Nelle prime pagine de Le balene, la via al romanzo di Marco Marrucci (già autore di due pregevoli raccolte di racconti brevi, Ovunque sulla Terra gli uomini (2018) e Novena (2021), anch’esse pubblicate per Racconti edizioni) c’è un passaggio che pare del tutto svincolato dalla narrazione principale, e che, invece, offre un primo interessante spunto interpretativo. Il protagonista, che risponde al biblico nome di Giona ma ne ricalca e stravolge i passi in modo del tutto peculiare, si trova seduto al bancone di un locale che frequenta spesso. Fuori diluvia da almeno due settimane e nessuno sa quando la pioggia smetterà di battere. A Giona viene tosto servito “il solito”, ma subito dopo il barman se ne esce con una accorata perorazione contro tutti i film in cui il protagonista ne ordina uno:
E la cosa che mi fa andare in bestia è che alla fine dei giochi il solito è uguale per tutti. Un doppio. Un doppio qualcosa. Nella variante con o senza ghiaccio, il massimo della personalizzazione di cui sembrano capaci. Mai che s’inventino una miscela che obblighi il povero barman a selezionare e infondere e shakerare e diluire e aromatizzare secondo una rigidissima formula segreta. E se non davvero segreta, almeno originale. Allora sì che la parola, da cafonata qual è, diventerebbe un’alleanza tra uomini e un marchio di riconoscimento. Allora sì che potrebbero chiedere con orgoglio, e piantando gli occhi negli occhi, il solito. (p. 23)
In queste righe, che contengono forse l’unica, velata dichiarazione di poetica di tutta l’opera, c’è l’essenza di ogni romanzo davvero riuscito. Marrucci, infatti, ne Le balene si preoccupa di trovare una “formula”, una disposizione peculiare della materia narrata che, come vedremo, si articola sul piano del linguaggio sia in sede di voce narrante che nella caratterizzazione dei personaggi. Grazie a questo stratagemma, Marrucci crea quell’universo chiuso e autosufficiente che, finché dura la lettura, taglia ogni ponte con il mondo “reale” (o, facendo voto di umiltà, con il mondo che ci ospita) e permette a chi legge di entrare nella storia, di siglare con il narratore/barman quell’alleanza di fiducia reciproca che gli permetterà, una volta uscito dalla stanza ermeticamente chiusa del libro, di avere tante più chiavi per interpretare ciò che ora, all’aria aperta, lo circonda, nonché di poter scoprire, nella stessa o in un’altra opera del medesimo autore, quel “solito” elisir prelibato che pare distillato per lui soltanto.
La vicenda narrata ne Le balene si apre su un apocalittico diluvio, universale o circoscritto, piuttosto, a quella che sembra una città di medie dimensioni del centro Italia toscano. In breve tempo, si scatena una tragica lotta per la sopravvivenza, a cui si sommano le vicissitudini personali di Giona. Marrucci ricorre ad un narratore esterno, non necessariamente onnisciente, ma distaccato e insieme preciso, come chi fosse costretto da qualche legge non scritta ad enumerare con cura tutti i dettagli di un quadro che non ha alcuna voglia o intenzione di osservare davvero nonostante si sia imposto di sforzarsi e non tralasciare nulla. Verso la fine del romanzo, tuttavia, negli ultimi due capitoli sui dieci totali, il narratore sembra affetto da una sorta di “strabismo narrativo” per cui, se un occhio si mantiene sul medesimo tono distaccato, l’altro si fa terribilmente vicino e partecipe allorché le apocalissi pubblica e privata raggiungono entrambe il vertice della tensione prima dell’epilogo. La narrazione procede così alternando sterzate sublimi e avvallamenti prosastici, senza tuttavia dare mai l’impressione di un netto cambio di passo.
