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Home Interviste

comizi dà more #3 • Marilena Renda

La Balena BiancadiLa Balena Bianca
12 Novembre 2025
in Interviste, Poesia
0
comizi dà more #1 • Dimitri Milleri

a cura di Francesco Ciuffoli


Se fino al secolo scorso, come dicevamo, l’individuo letterario, produttore di versi e/o di prosa, risultava investito di una certa aura sacrale, mistica, quasi divinatoria – in quanto membro di quella società superiore, intellettuale –, oggi ci appare sempre più evidente – salvo casi eccezionali – come questa figura, in particolar modo quella poetica, sia quasi-scomparsa dall’immaginario della persona comune. Persino per i più romantici, questa fantasmatica e nostalgica presenza nel mondo del poeta, non rappresenta che un puro e semplice anacronismo, uno oramai quasi del tutto scaricato anche del suo più antico e regale fascino. È a tal proposito che abbiamo deciso quindi di intervistarti, per ridare corpo e forse speranza alla figura dello scrittore di testi poetici.


CAPITOLO I. lavoro e privato

FC: Innanzitutto, in questi ultimi, ultimissimi anni, spulciando varie biografie di giovan* poet* italian*, si nota come sempre più scrittori e scrittrici si trovino a svolgere il ruolo dell’insegnante. Facendo anche tu parte di questo folto gruppo di persone, a cosa attribuisci questa similitudine lavorativa in chi scrive? È un bene o un male? Come mai sembra che i poeti non possano fare altro?

MR: Quando mi sono laureata, cioè nel 2000, ero convinta di avere molte possibilità, e che se avessi voluto avrei potuto fare molti lavori. Aggiungi il fatto che non provengo da una famiglia ricca, quindi i miei spingevano perché iniziassi a guadagnare. Il mio vero lusso è stato fare un dottorato senza borsa, ma all’epoca spendevo molto poco in affitto e tutto il resto, pensa che una stanza a Palermo costava in media 100.000 lire, quindi sono riuscita a fare un dottorato chiedendo relativamente pochi soldi ai miei genitori mentre i miei colleghi hanno iniziato prestissimo a insegnare. Riguardo alle molte possibilità: non era vero.

FC: Potrebbe secondo te essere problematico per la produzione letteraria, in particolar modo per quanto concerne quella poetica, che la maggior parte di chi scrive e pubblica in Italia si trovi più o meno sfacciatamente dentro quelle stesse istituzioni demandate a produrre la critica della produzione letteraria e/o a giudicarne la cosiddetta qualità, decidendo persino – anche in base a una certa rete di contatti – ciò che merita maggiore esposizione sugli scaffali delle librerie?

MR: Gli aspetti più problematici per la produzione letteraria sono:

  1. La mancanza di collane di poesia, soprattutto per la poesia media, cioè né esordienti né venerabili maestri;
  2. La mancanza di investimenti nella poesia; l’idea che la poesia non porti denaro è quantomeno problematica. E se anche fosse così, resta il suo valore di resistenza, di attrito col presente;
  3. La presenza di persone – critici, poeti – che hanno potere e che usano la poesia come strumento di potere, per quanto solo l’idea ci sembri ridicola;
  4. La mancanza di porosità e permeabilità tra i gruppi e tra le generazioni, che può essere imputata solo a una nostra grave mancanza di immaginazione.

FC: Passando invece a altre questione, riflettendo sulla tua posizione sociale di professore nelle scuole. Come ti vivi il lavoro in rapporto a ciò che fai al di fuori delle mura scolastiche?

MR: Vorrei che la mia posizione educativa fosse riconosciuta perlomeno dentro le mura scolastiche, poi vorrei che fosse riconosciuta economicamente. In ogni caso, avere uno stipendio scolastico a tempo indeterminato per un lavoro culturale, anche se bistrattato, mi dà una libertà di movimento e di pensiero che sarebbe disonesto non riconoscere e che molte altre categorie lavorative purtroppo ancora si sognano.

FC: Al di là dello stipendio, cosa è importante per te nel lavoro che fai? Reputi che il tuo lavoro sia in qualche modo utile a qualcosa o a qualcuno?

