Finestre (Industria & Letteratura, 2025) è la terza raccolta poetica di Francesco Deotto, dopo Nella prefazione di una battaglia (2018) e Avventure e disavventure di una casa gialla (2023). È un libro fatto di prose e fotografie inserite in un’articolata struttura, che ruota attorno alla costante tematica dichiarata nel titolo, all’impostazione diaristica – i titoli dei componimenti coincidono sempre con una data, in progressione cronologica – e al rigore dell’allestimento tipografico. Se ci si concentra su quest’ultimo, la raccolta appare come un fototesto calligrammatico, in cui sia le immagini sia i blocchi di testo giustificato agiscono proprio come “finestre”: le righe di prosa, infatti, sembrano proprio le liste di una tapparella, come quella inquadrata nelle foto di p. 49 e di p. 121. Finestre si può descrivere grossolanamente come il diario lirico/clinico di una malattia: la madre del narratore protagonista – che racconta in prima persona, usando il presente – accusa sintomi neurologici e presto riceve la diagnosi di una neoformazione al cervello, di importanti dimensioni. Inizia così una trafila clinica fatta di esami urgenti e ricoveri, culminati in una non facile operazione, che però da subito appare «andata bene, molto bene» (p. 46). Assistendo la madre, il figlio è catapultato in una teoria di sale d’attesa: i due rimbalzano da una struttura all’altra, presi in carico dal sistema sanitario friulano, la cui capacità ricettiva è messa a dura prova dal COVID (la vicenda si svolge nel 2021, da maggio a dicembre). La nota in fondo al libro ci avverte che l’autore ha tratto ispirazione da fatti realmente accaduti, poi rielaborati e “trasfigurati” per «esigenze di scrittura e di pensiero» (p. 139).
I componimenti-giornata sono spesso bipartiti tramite un espediente tipografico. Nel primo blocco di testo, allineato a destra, il poeta propone un’accurata descrizione delle finestre o dei dettagli che ha visto e fotografato («Sono delle vetrate di un genere che non richiama subito, non in modo immediato e naturale, la medesima tipologia, quella iperclassica, delle grandi cattedrali, tipo Reims o Chartres», p. 16). Il secondo blocco di testo (non sempre presente), è invece allineato a sinistra e ripercorre in modo quasi cronachistico la vicenda clinica, a partire dalla visita neurologica seguita all’insorgere dei primi sintomi («Alle 14.30 arriva la chiamata di aggiornamento dal reparto. L’intervento è confermato per domani, alla fine senza bisogno dell’angiografia. Non sarà semplice e non si possono fare previsioni, ma tutto è pronto», p. 43). Le fotografie, infine, hanno sempre le stesse dimensioni e sono raccolte in suite di 2 o 4 scatti, poste sempre in chiusura delle sei sezioni numerate e senza titolo in cui si divide la raccolta (fa eccezione la prima coppia di immagini, che apre la prima sezione). Ciascuna fotografia occupa una pagina intera, con ampi margini superiori e inferiori (di circa 2,5 cm, mentre quelli laterali, significativamente più risicati, misurano quasi 1 cm). La pagina incornicia la fotografia, che quasi sempre incornicia una finestra, che a sua volta incornicia una porzione di spazio o di luce che si offre alla vista del fotografo (e del lettore): si tratta di una struttura sottilmente telescopica e ricorsiva, efficace proprio perché non viene tematizzata ma agisce sullo sfondo, senza appesantire la leggibilità.
La tassonomia di finestre via via descritte nelle prose è molto ampia: si tratta di finestre fisiche, di cui sono esplorate minuzie e conformazioni, ma anche di finestre concettuali. Deotto infatti trascorre volentieri dal fisico/meteorologico allo spunto iconologico o alla teoria dei media. “Finestra” può essere anche il vetro di un’automobile o di un distributore automatico, la foto su una locandina, la televisione che in una sala d’attesa mostra il videoclip di una canzone pop brasiliana. Finestre sono poi, in generale, tutte le fotografie scattate in situ con il cellulare. Il poeta dichiara in nota di aver scritto i testi successivamente, a esperienza conclusa. Ma le foto, che entrano in una densa relazione ecfrastica con le prose, sono scattate sul momento, nei lunghi tempi morti passati nei non-luoghi ospedalieri. Vent’anni fa – con una reflex o magari una kodak usa e getta – un libro come questo non sarebbe stato possibile: la cosa dice molto sul nostro rapporto con le immagini e con i dispositivi in grado di produrle (il cellulare, tra l’altro, registra con precisione data e ora dei nostri scatti: la cosa potrebbe non essere estranea all’allestimento diaristico del libro).
