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Istruzione per stare s/comode. In risposta a Prima di ogni cosa

Chiara MontaltidiChiara Montalti
13 Aprile 2026
in Naufragi
0
Istruzione per stare s/comode. In risposta a Prima di ogni cosa

Se stiamo comode le nostre possibilità di movimento sono infinite. Ci sarà in ognuna di voi una piccola svolta.

Chiara Bersani, Prima di ogni cosa. Per un futuro Crip

Prima di ogni cosa è una radura.

È una radura da cui si vede il cielo, ma che non si permette di ignorare l’intrico di rami, gole profonde, dirupi, che la circonda.

Questo libro di Chiara Bersani, Flavia Dalila D’Amico e Giulia Traversi è arrivato di sorpresa, come spalancando la porta di un bosco.

Ne sono venuta a conoscenza mentre stavo finendo di scriverne uno io, di libro – peraltro, da una prospettiva curiosamente affine. Per questo mi è sembrato che i nostri rispettivi lavori si tendessero delle mani (forse delle liane?).

Non appena l’ho concluso, ho sentito la necessità di “rispondere” attraverso la scrittura e, allo stesso tempo, il desiderio – lo confesso – di tenere questo oggetto prezioso per me. Come una bambina che ha trovato una perla colorata, ho voluto godermi almeno un po’ in solitudine le emozioni che mi ha suscitato. Per stare in equilibrio tra questi estremi, mi sono comunque accordata una certa lentezza nell’imprimere le mie impressioni in questo testo, come richiesto da chi pensa, lavora, scrive da una prospettiva crip. ‘Crip’ è un termine rivendicato dalla comunità disabile (dall’epiteto denigratorio cripple, storpi*): la parola racchiude una storia di stigma, ma dischiude oggi affinità e traiettorie politiche.

Rivendicare una postura crip, ovvero assumere la disabilità come posizionamento politico e lente di lettura della società, significa rifiutare l’omologazione, l’adattamento a tutti i costi a una norma precostituita (pp. 57-58).

Abbracciare una temporalità crip, d’altra parte, può significare tante cose diverse, sia dolorose che arricchenti: tra queste, anche riconoscere il valore del darsi tempo – quando non si è pronte, quando serve, quando si è stanche. 

Prima di ogni cosa parla di tanto: di amicizia, di lotta, di arte, di amore, di abilismo, di lutto, di accessibilità, di alleanza, di posizionamenti, di Palestina. Parla di vuoti e assenze, e di come articolare invece la propria presenza, in modo da non renderla oppressiva per altr*. Parla di come partire dalla disabilità, ma innestandola nel “disordine” del mondo: la disabilità, scriveva già Alison Kafer, è una domanda, non certo una conclusione (Feminist, Queer, Crip, 2013). Parla di cospirazioni e rituali che tengono in piedi il mondo, sebbene questo minacci di sfilacciarsi ogni giorno, a ogni nuova notizia. Le tre autrici sono accomunate da un progetto artistico e politico che ruota attorno al lavoro di Bersani (performer e coreografa) e che intende esplorare cosa significa scegliere “la disabilità come metodo”. D’Amico è responsabile della comunicazione e ricercatrice nel campo delle arti performative. Traversi è la sua manager, producer e, in alcuni casi, dramaturg.

D’Amico apre il libro notando che scrivere in prospettiva autobiografica le provoca «un brivido di spericolatezza dopo anni a scrivere in terza persona» (p. 53). Mi restituisce il desiderio – quasi imbarazzante – di parlare in prima persona, così a lungo inaridito dalla scrittura scientifica. Parlare in terza persona, d’altra parte, è sia un sacrificio che una forma di difesa. Non intendo sostituirmi alla voce delle autrici, ma corrispondere all’invito con cui Traversi conclude il libro, quando scrive: «non chiudete la relazione con noi» (p. 193). Prima di tutto, quindi, voglio dichiarare il primo effetto prodotto da questa lettura: riportarmi dentro la mia pelle. Chiedermi, ancora e ancora, che rapporto ho con la disabilità. Mi chiedo: l’ho scelta io? Mi ha scelta lei? Me lo chiedo scrivendo saggi accademici che tendono inevitabilmente a oggettificarla. Me lo chiedo come persona che sta in un mondo sempre più ostile, che con sempre più forza spolpa i corpi e la psiche. Me lo chiedo però anche con un corpo che, non si sa bene perché, fa sempre più fatica; mentre i pensieri e le possibilità di movimento sembrano, in alcuni giorni, sempre un po’ più fuori portata. Me lo chiedo leggendo le domande già poste da altre, come in questo caso, che mi dicono: la risposta forse sta proprio nel dialogo che costruiamo.  

