità con le commissioni, fino all’allontanamento dal consorzio di uno dei produttori più rappresentativi della zona di Montalcino, Gianfranco Soldera, che per dissidi degenerati negli anni scelse infine di togliere la dicitura Brunello di Montalcino, sostituendola con l’oramai celeberrima Case Basse, scendendo al rango di vino rosso IGT.

Altro tasto dolente è quello legato alle sostanze contenute nel vino. Chi non frequenta assai questo argomento potrebbe pensare che nel vino non possa esserci che uva. Ahimè, sono invece parecchie le sostanze o gli espedienti che si possono usare per creare un vino: dalla caseina, all’albumina, ad acidificatori, concentratori e mille altri prodotti chimici e processi chimici che possono concorrere al prodotto finale. Senza contare le sostanze chimiche usate durante l’anno nelle vigne. Per fortuna stanno crescendo sempre più i produttori che applicano un’agricoltura attenta, biologica, biodinamica o comunque con il minor impatto possibile per il terreno e il territorio adiacente. E dal 2011 c’è comunque un regolamento comunitario che obbliga per legge di scrivere in etichetta se è stato utilizzato un allergene (latte o suoi derivati, uova o suoi derivati e via dicendo). Questa evoluzione ha comportato l’abbandono di alcune sostanze in molte cantine, ma la via è ancora lunga e i dibattiti accesi. Alcuni vignaioli continuano a sostenere la necessità di segnalare cosa è stato usato in vigna e in cantina per produrre un vino. Anche in questo caso arriva in soccorso l’etichetta e molti produttori virtuosi si sbizzarriscono in descrizioni più o meno precise per raccontare cosa ci sia nel loro vino. Esempio eclatante sono i vini di Fabio Bartolomei, dalla Spagna, la cui retroetichetta è assai esplicativa di cosa può contenere o non contenere (come in questo caso) un vino.

All’inizio ho parlato del segno dei tempi. L’etichetta racconta non solo il mondo contemporaneo ma anche la storia. Un segno tangibile è la differenza di molte etichette francesi rispetto ad altre etichette, soprattutto per la caratterizzazione e la segnalazione legata al territorio e, più nello specifico, ai concetti di terroir e cru. Questo dettaglio sottolinea appunto una differenza culturale che scava nella storia e disvela come fare il vino non sia solo un processo chimico quanto pure la conoscenza del territorio e la sua valorizzazione. L’etichetta diventa così cartina tornasole di un processo culturale e di una differenziazione di pensiero e prospettiva. Se in Francia si delineano microappezzamenti, denominandoli cru in base a caratteristiche diverse a seconda di microzone, portando a un altro livello la vastità delle differenze di un vino, in Italia si tende a volte ad allargare le maglie, generalizzando le difformità di un territorio al solo fine di monetizzare maggiormente in termini quantitativi e non qualitativi. Si veda ad esempio il recente allargamento della zona DOC del Prosecco a tutto il Veneto e parte del Friuli Venezia Giulia. Queste decisioni sono ovviamente prese ai piani alti e certamente non sono convertibili da un manipolo di viticoltori che spesso non hanno che lo spazio di un’etichetta per evidenziare una problematica, manifestare dissenso o valorizzare in altri modi il proprio lavoro/territorio.

A questo proposito come non ricordare le parole che soleva ripetere Lino Maga: «Il vino è una cosa seria». Lino se n’è andato agli inizi di quest’anno, a novant’anni. È stato un pioniere di queste battaglie, nonché fedele custode di un territorio e di tradizioni agricole a rischio estinzione quando l’industria cercava l’affondo. Lino Maga aveva circa quindici ettari di terreno, di cui cinque vitati, dalle parti dell’Oltrepò Pavese. Terreni ripidi e speculari, da cui vengono prodotti due vini: il Barbacarlo e il Montebuono. Epica è stata la battaglia, durata decenni, che Lino Maga ha combattuto (e vinto) per vedere riconosciuta la DOC Barbacarlo, di modo da poterla apporre in etichetta al posto della più generica DOC Oltrepò Pavese. Ironia della sorte, alcuni altri viticoltori hanno poi “scippato” negli anni l’utilizzo di questa denominazione fino all’epilogo finale del 2014, che ha visto il riconoscimento alla sola collina del Barbacarlo della famiglia Maga. Chi ha raccontato questa storia di resistenza e testimoniato lasciando tracce negli anni è stata l’etichetta, vera e propria storia a capitoli lunga mezzo secolo. Tra l’altro Lino Maga è stato anche uno dei primi produttori a segnalare con una piccola etichetta legata al tappo i dati chimici legati al vino, nonché le annotazioni circa l’andamento di ogni singola annata. Dettagli che possono apparire banali ma che sovvertono le basi della comunicazione, offrendo un messaggio chiaro e preciso al consumatore, educandolo a capire la variabilità della natura e le diverse manifestazioni del vino. Alla fine, si tratta di una lezione di educazione e sincerità, al di là di sotterfugi e mascheramenti.