La pioggia penetra ovunque, ma al contrario di quello che accade in un racconto per certi versi simile a Le balene come The Long Rain (Pioggia senza fine) di Ray Bradbury. Più che l’asfissiante e ripetitiva presenza della pioggia, Marrucci sceglie di descrivere gli effetti che la pioggia imprime sul paesaggio naturale e modellato dall’essere umano, facendone una presenza corrosiva che viene nominata direttamente rare volte, ma il cui effetto è nondimeno sempre percepibile,
Dal quarto piano le ramificazioni grigie e nere della città nuova si allungano a dismisura- a sinistra lo zaffiro piombato d’un centro commerciale, a destra le fettucce gialle dello stadio- fino ad impastarsi con il verde dei boschi che ammanta le colline. Un’opacità e un tremore diffuso sono i segni visibili della pioggia. A intermittenza, nel quartiere allagato della periferia occidentale, fulgono i riverberi delle acque smosse dalle macchine idrovore e dalle autopompe. (p. 18)
Oppure in questa descrizione del ristorante alla moda di Giona devastato dalle conseguenze dell’alluvione:
Lunga sala con banco in ciliegio e mattoni a vista e scenografica esposizione di vini pregiati. Numerosi tavoli sono accozzati in un angolo a reggere cassette di verdure, planetarie, faldoni contabili, quadrati di polistirolo stracolmi di persici e storioni, caramellatori per dolci, parannanze, una fotocopiatrice, maialini da latte aggomitolati in un panno, stoviglieria finissima e dozzine di bottiglie assortite. I liquami annegano il pavimento. Un miasma di guano misto a rancidume ammorba il locale. (p. 30)
In entrambi i casi, è il «fitto accerchiamento di piccole cose» (l’espressione è recuperata dagli scritti di Ortega y Gasset sulla forma romanzo), di dettagli gettati davanti al lettore e illuminati da una pallida luce a permettere insieme la giusta e ieratica distanza dello sguardo d’insieme e l’autopsia ravvicinata, partecipe e priva di distrazioni che solo un genere «ermetico» (sempre Ortega in Sul romanzo, 1925) in senso letterale come il romanzo riesce a produrre nei momenti di grazia. Questo involucro linguistico ci permette, ad esempio, di non preoccuparci troppo circa l’esatta ubicazione degli avvenimenti narrati, perché la lingua che il narratore utilizza è tanto più esatta e pregnante quanto meno si preoccupa di fornirci coordinate realistiche che permetterebbero a chi legge di uscire dall’alveo chiuso del romanzo, perdendo così la necessaria concentrazione.
Per quanto riguarda i discorsi dei personaggi, ci troviamo invece di fronte ad una situazione speculare e insieme antitetica rispetto a quanto detto per la voce narrante. Quando non del tutto assenti, le fisionomie sono soltanto accennate ed emergono solo a sprazzi dalla cortina uniforme delle gocce di pioggia. Diventa quindi inevitabile aggrapparsi proprio alle parole che pronunciano, siano esse vuote perifrasi di circostanza o puntelli nel buio, perché, Le balene è costruito attorno al linguaggio, anche quando se ne certificano le ineliminabili, gigantesche pecche. Infradiciati dall’acqua e alla deriva in un mondo che in tutti i sensi frana loro addosso, i personaggi del romanzo, come spugne, assorbono e risputano monologhi e dialoghi attingendo a tutti i livelli della lingua orale e scritta. Il procedimento è simile a quello adottato per la voce narrante, ma qui il dislivello tra “alto” e “basso” è tangibile, marcato, e, in alcuni casi, addirittura esasperato. Il gergo di ciascun comprimario diviene più o meno impervio a seconda del rapporto più o meno stretto che questi intrattiene con Giona (che parla pochissimo e solo quando vede la propria vita minacciata). La focalizzazione interna sembra come esternalizzarsi nei discorsi degli altri, ma, in realtà, non fa che svelarci quanto di essi Giona crede di sapere, come li giudica e quanto gli somigliano, o quello che, all’opposto, proprio non riesce (per età, status sociale, visione del mondo, carattere) o non vuole afferrare, tanto che si trincera in un silenzio prima accusatorio e via via sempre più colpevole e infine consapevole.
