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Home L'occhio della madre

Accecati dalla luce: sei consigli di cinema d’estate

AchabdiAchab
10 Luglio 2026
in L'occhio della madre
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cinema_consigli_estate

L’estate è da sempre una stagione particolare per gli amanti del cinema: da un lato è il periodo in cui escono i grandi titoli hollywoodiani, dall’altra è il momento dei cinema all’aperto. Ma è anche l’occasione per recuperare titoli dello scorso inverno usciti in poche sale o snobbati per altri motivi. Magari recuperandoli su qualche piattaforma e guardandoli dallo schermo di un computer, con un ghiacciolo in mano, sul terrazzo di qualche località vacanziera. Per questo abbiamo selezionato sei film usciti negli scorsi mesi nelle sale, alcuni di questi già recuperabili in streaming. Buona visione e buone vacanze.


Massoud Bakhshi, All my sisters (سه خواهر), 2025 (Davide Palladini)

Il 4 giugno a Lione, dopo giorni di caldo giaguaro che brucia le ombre sull’asfalto, il cielo è vestito di un grigiore improvviso, con le nuvole che si muovono a goccia a goccia tra i boulevards. La città, scordate le promenades in riva al Rodano, si era improvvisamente spenta e anche io non mi sentivo poi tanto bene. Considerando, con rapido sguardo, la  situazione storica – o la situation historique per rifarsi al duca d’Auge — si possono vedere gli incerti inizi dei negoziati in Iran, con quell’ottimismo trumpiano a coprire a gran voce e stazza i colpi che ancora Israele scagliava nel vicino Libano. Quello stesso giorno da Parigi arriva la notizia della morte di Marjane Satrapi, la fumettista autrice del film Persepolis (2007) che nel racconto autobiografico della propria infanzia a Teheran aveva reso pop – cioè popolare, diffuso a un pubblico ampio e disinformato – la critica alla condizione femminile nel suo paese d’origine.

Per puro caso, o forse per un richiamo di matrice romantica, mi sono trovato a ripararmi dalla pioggia in uno dei cinéma Lumière disseminati per la città. A schermo un film in prima nazionale, curiosamente realizzato proprio da un regista iraniano.
Massoud Bakhshi monta insieme filmati “diaristici” di ogni qualità, in un ritratto delle nipoti Mahya e Zahra che si dipana per 19 anni di vita – dal 2007 al 2025 –, mostrando, come suggerisce il sottotitolo, la realtà di crescere femmine, e poi donne, nell’Iran del 21esimo secolo.

In un melange tra Boyhood (Richard Linklater, 2014) e i documentari di Agnès Varda, All my sisters (سه خواهر) riesce a costruire un discorso meta-cinematografico che spazia dalla biopolitica foucaultiana alla disamina del ruolo dell’indifferenza nella storia, senza mai perdere i dolcissimi caratteri offerti dal racconto di formazione e dalla tradizione del cinema iraniano che, con Una separazione (جدایی نادر از سیمین, Asghar Farhadi, 2011) e Un semplice incidente (یک تصادف ساده, Jafar Panahi, 2025), dimostra di essere, ad oggi, uno dei più floridi e soprattutto politicamente impegnati.

«Jin, Jîyan, Azadî‎» urlano le ragazze coraggiose durante le manifestazioni del 2022 – preziosamente documentate in questo film –, «donna, vita, libertà» è la frase che raggruma quella sala buia, in un giorno di pioggia, a quattromila chilometri da Teheran.


Luca Ferri, Il damo, Italia 2025 (Marcello Sessa)

Il “damo” del titolo in altri secoli si sarebbe detto “cicisbeo”, o meglio “cavalier servente”, perché Ferdinando, il protagonista dell’ultimo film di Luca Ferri, vota sì la sua esistenza all’intrattenimento cortese di un’anziana signora, Genziana, ma evitando – per contratto – la settecentesca “civiltà della conversazione”. Sopprime dalla sua stessa quotidianità non tanto il linguaggio ma il discorso, la foucaultiana “produzione discorsiva”; un amico gli telefona costantemente per aggiornarlo sull’intellettuale “produzione dei saperi” ma lui non ascolta, e soprattutto non ribatte.
L’afasia, però, non è assoluto mutismo; chi guarda – ormai completamente disabituato alla représentation zéro, sia pure audio – aspetta con ansia la minima emissione di suoni; è alfine soddisfatto come chi appercepisce la musica dal silenzio cageiano: il damo, piuttosto che parlare, dice ad alta voce brani di aurea letteratura agli orecchi della sua padrona, o si apparta improvvisandosi nel solfeggio cantato. E, ovviamente, respira. Ai minimi singulti polmonari corrispondono il rigore minimale della messa in scena (huilletiano-straubiana per procura), il sottile approccio alla diegesi (che interviene al confine con il nudo eppure accuratamente composto inquadrare, seguendo ancora la lezione di Huillet-Straub) e, infine, l’esercitarsi linguistico, meditativo e gesuitico, che un’opera simile impone allo spettatore. «Pro voto exornavit»: così Francesco Sassetti giustificava nel suo testamento il dispendio figurativo di una cappella; Ferri ha, analogamente, diretto un film di finzione a fini votivi.


