Il rapporto tra lavoro e soggettività è centrale nella vita di chiunque e, al meglio, incidentale in gran parte della letteratura contemporanea. Tale marginalità non costituisce un paradosso, ma l’effetto di un campo discorsivo in cui le questioni economico-sociali restano subordinate a quel “non piccolo quid di liberalismo e di culturalismo” che, come osserva Mimmo Cangiano, domina oggi le guerre culturali. Al di fuori di un filone che rivendica un’etichetta di classe, il lavoro tende così a non configurarsi come uno snodo narrativo rilevante per la messa in forma della soggettività. Il concorso, ultimo romanzo di Sara Mesa edito in Italia da La Nuova Frontiera, opera una contromanovra, spostando l’attenzione dal lavoro come esperienza raccontabile alle modalità del suo investimento psichico.
Lo spostamento di sguardo avviene in un ambito insidioso: quello della burocrazia pubblica. Generalmente ignorata dalla narrativa sul lavoro, o ridotta a sfondo inerte, la burocrazia viene spesso ossificata attraverso un’immagine kafkiana dell’apparato — eterno, immobile, privo di scopo — che ne cancella la storicità. Contro questa doppia dinamica di dimenticanza e semplificazione, Il concorso restituisce la burocrazia alla sua funzione specifica di forma dell’organizzazione del lavoro, capace di produrre effetti soggettivi precisi.
La psicodinamica del lavoro di Christophe Dejours consente di leggere il romanzo come un banco di prova teorico del nesso tra lavoro e soggettività. In particolare, il testo sollecita tre presupposti centrali della riflessione dejoursiana: il riconoscimento come condizione psichica del lavoro, lo scarto tra lavoro prescritto e lavoro reale come spazio del lavoro vivo, e il ruolo del desiderio come motore — o come possibile assenza — dell’investimento soggettivo.
Per Dejours, le costrizioni organizzative sono innanzitutto produttrici di sofferenza. Questa può tuttavia essere assorbita dal soggetto, inscritta in un’esperienza di utilità e di valore attraverso il riconoscimento, fino a fare del lavoro un luogo di elaborazione dell’identità. È in questo senso che la sofferenza diventa la posta in gioco materiale del dominio: attorno ad essa si strutturano strategie di difesa, individuali e collettive, che consentono di reggere il lavoro ma, al tempo stesso, riducono la capacità di pensarlo e di opporvisi.
Nel romanzo di Mesa tale circuito non entra mai davvero in funzione. Il lavoro è retribuito, ma non valutato; svolto, ma non riconosciuto. Né Sara, giovane neoassunta con un contratto precario, né chi le sta intorno riceve una conferma del valore del proprio fare. Al suo posto si impone una retorica diffusa di zelo e operosità, che tiene insieme mansioni inconsistenti e procedure senza scopo. Il riconoscimento circola, ma è deviato: non riguarda il lavoro né la sua utilità, bensì la partecipazione a una finzione condivisa.
Dentro questo assetto si inscrivono i piccoli atti di sabotaggio compiuti da Sara. Poiché i vincoli del lavoro reale non interferiscono con l’esecuzione del prescritto, lo scarto tra i due rimane ridotto, e altrettanto limitato è lo spazio del lavoro vivo. Il sabotaggio non nasce come reazione a un conflitto, ma come pressione esercitata dall’interno sull’apparato, nel tentativo di forzarlo verso un contatto con ciò che accade ai cittadini, che il lavoro amministrativo, tanto nella sua forma prescritta quanto in quella reale, mantiene strutturalmente fuori campo.
A questa pratica si accompagna un distacco controllato, che non equivale né a indifferenza né a cinismo. L’ironia che ne deriva non cancella il disagio, né la vergogna legata a un riconoscimento di tipo economico — la retribuzione per un lavoro percepito come privo di utilità — ma ne sospende gli effetti, impedendo che si traducano in una crisi soggettiva o in una domanda di senso rivolta all’istituzione. In tal modo, il sabotaggio non produce un conflitto aperto, ma stabilizza una forma di adattamento lucido, capace di reggere l’assurdità senza investirla affettivamente.
Per gran parte del romanzo questa ironia resta latente, incorporata nei gesti e nelle procedure più che esplicitata sul piano narrativo. Diventa leggibile solo ex post, quando l’amministrazione si accorge dell’accaduto e il registro del racconto si inclina, a tratti, verso il comico. Fino ad allora, Il concorso sottrae tanto al potere quanto al lettore una piena possibilità di riconoscimento simbolico, lasciando che il compenso monetario continui a circolare senza mai tradursi in valore.
È a questo livello che la lente di Christophe Dejours consente di misurare con precisione la posta in gioco del testo. Se, nella psicodinamica del lavoro, la sofferenza segnala ciò che il dominio mette materialmente in gioco, nel romanzo di Mesa essa resta inerte. Tale assenza non è accidentale: l’intera vicenda di Sara si articola attorno a una libertà d’azione resa possibile da una rimozione preliminare, che sottrae al lavoro ciò che potrebbe generare attrito soggettivo e che la protagonista, progressivamente, non solo riconosce, ma assume come posizione.
Il titolo stesso del romanzo funziona, in questo senso, come una sineddoche di portata più generale: quella di un aspirare senza desiderare, in cui l’investimento soggettivo si riduce alla gestione procedurale dell’attesa, mentre il desiderio, disinnescato a monte, non viene mai chiamato in causa come principio di orientamento o di conflitto.
Questo assetto si chiarisce definitivamente nel finale. Mentre Sara viene sottoposta a un procedimento disciplinare e si prepara a sostenere l’orale del concorso, sembra aprirsi la possibilità di una ricomposizione. Ciò che segue è invece una rinuncia. Non un gesto liberatorio, ma una presa di distanza coerente da un lavoro capace di funzionare anche in assenza di desiderio. Ne risulta una figura adattata più che emancipata, capace di esercitare attrazione e di produrre uno scarto di senso, senza proporsi come modello risolutivo.







