Non tutti gli sguardi sono altrettanto portati a carpire sfumature: quello di Ivan Carozzi, figlio di un’intelligenza sensibile al sottile, lo è invece per natura. È questo il caso di un talento – abbinato a un buon quantitativo di versatilità – che sembra essere stato coltivato con cura e per anni, forse proprio attraverso i diversi incarichi autoriali che Carozzi ha ricoperto – con risultati che parlano da sé – tra riviste e televisione. Le sue recenti Cronache dall’Italia nascosta (Blackie edizioni, 2025), concepite come scrigno di curiosità, fatti insoliti e “lo sapevate che?”, sono adatte a un pubblico ampio e trasversale: che l’utenza di riferimento possa inglobare allo stesso modo anziani dalla memoria allenata e ragazzini delle medie non rappresenta un declassamento, ma un valore aggiunto che si deve all’impianto del libro – diviso per regioni d’Italia e scritti di lunghezza mai superiore alle quattro pagine – e ad un piglio nel complesso fluido e spensierato, anche nei resoconti più crudi. Spetta un elogio all’utilizzo che si fa della geografia, disciplina sommersa nei curricula scolastici e sopravvissuta a stento nei concorsi pubblici, alla quale Carozzi dona nuova vita facendo riemergere nomi di pianure, rilievi e corsi d’acqua con un approccio che risulterebbe accattivante per chiunque e potrebbe, anzi, costituire una valida strategia didattica ai fini di tutelare la materia. A ciò contribuisce una trovata opportuna e funzionale: far precedere ogni regione da una sua “carta d’identità” strutturata per numero di abitanti, reddito medio pro capite, cognomi tipici, spirito-guida, edifici e luoghi rappresentativi, scene madri (del cinema), espressioni peculiari e alberi degni di nota. Sarà per ciò comprensibile come un simile progetto d’insieme, al servizio di un’aneddotica a cavallo tra il paradossale e il surreale, abbia condotto a una perfetta lettura d’intrattenimento.
È indubbio che il valore intrinseco del volume stia tutto nel suo occuparsi di ciò che è minore o secondario. Se anche si sconfina nel già noto o nell’inflazionato attraverso temi o personaggi conosciuti ai più (si pensi a Pantani e alla partita nel fango di Maradona, al ritiro bucolico dell’ultimo Andrea Pazienza e alla cameretta di Peppino Impastato), si tratta pur sempre di nicchie che, al massimo, si sono parzialmente ampliate da qualche tempo a questa parte. E quanto a ricercatezza, Carozzi si dimostra un abile segugio di notizie in virtù di una selezione pregevole: non c’è ambito culturale che sia stato tralasciato. Nel piano di studi è estesamente presente la storia nel suo senso più istituzionale, dal Medioevo – con la spassosa ricostruzione del parto “in diretta” di Costanza d’Altavilla in occasione della nascita di Federico II di Svevia (chicche in aggiunta: la regina, quarantenne e dunque primipara attempata, si trovava a Jesi “di passaggio”) – all’età contemporanea, per cui si rimanda alle pagine tutte abruzzesi rivolte alla breve prigionia di Mussolini presso l’Hotel Campo Imperatore dell’Aquila (e si gioca, con toni evidentemente scherzosi, sulla somiglianza rispetto a Bruno Vespa) e all’incidente aereo occorso a Joseph Beuys, che da pilota della Luftwaffe si trasformerà in performer ed ecologista. O, ancora, al decreto con cui un empatico De Gasperi dichiarò inabitabili i Sassi di Matera, salvo il fatto che, per diversi inquilini, quelle dimore sarebbero comunque risultate preferibili alle nuove case loro assegnate, in cui non riuscivano ad ambientarsi. Molto spazio è concesso alla letteratura in varie sue forme, come nelle citazioni virgiliane, nello scritto dedicato alla genesi de Il lebbroso della città di Aosta, racconto di Xavier de Maistre, o nella ricostruzione dei colloqui intercorsi tra il medico Elio Bianca, detto Fratello Emman, e gli spiriti di personalità come Demostene, Leopardi, Carducci e D’Annunzio, evocati dalla “comunità del massiccio Bianco”, nei pressi di Courmayeur; non meno interessante è la passione che l’adolescente Sgarbi nutriva per Ungaretti e Montale, ma anche per Pavese, che per alcuni spunti riteneva di collegare a Patty Pravo.