Oltre a Lino Maga, altri grandi vignaioli hanno lasciato delle pietre miliari scolpite in etichette e controetichette. Per ragioni diverse, inerenti ad argomenti differenti ma basilari. Citerei almeno tre esempi emblematici, in grado di andare al cuore della questione, senza mezzi termini. Non a caso i tre produttori che citerò sono in Piemonte, dove le Langhe, con Barolo e Barbaresco, sono state una delle prime zone in Italia a ricevere un apprezzamento nazionale e internazionale e, di conseguenza, a subire prima le contraddizioni del mondo enologico.

Teobaldo Cappellano, uno dei più grandi produttori di Barolo, riuscì, in poche righe incastonate nella controetichetta, a sottolineare l’inadeguatezza e il cinismo dei punteggi dati ai vini nelle guide del settore.

A chi di “Guide” si interessa:
Nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasserman di non pubblicare il punteggio dei miei vini. Così fece, ma non solo, sul libro “Italian Noble Wines” scrisse che chiedevo di non far parte di classifiche ove il confronto, dagli ignavi reso dogma, è disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica. Non ho cambiato idea, interesso una ristretta fascia di amici-clienti, sono una piccola azienda agricola da circa 20 mila bottiglie l’anno, credo nella libera informazione, positiva o negativa essa sia. Penso alle mie colline come una plaga anarchica, senza inquisitori o opposte fazioni, interiormente ricca se stimolata da severi e attenti critici; lotto per un collettivo in grado d’esprimere ancor oggi solidarietà contadina a chi, da Madre natura, non è stato premiato.
È un sogno? Permettetemelo
Teobaldo

Un’altra etichetta rimasta nella storia è quella della storica azienda Borgogno. Etichetta bianca, con l’emblematica dicitura No Name. Una vera etichetta di protesta contro la burocrazia delle commissioni e la vacuità del loro fondamento. Tutto nasce quando due Baroli, vinificati e affinati nella medesima maniera, sono stati valutati assai diversamente, uno premiato con la denominazione DOCG e l’altro bocciato e quindi da relegare a vino IGT o semplice rosso.

Infine Bartolo Mascarello, un altro produttore che ha saputo essere baluardo in tempi difficili, difendendo a spada tratta la tradizione del Barolo e dell’affinamento nelle botti grandi, meglio se esauste, in contrapposizione al movimento dei Barolo Boys che ha stravolto letteralmente il territorio langarolo. Tutto avviene verso la fine degli anni Ottanta quando le barrique (contenitori più piccoli, sempre di legno), assai usate in Francia, invadono molte cantine della zona e, in parallelo, si accentua l’utilizzo di alcune pratiche tecnologiche portando alla produzione di nuovi Barolo, con tanta frutta concentrata e sentori importanti di legno nel vino. Dal punto di vista economico sembra una manna dal cielo e l’America, grazie soprattutto a importanti critici del settore, premia questa nuova direzione. In pochi anni accade una vera e propria rivoluzione nelle cantine delle Langhe: si introducono pratiche che snaturano l’idea del territorio, e pure il paesaggio subisce eclatanti trasformazioni. Chi continua, in direzione ostinata e contraria, sono pochi produttori. Oggi, segno dei tempi, questi vignaioli sono tra i più stimati e ricercati e le loro bottiglie assai difficili da trovare. Uno di loro è appunto Bartolo Mascarello, che per manifestare il suo pensiero, netto e radicale, sceglie di esemplificare il tutto nell’etichetta del suo vino più importante. Scrive: “No Barrique, No Berlusconi”. Sono i tempi di Forza Italia e dell’ascesa in campo politico di Silvio Berlusconi. Quel vino e quell’etichetta, paradossalmente, sono oggi oggetto di culto, venerazione e, pure, speculazione. Al di là di tutto rimangono, più di una fotografia dell’epoca, una sorta di testamento concettuale.