MR: Lo stipendio, e soprattutto la carta del docente, sono molto importanti. A parte questo, ritengo il mio lavoro importantissimo, e non solo per le ovvie ragioni di trasmissione del sapere, ma perché i ragazzi, parlando con noi, sempre che noi siamo disposti a parlargli e ad ascoltargli, imparano che non esiste, come diceva Chimamanda Ngozi Adichie, un’unica storia, un unico modo di fare le cose, un destino segnato in base alla loro origine economica o alle loro presunte capacità. E poi, siamo l’ultimo baluardo critico, mi fa molto arrabbiare quando noi insegnanti lo dimentichiamo.



CAPITOLO II. educazione e crescita

FC: Quali sono le tue paure più grandi? Come le affronti o non le affronti?

MR: Ho paura di una catastrofe ecologica, e che la catastrofe – che è una certezza, bisogna solo capire quando succederà – impedisca a mia figlia di vivere la sua vita. In generale, le paure le affronto leggendo, cercando di capire – quindi, di visualizzare – quello che mi spaventa. Non capisco quelli che dicono che la poesia non serve, non ha una funzione. Scrivendo, io allontano le cose che mi spaventano. E funziona. Dopo che le ho scritte, mi fanno meno paura.

FC: Quanto di quello che fai fuori dalla dimensione lavorativa emerge in classe? Hai mai parlato di poesia contemporanea? Del tuo percorso poetico o di quello di altri tuoi amici e colleghi del mondo poetico? Come è andata?

MR: Insegno inglese alle superiori, quindi è difficile che parli di poesia italiana contemporanea. Questo un po’ mi dispiace, perché penso che parlare – in italiano – di poesia italiana in classe mi darebbe più chiarezza nel giudicare il panorama italiano, oltre a più strumenti critici, ma tant’è. In generale, insegnare poesia è molto, molto difficile, specialmente in un’altra lingua, e questo è il motivo per cui non lo faccio volentieri, ma quando lo faccio cerco di legare nella loro mente la poesia a un’esperienza, a un elemento del loro vissuto.

FC: Avverti una stranezza, una quasi-ambivalenza nella tua vita personale? Cerchi di tenere il più possibile divisi questi due piani della tua vita o, al contrario, cerchi di unirli quando ce n’è occasione?

MR: Mi imbarazza parlare del mio lavoro poetico con amici/parenti/colleghi, quindi tendo a separare questi due aspetti. Ne parlo invece abbondantemente e volentieri con amici poeti; anzi, penso che con loro non ci siano sufficienti occasioni per confrontarsi. Mentre rispondo a questa domanda cerco di capire perché non mi piace parlare del lavoro poetico con persone che non se ne occupano abitualmente. Intanto, banalmente, non voglio annoiarli; poi, non so, è tutto molto intimo e complicato, preferisco tenere la comunicazione su un livello più prevedibile senza troppo sforzo per tutti.



CAPITOLO III. cattivi e buoni maestri

FC: Ti reputi un buon maestro? Che differenze trovi tra fare il professore e fare il maestro, inteso qui nel senso più largo del termine in ambito scolastico?

MR: Non ho mai apprezzato la figura del “maestro”, e d’altra parte non ho avuto neanche la fortuna di incontrarli, magari per poi ribellarmi e odiarli. Non voglio essere una maestra di niente; mi piace invece l’idea di insegnare ai miei studenti un metodo, un modo di guardare le cose, delle modalità di trovare informazioni o di risolvere dei problemi.

FC: Esistono invece, secondo te, i maestri in ambito poetico? Ti è capito di incontrarli e/o di porti tu in quest’ottica con qualcun*?

MR: No, non ho maestri e non ne voglio. Nel 1998 ho incontrato Amelia Rosselli, che mi ha fatto scoprire la poesia. Vedo molta reverenza nei confronti di poeti, spesso anziani, spesso di potere, che  temo non sia dovuta ad ammirazione per il loro lavoro ma a una certa aura di prestigio, per essere buoni. La mia opinione è che nessuna reverenza faccia bene al lavoro creativo personale.

FC: Per quanto ti riguarda invece ti è capitato più spesso di incontrare buoni o cattivi maestri? E come ha influenzato la tua vita questa cosa?