Avelina Prat, La villa portoghese, 2025 (Giulia Sarli)

Con La villa portoghese (titolo che sostituisce erroneamente l’articolo indeterminativo dell’originale Una quinta portuguesa) Avelina Prat realizza un film sul senso dell’identità, intesa come una costruzione fragile, come un castello di carta che spesso crolla. L’unico modo per sopravviverle è accettare la sua natura mutevole, in continuo divenire. Il nome Fernando del protagonista, professore universitario di geografia di Madrid che ritiene di conoscere il mondo perfettamente grazie alla sua arte da cartografo, richiama probabilmente un riferimento a Pessoa che, con i suoi eteronimi, ha espresso la moltitudine di personalità e destini che coesistono in uno stesso individuo.

Ciò che spezza la vita abitudinaria e tranquilla di Fernando è la sparizione improvvisa della moglie che, di origine serba, decide di tornare nel suo paese d’origine in cerca di un passato che non esiste più. Distrutto dalla sua scomparsa, Fernando decide di fare un viaggio in Portogallo e qui, per un incrocio fortuito di eventi, riesce ad assumere l’identità di un giardiniere morto proprio il giorno in cui lo ha conosciuto e di prendere servizio presso una villa a Ponte de Lima, dove conosce Amalia, l’affascinante proprietaria dagli occhi tristi, nata e cresciuta in Angola e venuta a vivere in quella casa dopo la morte dei genitori e l’ottenuta indipendenza angolana. In uno dei bellissimi dialoghi tra i due personaggi, Amalia afferma di essere tornata in Angola una volta adulta e di avere provato il dolore per il paradosso della sua esistenza: la sua infanzia felice è un segreto da nascondere, perché è il colonialismo. Se l’identità in Fernando è espressa come problematica esistenziale, in lei si esprime il suo traumatico dato storico.

La possibile risposta è però la stessa: è la cura di una villa e di un giardino. Amalia conosce il segreto di Fernando, che ora si fa chiamare Manuel. È lei che gli insegna tutto quanto. Insieme, ogni giorno, ricostruiscono sé stessi in quel luogo qualsiasi e imparano a chiamarlo casa. 


Christian Petzold, Miroirs No. 3, 2025, (Massimo Cotugno)

I film di Petzold sono perfetti per l’estate. Recentemente, il regista tedesco ama ambientare i suoi film nella stagione più calda, tra i boschi della zona periferica della Germania, quella semi-rurale, vicino ai centri abitati ma lontana dalle grandi città. Da quest’ultima, invece, giungono spesso i protagonisti delle sue storie, persone che hanno smarrito la strada o le proprie convinzioni e troveranno, senza volerlo, in quella nuova dimensione di spazio e tempo, un nuovo modo di approcciarsi al mondo e finalmente conoscere se stessi. È stato il caso de La scelta di Barbara, dove, nell’estate del 1980, nella Germania Est, una dottoressa (interpretata da una magnifica Nina Hoss) viene trasferita da Berlino a un ospedale di campagna e lì troverà qualcosa per cui resistere all’oppressione della Stasi; l’estate torna prepotente nel più recente Il cielo brucia, splendido affresco della campagna nei pressi del Mar Baltico, dove uno scrittore berlinese in crisi si rifugia insieme a degli amici per recuperare l’ispirazione, ma troverà molto di più.

In Miroirs No. 3 la protagonista è Laura, una pianista anch’essa berlinese e in procinto di passare alcuni giorni in barca insieme al suo ragazzo e a un produttore musicale e la sua compagna. Fin da subito è chiaro, però, che la giovane sta attraversando un periodo di crisi e, una volta giunta al porto per salpare, sente il bisogno di tornare indietro e obbliga il compagno a riportarla in città in auto. Ma, tra i sentieri di campagna, l’auto sbanda ed esce fuori strada, provocando la morte dell’uomo e gettando Laura in uno stato di confusione ancora più grave. A portarla in salvo è Betty, una signora che abita da quelle parti ed è la prima a raggiungere il luogo dell’incidente. Tra le due donne sembra instaurarsi, fin dal primo sguardo, un legame fortissimo, quasi come se il loro incontro andasse a lenire antiche ferite di cui soffrono entrambe.