I tempi, si diceva, cambiano e le etichette seguono le mode, le evoluzioni, i mutamenti sociali. Rappresentano di fatto anche la crescente educazione, conoscenza e globalizzazione dei vignaioli. Se in principio erano di base agricoltori, la valorizzazione del vino come bene di consumo e, in alcuni contesti, bene di lusso, li ha radicalmente trasformati. Argomenti come etica e sostenibilità ambientale sono ora centrali, e quale miglior luogo per trasmettere questi ideali se non l’etichetta di un vino. Ma non ci si limita ad argomenti inerenti alla sfera agricola o territoriale; ora chiunque è sempre connesso, sovrastimolato, ha un’idea o un’opinione su moltissimi argomenti e l’etichetta diventa spesso luogo per veicolare non solo il territorio, ma le idee politiche, gli affetti, le memorie, gli interessi artistici, gli studi filosofici, le teorie alimentari, l’evoluzione dell’emozione, l’eredità e la memoria, l’epopea dei sentimentalismi. L’etichetta diventa una sorta di manifesto, una traccia tangibile del pensiero del vignaiolo che sintetizza il suo intento, e il pensiero corre ad alcune avanguardie del Novecento, che denotavano il proprio orizzonte riassumendo le idee in elenchi/rappresentazioni programmatiche. Di pari passo le etichette mettono alla berlina la superficialità, il disinteresse, la differenza tra dire e tacere. Diventano lo specchio del mondo, portando a galla sia gli aspetti negativi che quelli positivi. Sono luoghi in cui, a volte, l’obiettivo pare non essere più la descrizione del contenuto della bottiglia ma, nel migliore dei casi, conquistare uno spazio di discussione, dare voce ad una causa più grande della sola parte liquida oppure, nel peggiore dei casi, manifestare il proprio ego, creare una mitologia del produttore prima ancora che del prodotto, esternare la propria superficialità.

Un altro aspetto che si insinua in questi tempi veloci è il fermento attorno alle novità. Le rivoluzioni grafiche delle etichette hanno subito un’impennata esponenziale e questa nuova libertà nelle immagini corre di pari passo a un crescente ritorno all’agricoltura da parte di molti giovani, che decidono di cambiare vita, lasciare le città, reinventandosi vignaioli. La conseguenza è la nascita di molte realtà dinamiche e, ogni anno, l’immissione nel mercato di vini nuovi, le cui etichette spesso cambiano lungo le annate. Questa girandola grafica e produttiva non comporta ovviamente solo vantaggi.

L’ossessione della novità: tutto deve essere sempre nuovo, diverso. L’ossessione della novità è uno dei tanti modi odierni di favorire la superficie, l’epidermicità. La profondità è nemica e quindi deve essere continuamente sabotata, evitata. La novità coopera con la costante accelerazione in egual direzione[5]

Si rimane inghiottiti, inevitabilmente, dall’abilità immaginifica di alcune etichette. Probabilmente regalando un valore a priori al vino contenuto in alcune bottiglie che spiccano per la grafica. Perdendo, in parte, una spinta critica necessaria alla corretta valutazione.

Il diluvio di immagini ha mangiato l’immaginale, di cui non sappiamo più nulla. Perdiamo non solo la critica, ma anche il simbolico. L’archetipico. Al solito però il procedimento neoliberista è per inversioni, tautologie e ipostatizzazioni: nasce un falso mundus imaginum, falsi archetipi. La simia dei si sostituisce continuamente al mistero: occupa, preda, satura, dequalifica, parifica, nella sua sussunzione costante e nichilista.[6]

Metamorphosis of the European Swallowtail (Papilio machaon), showing 3 instars: caterpillar, chrysalis and adult.

Quanto sopra mi induce a ipotizzare che anche questa, probabilmente, sarà una moda passeggera, ciclica. O, per lo meno, nel tempo crescerà sempre più il rischio di spostare troppo l’attenzione sull’involucro anziché sul contenuto. Bisogna comunque notare che soprattutto il settore dei vini cosiddetti naturali sta concentrando molte forze e azioni su questi aspetti.

In Italia non ci sono molti articoli sul tema, nonostante i produttori italiani siano animati da un gran fermento per le scelte estetiche. Nel mondo, invece, si parla sempre più dell’argomento grafico, concentrandosi su evoluzioni e ripercussioni. Riporto di seguito due interessanti interventi.