MR: Ho imparato molto dagli uomini, fino a un certo punto della mia vita. I miei fidanzati sono stati preziosi, mi hanno indirizzato, regalato libri, portato ai convegni, suggerito letture. E’ stato un bellissimo scambio, di cui sono molto grata. Adesso, sento di non avere più da imparare da nessun uomo. Solo da donne, e perlopiù cose che non si trovano nei libri.



CAPITOLO IV. pubblico e politico

FC: Che valore ha per te il politico? Che differenza poni rispetto alla politica? Ritieni di essere trasparente nella tua appartenenza a entrambi questi aspetti in classe come nella vita?

MR: Sì, parlo spesso in classe delle cose che avvengono nel mondo, e anche di cose personali, perché il personale è assolutamente politico.

FC: Concludendo, ci tornano ora in mente alcuni versi del Poeta che recitano: «Io non dico il privato è politico / dico anche il privato è politico». Ecco, da questo punto di vista, è mai emerso nel tuo lavoro o in altre sedi un certo indirizzo politico? Senti che il tuo privato sia in qualche modo anche politico?

MR: Per me, che non ho purtroppo un grande senso della comunità e che sono cresciuta in una grande solitudine, il luogo in cui si esplicita un impegno politico è la scuola. Tutti noi facciamo politica anche in altri modi, ma per me parlare ai ragazzi è politico, anche quando parliamo di cose come relazioni, sentimenti, genitori. So che molti colleghi non sono d’accordo su questo, ma la cosa per me più importante a scuola è il benessere, un’atmosfera dove tutti si sentano accolti. E il benessere è assolutamente politico.

FC: Pensi altresì che il privato debba assumere o assume già per te una posizione sul piano politico? Ritieni che l’esposizione politica debba trapelare maggiormente nel pubblico (qui inteso come il poetare e tutto ciò che ne ruota intorno) piuttosto che nel privato (qui inteso come il lavoro di insegnante, poiché mediaticamente meno esposto)?

MR: E’ questo “debba” che mi fa problema, perché mi sembra troppo normativo. Sia nella poesia che nel lavoro scolastico per me è ovvio che ognuno si comporti in un modo che assecondi la sua postura naturale. Più nello specifico, sono cresciuta poeticamente con l’idea che molte cose non potevano entrare nella poesia. Per esempio, quando ho scritto il mio primo libro, ero convinta di dover nascondere la mia presenza all’interno del testo, e che in generale per essere personali bisognasse nascondere di esserlo. E’ da un po’ di tempo invece che penso l’esatto contrario: parlare di sé è politico, e non bisogna avere paura di farlo. Poi, si può essere personali in tanti modi, però non bisogna temere di tirare fuori quello che per noi è importante.

***

CAPITOLO V. sì o no

Ulteriori domande rappresenteranno il 5° e ultimo capitolo di quest’intervista. Riprendendo la struttura proposta da Pasolini in Comizi d’amore, sostituiremo al tema del sesso la tematica della poesia. Ti verrà quindi chiesto di rispondere e/o commentare quanto più brevemente alle seguenti affermazioni. [è gradito anche un semplice SI o NO]:

Schifo o pietà?

la poesia come schifo? “Non piace neanche a me: ci sono cose più importanti di queste sciocchezze. / Leggendola, tuttavia, con perfetto disprezzo, si scopre che c’è, in essa, uno spazio per l’autentico”.

La vera Letteratura?

la poesia come sesso? Oh, yes. “Mi piace il mio corpo quand’è col / tuo” (Cummings)

la poesia come hobby? Non è meglio il tombolo?Il fantacalcio? Gli acquerelli?

la poesia come onore? No, niente mondanità se possibile. “Alla poesia non c’è rimedio. / Chi ce l’ha, se la gratta come rogna” (Insana).

la poesia come successo? Come sopra.

la poesia come piacere? Sai che non lo so? Ci devo pensare. Forse un po’ masochista.

la poesia come dovere? Oddio, no.


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Tags: comizi dà morecritica di poesiaFrancesco ciuffoliintervisteLa Balena BiancaLetteraturaMarilena Rendapoesiapoesia contemporanea
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