La musica stessa è rappresentata – oltre che dalla luminosa ascesa del festival Lucival e dall’efficienza degli strumenti Eko – da un gruppo di artisti ben nutrito: gli antenati delle italoamericane Ariana Grande e Madonna (accanto alle quali si dovrà citare – per il cinema – l’abruzzese De Niro, ma anche tutta la famiglia Coppola), sono posti sullo stesso piano di figure di punta della trap come il potentino Sapobully; per converso, si apprende come il sottofondo con cui Albert Hofmann e lo scrittore Ernst Jünger condivisero l’LSD fosse il Concerto per flauto e arpa di Mozart. Un simile equilibrio interdisciplinare, che include la storia dell’arte (notevoli i contributi su Depero ed Escher in Italia) e molte altre materie effettive o potenziali, non vale per il cinema, che rispetto al resto occupa una posizione di predominio assoluto in quanto – come è evidente – grande passione dell’autore. I tributi ai più grandi paiono in qualche modo obbligati: si cerca piuttosto di ripescare aspetti che, se non di serie B, appartengono a un altro immaginario rispetto ai capolavori universalmente riconosciuti, incluso il genere erotico. È così che si ripercorre la vita di marginali come Franco Caracciolo, macchietta del Bagaglino nato come comparsa e approdato a sua volta da Fellini (8 e 1/2, Satyricon e Roma), ma anche al mondo di Arbore e Frassica (Indietro tutta!) e infine amico di Rocco Siffredi; c’è il signor Rohrwacher, apicoltore illuminato e padre di due sorelle decisamente di successo, e compare George Clooney, chiamato in causa per la compravendita della celebre villa sul lago di Como (ma ben altra è la levatura degli altri personaggi coinvolti: si parla del “re del ketchup” John Heinz, di sua figlia Teresa e del marito di lei, nientemeno che il candidato alla presidenza degli U.S.A. John Kerry). Vi sono poi menzioni di luoghi singolari come il set di Centovetrine, nella “piccola Hollywood” del Piemonte di San Giusto Canavese: essa, in ogni caso, non sfigura al cospetto della Torre di Chia, nelle vicinanze di Viterbo e cara a Pasolini. Accanto alla settima arte, di cui è costola ed emanazione, si ha la televisione, scatolone stracolmo di racconti, volti e nomi: basti la storia del mulino di Galgano, luogo in cui il “Mulino Bianco” poté trovare una sede fisica in cui materializzarsi nonché set uno spot girato da Tornatore con musica di Morricone (ed era un’epoca in cui Woody Allen avrebbe prodotto un’altrettanto celebre pubblicità per il marchio Coop).
Chiaro è come nell’approccio rispetto alle città si cerchi, per quanto possibile, di fuggire la metropoli: grandi centri come Roma, Milano o Torino vengono trattati in maniera soltanto tangenziale, con l’idea di rendere omaggio a località “altre” e non convenzionali. Per questa via si giunge ai luoghi di tradizioni al limite tra il mistico e il fricchettone, come i riti orgiastico-pastorali che si svolsero a Monte Cocuzzo, nel cosentino, o i rituali delle tarantolate di Galatina; non sono da meno le menzioni di siti in cui si stanziarono comunità insolite e bislacche, come il “borgo dei merletti” fondato da Cora Slocomb nei pressi di Udine, la comunità di Utopiaggia – nel ternano – o il centro spirituale creato a Cisternino dalla ligure Lisetta Carmi. Né manca a tale proposito qualche deriva accademica, tra menzioni di studiosi (spesso antropologi: De Martino, ma non solo) e pubblicazioni di settore come la «Rivista delle tradizioni popolari» (scomodata proprio a proposito del Monte Cocuzzo) o il quasi introvabile «Bollettino della Letteratura Capracottese» (ove si apprende, tra le altre cose, come il cappellano di Addio alle armi di Hemingway fosse originario del posto: è un dato che sembra incrociarsi alla perfezione con un’altra famosa ispirazione presunta – che il libro non tratta, ma è nota a moltissimi –, ovvero l’influsso esercitato dalla città di Acciaroli, nel salernitano, sulla trama de Il vecchio e il mare). Il più importante riferimento in questo ambito è però, senza dubbio, l’excursus circa la genesi del Dizionario etimologico sardo, curiosamente a cura del tedesco Max Leopold Wagner. E sorvolando sulla nozione di “borgo”, oggetto di discussione tra studiosi che ne contestano l’attuale abuso, si dovrà ricordare il piccolo comune di Spello, ottomila abitanti, che Veltroni scelse per lanciare il proprio «si può fare», con cui si tradusse in maniera piuttosto infelice il più fortunato «yes we can» e si annacquò di possibilismo uno slogan ben più assertivo, fornendo al contempo notevoli spunti ai semiologi delle università italiane. Molti sono infine gli agganci all’attualità, specie in chiave tecnologica: dunque si ha modo di leggere del primo proto-computer assemblato in Italia da alcuni ricercatori della Olivetti, ma anche della popolarità che – tramite un video – Gwyneth Paltrow fece guadagnare alla torta al testo, caratteristica dell’Umbria. Sempre in relazione ai social media, è del 2022 la notizia di un’indigestione di massa che si ebbe in un ristorante di Gubbio nel 2022, diffusasi in un primo tempo grazie a whatsapp.
Un libro così denso e fuori dagli schemi dimostra come il mondo della letteratura tragga, da chi scrive per destinatari tanto eterogenei, contributi dal valore inestimabile. Si pensi ad autori che hanno fatto la storia della radiotelevisione, dal maestro Manzi (dei cui romanzi sono in tempi recenti uscite due nuove edizioni) al Diego Cugia di Alcatraz (un titolo a caso: No), fino alla massima istituzione vivente in materia, ovvero Matteo B. Bianchi, che più di ogni altro ha saputo – oltre, naturalmente, a scrivere in proprio – fare il punto sull’editoria italiana dal covid in avanti. Lo stesso vale per Ivan Carozzi, che ha messo a disposizione dei propri lettori un piccolo atlante ragionato: di per sé, un modello.

Ivan Carozzi, Cronache dall’Italia nascosta, prefazione di E. Deaglio, Blackie, Milano 2025, 264 pp. 20,00€