Similmente alla confusa definizione viticola, le etichette dei vini naturali assumono molte forme, ma quasi tutte sono concepite come significanti del gusto.
Naturali o meno, le etichette dei vini moderne sono uno strumento di marketing. “Gli acquisti di vino sono sempre stati basati sull’etichetta”, afferma Talitha Whidbee, la proprietaria Vine Wine, un’enoteca naturale a Brooklyn. Le etichette sono una scorciatoia visiva per ciò che berrai e, il più delle volte, con chi lo berrai. Whidbee ricorda 20 anni fa, quando i vigneti californiani stavano modellando le loro etichette sulla regione francese di Bordeaux in modo che i fedelissimi del vino francese gravitassero verso il vino americano. Oggi, un fenomeno simile sta accadendo con il vino naturale, poiché i produttori di vino si fondono attorno a un’etica estetica progettata per attirare un cliente più giovane, più orientato al design e con una mentalità sostenibile.
Dieci anni fa, il vino “naturale” – il termine generico e disordinato per intendere tutto quanto sia biodinamico, a basso intervento, senza solfiti e/o biologico – comprendeva meno del 10% del mercato. Oggi il genere è ancora di nicchia, ma sta crescendo rapidamente. Questa crescita può essere in parte attribuita al design dell’etichetta, che è diventato una forma d’arte in sé e per sé. «I social media hanno reso il vino un’arte visiva per la prima volta», afferma Marissa Ross, ex wine editor di «Bon Appétit» e una delle più  originali “influencer” del vino.  Prima dei feed dei social media, è stata l’enoteca locale a rendere più accessibile la selezione di una bottiglia. I meno informati tra noi hanno visionato le infinite file di bottiglie cercando le etichette che sarebbero state meglio sulla nostra tavola (piuttosto che quelle effettivamente migliori da abbinare al pesce). Instagram ha codificato questo comportamento standardizzandolo con ciò che è visivamente attraente per le masse e rendendolo più accessibile a coloro che normalmente sono esclusi dalla tradizionale bolla del vino. Non basta più citare una vallata o un produttore impressionante. I produttori di vino e gli importatori sono sempre più consapevoli della necessità che anche il design delle loro bottiglie sia distinguibile.[7]

Questi commenti sottolineano, di fatto, come l’estetica di un’etichetta non si esaurisca nella bottiglia ma viva nell’etere, circolando – se appariscente o irriverente – a grande velocità nei meandri dei social, rafforzando il suo messaggio, con risvolti non solamente economici ma pure culturali/intellettuali.
Ed interessante è pure questo breve estratto da un altro articolo, che accenna al nuovo livellamento delle specificità legate alle diverse zone geografiche, più o meno vocate per la coltivazione della vite:

L’approccio del vino naturale – un abbraccio di design vivido, da cartone animato e irriverente – funziona come un richiamo squillante, a significare che ciò che c’è in questa bottiglia è nuovo, diverso, un’alternativa al monopolio grigio e soffocante legato al primo formalismo francese delle bottiglie di vino di una volta. Riconsiderando le gerarchie geografiche del vino (nell’orbita del vino naturale, Pantelleria e le colline di Adelaide sono tanto desiderabili quanto la Borgogna o Bordeaux), le etichette dei vini hanno sminuito le devozioni tradizionali verso la provenienza e la classificazione, concentrandosi invece sul collegamento fluente con i bevitori – in particolare i giovani – ed esprimendo un’atmosfera onnipotente. A loro volta, i bevitori sono giunti a identificare etichette interessanti con bottiglie interessanti, nel bene e nel male.[8]

Un’ultima considerazione, a margine, sulla crescente estetica e sul portato intellettuale legato ad un’etichetta. Non mi pare sia così distante, nei casi più riusciti, dalla poesia visiva che, soprattutto in Italia, nel secondo Novecento ha generato un movimento culturale/concettuale importante e, di fatto, rappresenta l’ultima grande avanguardia, nel campo delle arti, emersa dalle nostre terre. Arte come ideologia, sosteneva Lamberto Pignotti. Arte non solo fruibile come estetica ma fortemente imperniata nel tentativo di scardinare l’ovvietà del linguaggio, i dogmi del sistema visuale/letterario, la ricezione del messaggio comunicato. La forza delle parole e la forza delle immagini, prese singolarmente o unite per rafforzarsi, diventano funzionali al contemporaneo le cui caratteristiche ruotano tra velocità di comunicazione, facilità della comprensione, immediatezza del messaggio, sintesi concettuale. L’etichetta pare dunque uno spazio privilegiato per raccontare il vino, il territorio ma pure per essere un valore aggiunto che può avere una valenza culturale, al di là del contenuto della bottiglia.

Per chiudere, qualche impressione su tre vini le cui etichette riescono, per motivi diversi, a esplicitare un messaggio, oltre il vino in sé.