Prima di ogni cosa. Per un futuro Crip non è esattamente un saggio, né esattamente un memoir, né esattamente un epistolario, né esattamente un diario, e tuttavia si situa sui bordi sfrangiati di tutte queste modalità espressive, altalenando le prospettive. Sappiamo che ognuna di queste può portare con sé dei rischi, specialmente se – come in questo caso – si parla di disabilità. Il saggio è spesso escludente e inaccessibile, il memoir è spesso individualizzante e depoliticizzato, e così via. La mescolanza di questi piani non è poi particolarmente diffusa in Italia, dove tendiamo a restare più rigidamente all’interno di un unico tracciato – tanto più là dove si parla di disabilità, quando cioè le possibilità sembrano sempre ulteriormente restringersi.

Tutte e tre le voci che si intrecciano in questo libro parlano di relazioni, come costruendo un ritornello. Certo, c’è posto anche per le singole storie, le singole difficoltà, i singoli inciampi, i singoli desideri. Ma soprattutto sollevano domande che hanno a che fare con l’incontro (lo scontro?) con l’altr*: tra chi pensa la disabilità e chi la esperisce, tra chi sta su un palco e chi sta nel pubblico, tra chi pensa uno spettacolo e chi vorrà poi riprodurlo, tra le diverse persone che stanno su un palco. Costruisce, in qualche modo, un gioco di sguardi (certo, parlare di sguardi resta sempre una prospettiva oculocentrica!). C’è sempre un filo tra tante persone differenti, che attraversa il tempo, oltre che lo spazio. A volte il filo si spezza, in altri casi nessuno lo vede. Alcuni di questi fili sopravvivono agli incendi. Diventano puro metallo.

Il rimbalzo tra le tre autrici mi ricorda un po’ il gioco della matassa, il ripiglino, già investito di molti significati da Donna Haraway. È un gioco, ricorda Haraway, che non prevede vittoria, e quindi non prevede né sottomissione né sopraffazione. Il ripiglino non incarna solo – com’è più lampante – la tessitura di legami e relazioni: per Haraway è un invito teorico. È un invito a pensare insieme, con tutta la fatica e la ricchezza che questo comporta:

Partecipare al gioco della matassa equivale a trasmettere e a ricevere degli schemi, lasciando pendere dei fili, preparandosi a sbagliare, ma riuscendo di tanto in tanto a scovare qualcosa che funziona. […] Anche la ricerca accademica e la politica sono fatte così: si svolgono tramite grovigli e zigzag che necessitano di passione e di azione, di momenti di stasi e di mosse improvvise, di ancoraggio e di slancio (Chthulucene, 2019, p. 24).

Bersani, D’Amico e Traversi si passano dei fili l’un l’altra, e quello che si compone non è esattamente una somma, ma piuttosto un groviglio di speranze, idee, pensieri, cornici interpretative, pratiche, movimenti corporei e – anche – momenti di stasi. D’altra parte, in apertura si legge: «Questo libro nasce dal disordine e nel disordine esige rimanere» (p. 9).

La fatica insita in questi giochi di filo è esplicitamente esplorata da D’Amico, in dialogo col lavoro di Bersani come coreografa, quando riflette sul senso della trasmissione artistica. Come trasmettere uno schema, una coreografia, quando si usa la disabilità come metodo? Usare la disabilità come metodo, infatti, prevede non solo il riconoscimento, ma anche la valorizzazione dell’espressione molteplice e cangiante dei corpi, dei movimenti, della sensorialità, dei mezzi comunicativi. Se siamo tutte così diverse, come “fissare” un progetto artistico in modo che possa essere – un po’ come un impasto – “riattivato” al bisogno?

A differenza di molti dei metodi di trasmissione nella danza, Chiara Bersani non suggerisce alle performer una grammatica gestuale da rielaborare, ma al contrario è lei a entrare in sintonia con le singole qualità di movimento. […] A divenire repertorio è dunque il metodo di scrittura, che di volta in volta si piega agli organismi che incontra, concertandone le intenzioni (pp. 127-129).