Possiamo quindi dividere i personaggi del romanzo (Giona escluso) in quattro categorie principali: nel primo episodio compaiono una serie di amici o conoscenti di Giona. Il clima è quello goliardico, strafottente e non poco superficiale che caratterizza i rapporti all’interno del gruppo. Giona, che prima dell’alluvione era il più ricco del gruppo, li conosce o crede di conoscerli da tempo. In parte li disprezza (nessuno di loro comprende il dolore che lo attanaglia, o forse è lui che si rifiuta con pervicacia di aprirsi) ma sono l’unica compagnia e fonte di distrazione che gli è rimasta e da cui non riesce ad emanciparsi. L’alluvione, all’inizio del romanzo, è ancora una faccenda che si reputa contenibile. Così, tra scherzi e battute di dubbio gusto, il linguaggio della cricca è sostanzialmente bipartito tra la lingua “standard” e uscite più colorite:
M’importa solo di giocare. E voi bisticciate. Scannatevi. Organizzate una corrida e apritevi la pancia a stilettate. Ora, tutti insieme. Basta che giocate. Fate quel che volete ma nel frattempo giocate. Non v’invito in atelier per sciropparmi le vostre zuffe e i vostri piagnistei se ogni cinque minuti non fioccano tris e poker e scale reali. (p. 12)
Abbiamo poi il terzetto di disperati (due ragazzi di vent’anni e una giovane donna più grande di loro) che, quando ormai il diluvio ha fatto saltare qualsiasi tipo di regola o ordinamento sociale, entrano nel rifugio di Giona e tentano di rubargli le provviste. Qui la distanza è invece massima: distanti da lui per età e condizione, armati e pericolosi, Giona li teme ma si trova costretto a difendersi, sfoderando una rabbia che scaturisce in parte dall’istinto di sopravvivenza e in parte dall’assurdità della situazione in cui si trova. Nessun legame sussiste tra Giona e i ragazzi, nessuna possibilità o volontà di comprensione. Il linguaggio del trio, infatti, è pura acrobazia verbale, una parlata cruda e insieme grottesca, dettata dalla disperazione. Tuttavia, in alcuni punti la loro parlata non è tanto diversa da quella degli amici. Due diversi generi di minacce, una implicita, l’altra decisamente immediata:
«Una soluzione? E a quale problema? Al fatto che ci siamo imbattuti in una capanna fra gli orridi e senza minacce né vandalismi da grassatore adesso ce ne stiamo andando con le provviste di cui abbiamo bisogno per non crepare in questo maledettissimo fracicume di sterpi d’argilla? Be’, dimmi che c’è dell’altro. Che qualcosa mi sfugge.»
(…) «Ma porca troia, lo vedi in che aborto di mondo siamo sgrottati? Ormai i soldi non comprano più nulla. E i diritti di proprietà sono finiti nel cesso. Oggi la roba è di chi ce l’ha. Momento per momento. (…) E se l’affare non ti garba, lancia pure il sassolino che ti sei portato: a giocartela bene ne ammazzi uno su tre. E a quel punto? Ti carichiamo in coppia e ti sfondiamo la testa a martellate.» (pp. 66-67).
Ci sono poi i personaggi che, a vario titolo, cercano di aiutare Giona, senza riuscirci. Leonardo, ex membro della compagnia poi allontanato, e Ottavia, seconda in comando al ristorante e collaboratrice prediletta di Giona. Entrambi vengono descritti mentre si danno da fare per combattere l’alluvione e tentano di instaurare un dialogo con il protagonista per impedirgli di andare a fondo. Potrebbe non essere un caso che il primo sia omonimo del celebre artista e inventore dei prototipi di aeroplano, mentre la seconda, agile e sicura in ogni momento, risoluta sull’orlo del disastro, prenda il nome da una delle città invisibili di Italo Calvino, una rete sospesa tra due tronconi di montagna che ha insegnato ai propri abitanti prudenza, leggerezza e un modesto pessimismo circa la tenuta dell’intero sistema di circolazione, che li obbliga nondimeno a vivere sempre all’erta.