CaravanserraglioNon gettare la plastica nell’oceano 2015
Syrah in purezza da Cortona. Un vino su cui soffermarsi ma pure da lasciar fluire, avvolti, soggiogati quasi, benevolmente rapiti, sottile, fumoso. Inizialmente sembra flebile ma in poco tempo si erige, svetta, mostra un animo riottoso e fiero che si incanala lungo strade buie. Il frutto è una carezza, more, prugne, ciliegie intense, e, a seguire, pepe in grani, muschio, note amare, radici, genziana, liquirizia grezza. Una selva oscura dalla balsamicità mitigata, perfettamente a fuoco, armonica. E poi il messaggio, al di là del contesto, in etichetta ovvero lo specchio di una identità. Come a voler sottolineare che il vino contenuto non ha bisogno di molte parole, molte spiegazioni o chissà quale immaginario. Si manifesta da solo, bevendolo e la bottiglia rimane uno spazio da sfruttare per sensibilizzare, per quanto possibile, attorno ad una causa di ben altra importanza.


Malga Ribelle – Vitale
Nomen omen per questo vino. Deriva dal suo autore, Vitale Girardi, ma non è solo un atto autoreferenziale bensì un auspicio e pure una scelta coerente per questo progetto. La cura di un suolo ricco di vita e l’attenzione nel preservare la tradizione. Il risultato è un vino rifermentato in bottiglia con le uve autoctone delle colline Trevigiane. Oltre alla Glera, nel vigneto ci sono altre varietà come Perera, Verdiso, Bianchetta che sintetizzano bene la scelta antica di diversificare i vitigni. Dove la terra è maggiore meglio la Glera che però ha una sua fragilità e quindi, dove la roccia è maggiore, meglio Verdiso e altre varietà più resistenti, in grado di ricavare dalla roccia il loro nutrimento.

Ad avvalorare il progetto ci pensa anche l’etichetta che nella sua semplicità racconta il luogo d’origine. L’ispirazione, racconta il produttore, nasce dall’Albero Azzurro. Vitale ha voluto trasporre i fiori, le foglie e le erbe spontanee che crescono nel vigneto. Dunque ortiche, trifoglio, valeriana, tarassaco, spighe. La ricchezza di una natura non falcidiata in una descrizione per immagini.

Direi che la bellezza di questo vino sta anche nella sua essenza. Già al naso pungola e fa gioire ma è in bocca che il divertimento prende il sopravvento. Un flipper di lime, cedro, menta, mela croccante. Una bolla fine e persistente e un sospiro balsamico che riporta alla mente qualche erba vista nel vigneto. Sono 10,5 gradi di vino e si tratta di una sorta di prosecco col fondo quindi non si cerca la luna ma una semplicità oltre il banale. E in questo vino non c’è traccia di superficialità, sciatteria o stucchevolezza. Una goduria nel suo piccolo.


Menat – Menate Zero 2020: l’attenzione ai dettagli!
Come quella frase, in coda all’etichetta «Andiamo avanti con il Vino». In pochi casi più vera e adatta a questo contesto. Si, perché qui non si discute di vini più o meno naturali, di accettazione di difetti/devianze per avvalorare una logica produttiva, di spiccia filosofia al cospetto della terra. Qui ci si lascia alle spalle le polemiche sterili e i dubbi che oramai sono certezze. Si cerca il passo oltre.

Un vino completo. A fuoco. Fin dall’apertura e lungo la bevuta. Pieno, ricco, ampio. Eppure, è il base della gamma. Per chi cerca facilità di bevuta, disimpegno e immediatezza, le troverà. E chi cerca profondità, ampiezza, intensità, visioni mai banali, troverà anch’esse. Poi possiamo soffermarci sulle impressioni. Un frutto finissimo eppure assai presente, con ciliegie essiccate, ricordi di susine, sfumature di fichi. E poi chiodi di garofano, accennati. Eteree visioni di caffè. Percezioni di olive, torsoli, nuclei, molteplicità. Con un tannino che avvolge ma non insiste. Davvero, senza se e senza ma, nella sua semplicità, un grande vino, un atto di vita.


[1] https://www.egonewcom.com/marketing-strategic-planning-blog/etichetta-narra-la-storia-del-vino/

[2] https://blog.vino.com/2018/08/14/la-storia-delletichetta-del-vino/

[3] Chiara Vigo, Nascita di una consapevolezza, articolo apparso sulla rivista Pietre Colorate n.22 (novembre, 2016)

[4] Ibidem

[5] Gianni Vacchelli, L’inconscio è il mondo là fuori. Dieci tesi sul capitalocene: pratiche di liberazione (Mimesis Edizioni, 2020)

[6] Ibidem

[7] https://eyeondesign.aiga.org/go-ahead-and-judge-natural-wine-by-its-label/

[8] https://punchdrink.com/articles/about-that-natural-wine-label-bini-gut-oggau-nestarec/