D’altra parte, Traversi non si ritrae dal riportare i rischi insiti nel lavoro portato avanti insieme a Bersani: il rischio di fraintendimento rispetto alle intenzioni artistiche e politiche, ma anche più specificamente il rischio che il corpo di Bersani venga ricercato in una prospettiva alterizzante. Questo senso di allerta ha radici storiche e culturali profonde, che scoperchiano il rapporto tra disabilità e stupore. Un rapporto riflesso nell’incessante ricerca eziologica che ha storicamente accompagnato la disabilità, e che ha alimentato le spiegazioni scientifiche, morali e religiose più varie. La necessità culturale di spiegare la disabilità – o forse, dovremmo dire, di giustificarla – ha determinato, come osserva Ria Cheyne, «l’esposizione di corpi disabili per il consumo visivo» (Disability, Literature, Genre,2019, p. 84). Non riusciamo a guardare l’espressione della disabilità (se c’è!) in modo, diciamo, neutro, come un corpo tra tanti corpi.

Questa lunga storia ha prodotto una relazione difficile tra disabilità e visibilità. Da un lato, il tipo di esposizione opportunistica incarnata dal fenomeno del freak show; dall’altro, un’invisibilizzazione costante delle persone disabili, a cui si è cercato di supplire in modalità diverse nel corso del tempo e a diverse latitudini. Attirare lo sguardo altrui è un processo che solleva emozioni ed esiti ambigui: orgoglio, vergogna, rivendicazione, disumanizzazione, rispecchiamento, spettacolarizzazione, rappresentazione. E tuttavia è importante, scrive Petra Kuppers – artista e studiosa di Disability Studies – ribadire l’invito a guardare, specialmente attraverso il medium artistico: la disabilità dev’essere anche imposta in quanto realtà ineludibile (Eco-Soma, 2022). Le persone disabili che producono arte possono controllare la narrazione, come accade per esempio nel caso di Al.Di.Qua Artists, la prima associazione europea di categoria a riunire artist* e lavorat* dello spettacolo con disabilità, di cui fanno parte le tre autrici.  Allo stesso tempo, queste intenzioni possono però generare, come esito incontrollato e imprevedibile, un’appropriazione da parte del pubblico e del sistema.

Forse, attraverso questo libro e le riflessioni scaturite tra lettrici e lettori, emergerà un percorso un po’ più solido, sebbene mai rigido. Bersani riporta le indicazioni che forniva alle performer sul palco, preparando la coreografia dello spettacolo corale Michel: The Animals that I Am (2025), e mi restano nelle orecchie e nei polsi come un mantra: «Se stiamo comode le nostre possibilità di movimento sono infinite. Ci sarà in ognuna di voi una piccola svolta» (p. 128). Ci sarà, in ognuna di noi, una piccola svolta? Prima di ogni cosa fa presagire che possa essere proprio così – con uno scintillio affaticato, ma non estinto. Il libro è infatti duro, ma anche luminoso: non in un senso qualsiasi, ma nel senso specifico che traccia linee che aprono verso il futuro. Incarna la speranza di trovare buone compagnie, con cui attraversare il magma del presente. Per costruire un futuro crip, per produrre e restituire arte attraverso metodi non abilisti, per legarci insieme in modi sostenibili.

Se questo libro è una radura, allora forse possiamo fermarci qualche tempo a riposare. Dietro di noi, le ombre restano. Scorgiamo radici, ruscelli, tane; la terra è farinosa e umida sotto i nostri piedi. Da qui, possiamo decidere che nuovi passi imprimervi.

«Questo, nonostante tutto, è un libro d’amore», scrive Bersani in chiusura, riavvolgendo il nastro sugli obiettivi iniziali (p. 198). Se l’amore è, come cantano i Florence + the Machine, «simile a un animale che striscia nelle profondità di una caverna», piuttosto che «l’eroina di un romanzo romantico», allora siamo proprio nel posto giusto [1].


[1] And love was not what I thought it was / More like an animal crawling deep into a cave / Than a romance novel heroine being swept away / More like surrendering to something / And more like resting than running (And Love…, Florence + the Machine).

L’immagine in copertina è Michel-The Animals that I Am, Fundação Calouste Gulbenkian / ph Diana Tinoco.


Chiara Bersani, Flavia Dalila D’Amico, Giulia Traversi, Prima di ogni cosa. Per un futuro Crip, Roma, Sossella Editore, 2025, € 15, 205 pp.

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Tags: AccessibilitàarteChiara BersaniCripdisabilitàFlavia Dalila D'AmicoGiulia TraversiLuca Sossellasaggistica italiana
Chiara Montalti

Chiara Montalti

Chiara Montalti svolge ricerca in Filosofia Morale all'Università di Bologna. Si occupa, in particolare, di Disability Studies, intersecati con gli studi di genere, la teoria femminista contemporanea, la teoria queer. È interessata a indagare il ruolo della disabilità nel tessuto culturale, specialmente in relazione agli immaginari futuri.

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