Giona ascolta Leonardo e Ottavia, che gli propongono una “fuga verso l’alto” per salvarlo dall’annegamento, concorda addirittura con loro, ma evita poi in ogni modo di instaurare un rapporto più profondo che vada oltre le contingenze del momento, a cui risponde prima di sparire di nuovo. In questo caso il bailamme linguistico passa in secondo piano. Gli slittamenti lessicali e stilistici nelle parlate dei due personaggi si avvertono di tanto in tanto («slucchettare», «avranno pasticciato un conto all’ingrosso sui periodi di elaborazione del lutto e li avranno triplicati») ma sono ridotti al minimo: Giona comprende, ma non ascolta.
Infine, l’ultimo gruppo di personaggi sono i membri della famiglia di Giona. Nessuna descrizione di moglie e figlia (Giorgia e Matilde), le cui parole compaiono negli interstizi tra i capitoli e nella mente ossessionata del protagonista. Tuttavia, nonostante il rapporto di odio e di muta accusa, il personaggio a cui Giona assomiglia di più, senza che mai riesca ad ammetterlo, è la cognata Adele, che cerca invano di rintracciarlo lungo tutto l’arco del romanzo. Entrambi lavoratori instancabili e ciechi, entrambi consapevolmente o inconsciamente prevaricatori, sempre pronti ad addossare la colpa alle circostanze o all’insensibilità di chi gli sta accanto. Questo era in parte il carattere di Giona prima della tragedia che lo ha colpito, e nemmeno troppo velatamente accusa Adele di aver anteposto una preoccupazione da nulla (arrivare tardi sul lavoro) all’incolumità dei propri cari. Tuttavia, le medesime accuse che Giona le rivolge, moglie e figlia le rivolgono in altri termini contro di lui. I familiari tutti parlano esattamente la lingua di Giona, ma lui non ha voluto ascoltare finché non è stato troppo tardi.
Giona poteva davvero impedire che Giorgia e Matilde morissero in un incidente stradale se, per una volta, avesse acconsentito ad accompagnarle invece che restare al lavoro? Si sarebbero salvate se Adele non avesse messo fretta alla guidatrice? Ci si può, infine, salvare dall’irreparabile? Questa è la domanda che anima i due capitoli finali, linguisticamente vertiginosi, de Le balene. Senza voler guastare il piacere della lettura, viene in mente una riflessione di un pensatore eterodosso come il franco-rumeno Benjamin Fondane. In un opuscolo redatto poco prima di essere deportato ad Auschwitz, Il lunedì esistenziale e la domenica della Storia (1944, trad. italiana di Alice Gonzi, Morcelliana, 2014), Fondane argomenta che il sapere umano così come lo conosciamo (e quindi la vita della maggioranza degli uomini) vive, appunto, in un’indefinita «domenica della Storia». Si vive dunque assecondando le necessità razionali del nostro essere e agire quotidiano senza mai metterne in dubbio la legittimità delle proposizioni su cui questo ordine si regge.
Tuttavia, cosa succede quando, come nel romanzo di Marrucci, queste basi e la stessa idea di razionalità che vi era sottesa, crollano sia nella sfera privata che in quella politica in senso ampio? Cosa fare quando, svincolata da qualunque genere di norma, ci troviamo difronte alla sconfinata e tremenda “libertà dell’essere” e ogni tentativo di comprendere ciò che ci sta dinanzi (l’apocalisse o il disegno della propria figlia) diventa semplicemente assurdo? Fondane, e forse Giona con lui, si avventura nel gorgo liminale dove l’orrore e il miracolo si confondono, abbandona ogni pretesa di dare un senso al proprio dolore (senza per questo esservi meno partecipe). Forse, soltanto in questo modo, esponendosi al rischio concreto di annegare, si può finalmente essere sputati fuori vivi dalle fauci della balena, e accorgersi di essere sempre rimasti dentro il suo ventre e mai fuori.

Marco Marrucci, Le balene, Roma, Gregor, 2025, pp. 160, € 16.