La prosa di Deotto è chirurgica, musicale, e insieme estremamente trattenuta: la ricerca a tutti i costi di oggettività e di calma – di fronte a una situazione d’emergenza emotiva – sfocia in una tenerezza raziocinante, sommessa, a cui concorrono alcune forme di mitigazione, come un certo uso dei modali («Alcuni puristi potrebbero obbiettare che non si tratta davvero di finestre», p. 14; «Salvo emergenze, sarebbe decisamente meglio evitare ogni nuovo tentativo di alzarle, o di abbassarle [=le tapparelle]», p. 38) o la frequenza di un quantificatore fiacco e approssimativo come “un po’” («Di ritorno al secondo piano del padiglione B, ma con i risultati della TAC che cambiano un po’ tutto.», p. 14; «è anche una stanza quasi sempre deserta, forse per le pareti dal colore un po’ molesto, giallo acceso», p. 59); È però, quella di Finestre, un’asciuttezza omeopatica: di un’angoscia enorme – quella di una malattia grave che colpisce un parente stretto – resta sulla superficie del testo soltanto una minima traccia. Una traccia, però, che proprio grazie alla sua evanescenza e al suo pathos pulviscolare si dilata moltissimo, colpisce il lettore con intensa brutalità, più di qualsiasi ricamo esplicito, anche creativo e ben condotto. Nella parte finale dei testi, il principio di quest’angoscia omeopatica (e pertanto soverchiante) è portato al limite grazie ai frequenti inserti di cut-up, in cui Deotto riporta i referti degli esami, le diagnosi, le prognosi, le prescrizioni. Paiono brani incollati di peso dalle cartelle cliniche, anche se potrebbero essere artefatti; l’esattezza clinica e l’incomprensibilità per i laici contrastano senz’altro col passo timidamente ragionativo dell’io lirico, impegnato a travasare il dolore in una prosa concentrata, compunta, reattiva. Ma più dello scarto stilistico colpisce l’enormità di queste parole, che un po’ rimanda al repertorio tecnico delle scritture di ricerca, e un po’ all’esperienza di tutti, della persona qualunque, che s’imbatte nella descrizione algida, funesta e insieme precisissima del perché e del percome la sua vita si inceppa o minaccia di esaurirsi. Qualcuno potrà pensare al biopotere, alla medicalizzazione, ai logoi della tecnica che assoggettano i corpi. A me, invece, viene in mente la pornografia: immagini precise, di dettaglio, di ciò che avviene o potrebbe avvenire nel corpo, dentro la testa, ancora più intime e oscene della nudità della pelle.
Dal referto: «In sede temporo-frontale sinistra presenza di voluminosa formazione espansiva con componente solida con diametri traversi di 4 x 3 cm, aderente all’ala sfenoidale con intesa impregnazione dopo mezzo di contrasto, con margini regolari preferibilmente da attribuire a voluminoso meningioma. Il meningioma impronta e sposta verso l’indietro la cerebrale media di sinistra. […] (p. 12)
Il neuro-imaging è in effetti l’ultima, perturbante finestra: aperta su un dentro che la tecnica quantifica e ci squaderna, rivoltando il corpo in conformità con alcune orrifiche intuizioni del surrealismo. Ma la stessa tecnica, col suo portato perturbante o respingente, è anche ciò che socializza il corpo malato, rendendo possibile la cura. Per quanto osceni e privati, proprio grazie a questi testi imperscrutabili e a loro modo commoventi si riesce a individuare il male e prendere le necessarie contromisure. La parabola clinica raccontata nel libro si conclude felicemente: la persona recupera le sue funzioni, segue un percorso di riabilitazione e torna ad essere autosufficiente. Grazie alla maggior serenità, nelle ultime sezioni del libro prosegue lo scavo fenomenologico e teoretico sulle finestre: ora il protagonista è più libero, e il suo raggio d’azione si estende anche al di là dei luoghi ospedalieri.
La finestra infatti, spiega Deotto usando le parole di Andrea Zanzotto, rappresenta anche una possibilità euforica di confronto con l’impensato: «L’apertura di una finestra è anche l’apertura di una prospettiva nuova della realtà, della vita» (p. 115). È il caso ad esempio di una foto di Shanghai di Gabriele Basilico, vista dall’io su una locandina descritta nel capitoletto del 5 ottobre 2021, prima del racconto di un altro drammatico trascorso autobiografico:
[…] La metropoli la si vede dall’alto, quasi che il suo autore la abbia scattata volando. Inprimo piano, un quartiere di grattacieli e uno dipalazzine (ognuno, verosimilmente, con centinaia dimigliaia, se non milioni, di finestre) separati da unastrada a dieci corsie e immersi in un tessuto urbano incontinua mutazione che si estende a perdita d’occhio. (p. 113)
Nel 2017, dopo aver sorvolato l’Asia durante la notte, giunsi all’alba sopra Shanghai, la mia destinazione. Fu proprio così: una distesa infinita di tracciati regolari, bagnati da una luce assoluta, onnidirezionale, che senz’altro avrebbe esaltato un fanatico dell’ottica come Giorgio Vasta. Anche in quel caso si trattava di uno sguardo alla finestra. Non serve però essere di fronte a un fenomeno straordinario per comprendere la pervasività di diaframmi, schermi e cornici, che legano, separano e immergono. Su un piano forse meno immediato, Finestre ci mostra l’importanza di questi dispositivi nella nostra vita materiale e immateriale, mentale, emotiva. Dall’apertura che collega la casa al mondo all’apparecchio per la tomografia, fino al cellulare che possiamo interrogare o utilizzare per fissare altre immagini, sottraendole al flusso del tempo. La finestra appare quindi come uno schema ricorrente, l’ossatura di una tecnologia: un sistema attraverso cui la vita si isola nei suoi punti discreti, per conoscere sé stessa, e insieme si espande, aprendo di continuo nuovi spazi.
La foto di copertina è di Francesco Deotto, da p. 95 di Finestre.

Francesco Deotto, Finestre, Massa, Industria & Letteratura, pp. 145, € 17.