Come nei precedenti Undine – Un amore per sempre e Il segreto del suo volto (Phoenix), Petzold torna a giocare con le identità e ad indagare la natura dei rapporti umani attraverso i ruoli che imponiano l’uno all’altro. Abilissimo nel non cedere mai ai cliché di genere, il regista costruisce l’ennesima rarefatta fiaba amara dove risuona, sottotraccia, l’inquietudine tipica dei film di Hitchcock.


Óliver Laxe, Sirāt, 2025 (Emanuele Genna)

“Il signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del signore” così recita Giobbe nella Bibbia. Penso non ci sia riferimento letterario migliore per introdurre Sirāt di Óliver Laxe. Sì, perché, come per la parabola di Giobbe, questa pellicola è un vero e proprio calvario, una visione sconvolgente e viscerale che, tramite il dolore, si offre allo spettatore come occasione di purificazione, esperienza catartica, contatto con il sacro. Il titolo del film ci pone già in prospettiva per quello che sarà il viaggio spirituale che faremo con il protagonista. Cosa vuol dire Sirāt? Il “Sirāt” è, per la cultura islamica, la retta via, descritta come un ponte sottile come un capello e affilato come una lama sul quale le anime, nel giorno del giudizio, dovranno transitare per poter raggiungere il paradiso dall’inferno. Non stupirà dunque constatare come la pellicola in questione parli proprio di un attraversamento, del viaggio ascetico di un uomo (Luis), un padre, un moderno Dante, che dal suo inferno personale dovrà approdare al paradiso. A dare inizio al cammino, anche qui come nella Commedia dantesca, è la perdita di una donna: Mar, la figlia primogenita. Questa, avvistata l’ultima volta a un rave party nel deserto del Marocco, è scomparsa da mesi.
Così si manifesta la prima prova che il Dio di questa storia (Laxe) pone di fronte al nostro protagonista. Luis carica il figlio più piccolo e il suo cane su un furgone stracolmo di provviste e inizia il suo viaggio biblico immergendosi nella sua personale selva oscura fatta di sabbia, di monumentali amplificatori e demoni che ballano la techno. Da guida nell’itinerario non più Virgilio ma un gruppo di sciancati ravers, figure sacre e profane. Di quanto accadrà da qui in poi non dirò, fatene esperienza da voi. Percorrete quel sottile ponte, soffrite, disperatevi, affrontate il Dio di Giobbe e Satana suo amico, non abbiate paura. Sirāt bisogna attraversarlo anche se fa male, perché la retta via la si trova solo imboccando prima quelle sbagliate, cadendo, dolendo, perdendosi. Questo è l’insegnamento: non si può gioire a pieno del paradiso senza prima aver saggiato l’inferno.


Laura Samani, Un anno di scuola, 2025 (Davide Spinelli)

Ho incontrato il cinema di Laura Samani a Bologna tre o quattro anni fa: incuriosito dalla geografia della sua opera prima Piccolo Corpo (ambientato in un piccolo paesino del Friuli, la stessa regione in cui sono nato), mi sono fermato a guardare la proiezione notturna in Piazza Maggiore. Poi l’anno scorso, a Venezia82, ho visto il suo secondo lavoro, Un anno di scuola, e le due pellicole mi sono sembrate così legate l’una all’altra. Infatti, per quanto la storia di Agata di Piccolo Corpo (la trovate su Mubi) affronti temi apparentemente lontani da quelli adolescenziali di Un anno di scuola, entrambe le storie ruotano attorno a un principio di senilità. Non a caso, Samani, nata e cresciuta a Trieste, soprattutto in questo secondo film ambientato proprio nel capoluogo giuliano, abbina all’idea proustiana – l’adolescenza è un momento pieno di, come scrivevamo per How to Have Sex di Molly Walker -, una lettura sveviana del coming of age. L’adolescenza, cioè, è qualcosa di cui non ci liberiamo, che ci dà forma, nonostante alla lunga il rapporto che intratteniamo con quel periodo della nostra vita resti misterioso, enigmatico, persino incomprensibile.

Un anno di scuola – uscito in sala a metà 2026 e passato troppo inosservato – è sicuramente uno dei film italiani più belli della stagione passata. La storia di Fredrika, adattata dal racconto omonimo di Giani Stuparich, è quella di una donna che cresce tra maschi, una donna tra le vie di Trieste, una donna che sopravvive a sé stessa. Guardandolo, tra gli spazi di un paratesto fittissimo (nel grande stile della letteratura mitteleuropea), mi è venuto in mente il testo di Mia del cantautore Giovanni Truppi, che dice che quando sei grande le cazzate che fai sono uguali (a quelle fatte da adolescente), solo che la gente ti prende sul serio. Ecco, a volte è vero, ma a volte diventi grande prima del tempo.


[L’immagine di copertina è di Massimo Cotugno]

Tags: Avelina Pratchristian petzoldLaura SamaniLuca FerriMassoud BakhshiÓliver Laxe
Achab

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