Iniziamo oggi la presentazione dei libri finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2026. Gli incontri con gli autori si terranno alla Sala Galmozzi di Bergamo per cinque mercoledì di fila alle ore 18 e saranno condotti dal nostro Giacomo Raccis: dopo Alcide Pierantozzi, tocca a Eugenio Baroncelli.

Eugenio Baroncelli è uno scrittore di vite, circa novecento, «nessuna delle quali capace di passare con qualche verosimiglianza per la sua» (p. 190.); un raffinato biografo che ha abituato il suo pubblico a testi come Libro di candele. 267 vite in due o tre pose, Mosche d’inverno. 271 morti in due o tre prose, Falene. 237 vite quasi perfette (già finalista al Premio Bergamo 2013). Lo stile aforistico con il quale Baroncelli è sempre stato in grado di distillare deliziosi concentrati di conoscenza ne ha fatto uno scrittore di culto per chi condivide l’amore per una letteratura fatta di continui rimandi intertestuali e giochi colti con il lettore.
Questo nuovo libro, Il cielo più pietoso è quello vuoto, sottotitolato Quindici voci di un’improbabile autobiografia, è il tentativo dell’autore di tracciare un proprio ritratto attraverso racconti, apologhi, frammenti di saggi e di romanzi; una costellazione di schegge, di microliti – per citare un bel titolo di Paul Celan –, dalla quale saremmo chiamati a ricomporre un ipotetico intero: la vita dell’autore.
Ogni autobiografia è un’antologia, ci dice Baroncelli. Ogni antologia un sopruso, un oggetto sanguinante di tutte le vicende tagliate, «il frutto di una strage, ma legittima» (da un paragrafo ripetuto nelle pagine 191 e 288). All’interno di questa antologia trovano dunque spazio testi scritti tra gli anni Ottanta e il 2020 (è tra gli ultimi un “diario” dei primi mesi della pandemia di Covid-19), il cui genere oscilla tra i due poli della produzione dell’autore: le vite e gli scarti (vedi Pagine bianche. 55 libri che non ho mai scritto, Sellerio 2013; Gli incantevoli scarti. Cento romanzi di cento parole, Sellerio 2014). Se dobbiamo fidarci di quello che l’autore dichiara, questo libro nasce con un sentimento «fra il sollievo e la rassegnazione» (p. 190). Le tappe della vita di Baroncelli, un’infanzia nell’immediato dopoguerra, il padre morto troppo giovane, gli amori e l’iniziazione editoriale fatta dei molti rifiuti a cui segue qualche pubblicazione, sono inframezzate da lacerti apparentemente estranei ma ben collegati nel tracciare un profilo, tra rifrazioni e diffrazioni, di un intellettuale nelle varie fasi della propria vita. Tra le pagine più gustose quelle sull’editoria, come il paragrafo Curriculo.
Cosa faccio?
Sia laconico, che intanto fa greco. Uno spiccio repertorio dei tramonti basta e avanza.
Cosa faccio degli amori?
Basta l’ultimo
E dei libri?
Meglio leggerli che scriverli. Ma se proprio li ha già scritti, sia impeccabile: un impeccabile indice dei titoli è quanto occorre. È in questo tipo di mortorio che misuriamo il talento degli autori. È l’inutilità della letteratura che garantisce della sua esistenza.
E delle persone?
Meglio la terza che la prima – la più incerta, la più facile a svanire fra le prestazioni del mestiere di scrivere e, se non è lo stesso, di quelle di morire. Sia saggio: stia lontano dalle autobiografie. (pp. 72-73)
Un tentativo di autobiografia dell’altro sé è Il mestiere di vivere. Vita di Eugenio per 21 sommi capi, il cui titolo pavesiano si mischia subito a Thomas Bernhard nel sottotitolo La cantina. Tra estratti dei diari di Jean Renard o di Gombrowicz, un saggio su Borges e la continua interferenza di vite, parole e libri altrui si ha l’impressione di trovarsi a una bellissima cena con un ospite colto, cordiale e affabulatore, evidentemente desideroso di condividere un sapere che non solo intercetta e rispecchia alcuni aspetti della propria vita, ma ne costituisce il fulcro.
Credo che la vita non sia fantastica. So che gli editori lo sanno. «Non abusi della immaginazione, dica la verità. La menzogna, se non lo sa, offende i lettori e non vende», si raccomanda sempre il mio (pp. 60-61).
Alle sezioni Invecchiare, morire e Taccuini del dolore appartengono le prose più recenti, nelle quali Baroncelli riflette sulla propria mortalità e sulla condizione di anzianità: un De senectute dal sapore definitivo, finale e agrodolce, anche se l’epilogo ci consegna qualche anticipazione su prossimi progetti di scrittura.
È facile essere catturati e blanditi dagli aforismi di Baroncelli, le sue pagine si leggono con vero piacere e spesso anticipano, prevedono il giudizio come solo uno scrittore di grande esperienza sa fare. Il lettore e perfino il recensore sono apostrofati, condotti passo per passo, e davvero risulta complesso trovare parole che non siano già usate dall’autore per definire e giudicare il proprio lavoro. Resta l’impressione però, che dietro al florilegio si nasconda sempre la paura dell’afasia, che lo schermarsi continuo, lo sviare tra i corridoi della propria biblioteca mentale sia mosso da una combinazione di volontà di dare alle stampe alcuni pezzi d’archivio e vero terrore di non riuscire a scrivere davvero della propria vita se non nei suoi dettagli più minuti, nelle infermità, nelle paure e nelle riflessioni sul mestiere di scrivere.
L’obiettivo di fare dell’autobiografia senza eccessivi autobiografismi è decisamente apprezzabile ma in questo tentativo, seppure virtuoso, Baroncelli arrischia qualche virtuosismo di troppo: l’eterno tema del doppio, un sé scrittore, Eugenio, che incarna le vanità di Baroncelli e scrive al posto suo, i giochi di specchi, l’enciclopedismo borgesiano, continue dichiarazioni programmatiche sul contenuto del libro, excusatio e captatio nei confronti del lettore, come se l’autore si fosse ritrovato costretto a convincere il suo pubblico che il gioco valga la candela, che il suo libro sia degno di essere letto, e non solo per i suoi ricchissimi rimandi bibliografici. Il fatto che la persuasione di Baroncelli derivi del tutto dalla qualità della sua scrittura, sempre di alto livello e mai eccessivamente retorica, è sicuramente un merito, soprattutto se messa a confronto con la lingua di altri testi autobiografici o di autofiction che fanno dei contenuti l’unica leva. Resta da domandarsi, ed è una domanda sincera, a chi sia rivolto questo libro che sembra esistere più come un collettore di materiali eterogenei – seppur sempre legati da questo effimero filo rosso dell’“improbabile autobiografia” – che come oggetto organico.

Eugenio Baroncelli, Il cielo più pietoso è quello vuoto. Quindici voci di un’improbabile autobiografia, Sellerio, Palermo 2025, 304 pp. 15,00€







